IL SELVATICO


Compatite la misera sinistra che cerca di reprimere il selvatico.
Non è possibile, perché esso non si basa sul linguaggio.
Non si basa su beni materiali, quindi non c’è modo di depredarlo.
Non c’è nulla di cui parlare o da cui dissuaderci.
Non c’è niente che si possa comprare per poi rivenderlo in un barattolo più sicuro e più attraente per i consumatori.

Uno dei molti esempi di resistenza trasformata in merce è Earth First! e il mito dell’azione diretta di sabotaggio.

Quando ha avuto inizio EF! si è discusso apertamente di sabotaggio e spesso le azioni di ecosabotaggio, anche se non compiute da loro, possono essere state ispirate proprio da EF!. Così è nato il mito e le magliette sono in vendita insieme a un mucchio di altri graziosi parafernali sul sabotaggio. Mano a mano che l’immagine della resistenza è rivenduta alle masse, le azioni di rivolta diminuiscono. Mentre vediamo crescere le vendite di magliette (orecchini, toppe, adesivi) sul sabotaggio, di fatto vediamo anche diminuire le azioni di ecosabotaggio.

Il selvatico è l’insurrezione gioiosa e giocosa dei nostri desideri più profondi e istintivi. Questi desideri possono essere definiti e realizzati soltanto da noi in quanto individui o piccoli gruppi di individui. È emozione grezza, non mediata. È vivere ogni attimo sull’orlo dell’ignoto, come il cuore che sale in gola quando interagisci con una persona da cui sei attratto (e non sai ancora se lei è attratta da te), quando ci si abbandona alla danza di attrazione reciproca senza sapere chi ammetterà per primo l’attrazione, sesso spontaneo, nudo e crudo, con un nuovo partner.

La paura e l’eccitazione che prova lo sciatore quando prende un salto o affronta una discesa a cui non è preparato. L’euforia che prova chi si lancia dall’aereo prima di aprire il paracadute. Il selvaggio non sta solo nel sesso né nel pericolo degli sport estremi, ma sono le poche interazioni personali tra gli uni e gli altri e con la vita che possono ancora essere spontanee, pure e semplici e non mediate benché troppo spesso trasformate in merce. È l’io libero e non addomesticato che si trova nel selvatico o nel mezzo della passione, le emozioni imprevedibili e incontrollabili che la vita quotidiana ha ucciso.

Non abbiamo programma, né piano, né organizzazione, nemmeno un nome o uno slogan sotto cui raccoglierci. Nessuno di noi ti condurrà dove hai bisogno di andare. Questa volta deve venire da te, da ognuno di noi, come individui dobbiamo guardarci intorno e sentire cosa sta succedendo, vedere l’alienazione, l’addomesticamento, il controllo.

AGISCI ADESSO!

Questa volta tocca a te, non ci sono regole né dialettica cui aderire. Non si scriveranno manifesti né manuali di istruzioni o piani di battaglia. Questa rivoluzione non solo non sarà trasmessa in TV, non verrà mediata. Si potrà realizzare soltanto vivendo liberi, rovesciando ogni aspetto della vita quotidiana.

Vivendo la vita nel e per il momento, realizzando i propri desideri e cercando la parte selvaggia in sé stessi, lo scontro con l’autorità crescerà. Questa rivolta della vita e per la vita abbatterà tutto quello che oggi conosciamo. Non ci sono alternative, perché essere liberi è incompatibile con qualsiasi incarnazione di autorità o controllo, sia essa il lavoro, l’economia mercantile, le leggi o la “gestione” del selvatico. E allora liberati dalla gabbia della società e smetti di inseguire ideali fallaci. Nessuno ti può liberare se non te stesso.

Aderendo all’ideologia di sinistra trascinerai i piedi incatenati sul pavimento dell’officina, schioccando la frusta su te stesso e sulle persone che ami. Allora trova il tuo amore, le persone di cui ti fidi, e rendi reale la tua vita. Libera i tuoi desideri, inselvatichisci e ricorda che la creazione viene solo dalla distruzione. Per tutto ciò che è selvatico, tutto ciò che è ingabbiato, e naturalmente per te stesso, butta giù i muri.

BRAMA DI UNA VITA SELVAGGIA:
EMOZIONI DI UN INDIVIDUO DELLA GENERAZIONE CONDANNATA

Sono nato nella generazione condannata. Le altre generazioni non possono capire cosa proviamo. Ci sono membri di altre generazioni che cercano di comprendere questa disperazione, ma per noi non è teoria astratta, è tutto quello che conosciamo. È tutto quello che conosciamo da sempre (emotivamente, intellettualmente e spiritualmente). I miei genitori raccontano una storia di quando avevo tre anni. Ero nel loro ufficio di San Francisco mentre i Blue Angels stavano eseguendo acrobazie aeree: mi lanciai sotto il tavolo strillando “sganciano le bombe!” Da bambino avevo amici profughi del Vietnam e dell’America centrale, così ho appreso di prima mano le atrocità commesse sia dal capitalismo sia dal comunismo.

All’età di dieci anni conoscevo già un bel po’ di persone morte di AIDS, per non parlare di quelle che ho visto consumarsi sotto i miei occhi. Ho visto pochi matrimoni durare e troppi bambini rapiti dai “Servizi di tutela dell’infanzia”, per il crimine di essere poveri. Ho messo piede per la prima volta nel carcere di San Quentin a cinque anni e ho visto una persona assassinata a sedici.

Non ho conosciuto altro che il collasso ecologico. Il buco nell’ozono è sempre esistito. Torrenti e fiumi hanno sempre emesso strani odori. Non potevo mangiare i craw dads (…? crawfish = gambero di acqua dolce) che catturavo nel torrente dietro casa – merda! – non potevo bere l’acqua del fiume quando ero in campeggio con mio padre. Doveva cercare di spiegarmi perché le colline non avevano più alberi e perché stava perdendo metà dell’orecchio per un tumore alla pelle.

Non è forse normale che sulle spiagge del Pacifico si formi una schiuma marrone attorno ai pneumatici?

I bambini che muoiono a causa dei rifiuti industriali, è tutto normale, no?

Ora volete parlarmi di Utopia.

Volete che veda la luce in fondo al tunnel quando non ho visto nemmeno un fottuto fiammifero!

L’industrialismo ha creato un mondo in cui l’intero ambiente umano e ogni oggetto che vi fa parte devono servire la causa della “produzione” e ricordare alle persone che l’unica felicità si trova nel mondo industriale. Questo mondo artificiale, costruito da esseri umani che vogliono eliminare dal pianeta le ultime tracce del selvatico, promette di essere talmente onnicomprensivo che sarà impossibile per gli esseri umani vedere, immaginare o anche solo sperare qualcosa di diverso.

Per me è difficile capire o relazionarmi con una qualsiasi visione, speranza, illusione o utopia. Ma nel ventre decadente della civiltà molti di noi stanno ricercando un collegamento con il proprio io selvaggio, con quei desideri e istinti che mi fanno star male quando lavoro, smarrito nel labirinto di palazzi e cemento, assordato dal ronzio dell’elettricità e incapace di reprimere la violenta reazione all’essere controllato, manipolato e tenuto nel gregge.

Questo collegamento può scaturire dalla consapevolezza della nostra futilità quando siamo in un luogo selvaggio o su una scogliera gigantesca, può nascere dal sentimento cameratesco che proviamo incrociando lo sguardo di un procione, o si può trovare nella scarica di adrenalina dell’erotismo o nel caos degli scontri in strada con gli sbirri.

Ognuno di noi ha trovato questo sentiero a modo suo, ma quel che abbiamo in comune è che a differenza di molti attivisti noi non aspettiamo la rivoluzione, né speriamo nel futuro o immaginiamo Utopia. Cerchiamo di vivere la nostra resistenza, di vivere l’attimo e di resistere in ogni momento.

Come fiamme che divorano un edificio o una ruspa, il nostro desiderio di distruggere il Leviatano è incontrollabile e imprevedibile. La nostra resistenza non può essere progettata, anticipata o preparata, perché respingiamo l’ideologia e rifiutiamo coscientemente dialettiche, programmi e manifesti. Sebbene l’analisi sia vitale per lo smantellamento di questa società tecnologica, anche l’azione deve svolgere il suo ruolo cruciale. Ed è all’ombra di questa civiltà che si cela una minaccia strisciante che mina le fondamenta della nostra civiltà perché priva del razionalismo indispensabile per la sopravvivenza del mondo industriale.

Il rifiuto del produzionismo a favore del desiderio di vita e avventura anziché del lavoro. Preferire la vita di un singolo animale allo sviluppo della scienza e della medicina. Porre il selvatico o l’oceano ben al di sopra della società industriale. Nutrire il desiderio irrazionale di essere quello che accende la miccia capace di fermare chi avvelena il pianeta e mi controlla! Irrazionale nel senso che potrebbe costarmi la vita, ma non come un martire: come individuo che lo fa per la pura gioia di vivere e per la voglia di vita, l’amore per la vita.

Un mondo libero e selvaggio può essere creato solo sulle rovine di questa civiltà. Per rovine intendo rovine materiali. Palazzi e fabbriche devono essere abbattuti e le loro budella tecnologiche distrutte con martelli e fiamme. Strade e marciapiedi devono essere divelti per lasciare che il terreno sottostante possa di nuovo respirare. Le macchine che pensano, gestiscono, controllano e vivono la nostra vita al posto nostro devono essere uccise.

Tutti gli animali in gabbia e le terre recintate devono essere liberati.

L’intero mondo artificiale deve essere distrutto per creare una nuova società.

Questa nuova società libera e selvaggia deve nascere anche da rovine di un genere diverso, molto più importante: le rovine della cultura della morte, delle relazioni sociali che creiamo con ogni cosa al mondo. La relazione con il mondo non umano deve trasformarsi da un rapporto di superiorità con una risorsa in un rapporto tra compagni di gioco in un mondo avventuroso. Con gli esseri umani nostri simili dobbiamo smantellare le relazioni utilitariste e mercificate, create dalla cultura del lavoro; anziché pensare a che cosa otteniamo gli uni dagli altri cerchiamo di sentire che cosa proviamo l’uno per l’altro. Con i nostri amanti, il rapporto di norma si basa sulla produzione: stipuliamo un certo tipo di contratto a seconda del risultato che intendiamo ottenere dal nostro impegno.

Sebbene radicali, introduciamo una delle componenti più discutibili del capitalismo industriale nella sfera più bella della nostra vita. Non dovrebbero esistere contratti con le persone amate. Accordo, comprensione, dialogo sincero: questi sono necessari, ma se si plasma la vita affettiva su un modello economico/giuridico, sarà tanto fredda e insoddisfacente quanto la vita economica. A prescindere dal fatto che la relazione duri una notte o una vita, che sia o meno monogama, essa deve essere spontanea, appassionata e priva di leggi.

Cercare di creare nuove relazioni con il mondo sembra meglio che aspettare la rivoluzione, no?

Vinceremo?

Siamo in grado di creare una nuova società libera vivendo insieme al selvatico anziché distruggerlo?

Ne dubito, ma intendo vivere comunque la mia vita perché mi piace. Preferisco stare alla gola di questa macchina distruttrice piuttosto che vivere comodo nel suo ventre. Nella lotta per la libertà e per il selvatico proviamo questo, o almeno le emozioni più vicine all’autentica libertà. La nostra resistenza forma anche delle crepe nelle fondamenta della civiltà, che ne accelerano l’inevitabile crollo.

Perché questa civiltà crollerà, non può sorreggersi da sola. Quando cadrà porterà con sé l’umanità intera, perché questo è il percorso dell’evoluzione, dell’entropia, della vita!
O magari mi sbaglio!
Forse possiamo vincere!