Il sistema parlamentare e la sovranità popolare


urlaE’ un diffuso pregiudizio politico l’opinione che il sistema parlamentare, a base di suffragio universale, costituisca un regime democratico tale che la volontà della maggioranza della nazione possa liberamente ed interamente affermarsi agendo sugli ordinamenti politici e determinando le direttive del governo. L’importanza del sistema parlamentare è così esagerata che questo sistema è preso come criterio di distinzione fra la monarchia assoluta e quella costituzionale. E’ questa una delle tante eredità dell’ideologia democratica della prima metà del secolo XIX. E’ noto infatti che uno dei canoni politici della rivoluzione francese fu che la sovranità popolare potesse tradursi in pratica mediante il sistema parlamentare.

Questa fallace credenza arrestò e deviò molti movimenti popolari contro i governi assoluti. La costituzione di un governo parlamentare fu il piatto di lenticchie di molte rivoluzioni.

Malgrado tutte le delusioni che ha generato il sistema parlamentare, il mito del parlamento interprete ed organo esecutivo della volontà popolare, ha così profonde e salde radici che solo qualche movimento d’avanguardia è riuscito a liberarsene completamente. Attualmente non vi siamo che noi ed i repubblicani antiparlamentaristi a non prender parte, né come eleggibili né come elettori, alla vita parlamentare. Come mai il parlamentarismo occupa ancora così buona parte centrale della vita pubblica? Risponde il Ghisleri in un suo interessante articolo sulla questione, pubblicato dalla «Critica Politica».

«Le delusioni o le contraddizioni, che l’esperienza non mancò di far seguire a quella generale illusione, non rettificarono tale convinzione, divenuta un dogma o un presupposto assiomatico che non valeva la pena di discutere. Perché le delusioni furono attribuite a colpa o a deficienza degli uomini, non del sistema; e la passione dei vari partiti di opposizione, concentrata dell’interesse di accreditare questa opinione nel popolo, per colpire gli avversari e sostituirli al potere, coltivò sistematicamente nell’opinione pubblica l’eterna illusione, che i mali derivassero dagli uomini di governo, non già dal meccanismo governatico in se stesso. E siccome le istituzioni parlamentari permettevano la vicenda dei ministeri alimentando l’alterna fortuna e le ambizioni rivali dei capi partito tutte le opposizioni si mostrarono ugualmente devote di un sistema, che poteva portarle al potere. Non è da stupire, che alla medesima illusione abbia soggiaciuto il partito socialista quando dalla prima fase anarcoide della sua preparazione evangelica deliberò di passare a contarsi e a combattere sul terreno elettorale. Come succede agli ultimi venuti, l’ingenuità e la pervicacia o infatuazione dell’illusione doveva anzi durare più a lungo fra i socialisti e dura tuttora, mentre fra i partiti storici più anziani i difetti congeniti del sistema erano già stati acutamente, da autorevoli uomini politici e da studiosi, scoperti, denunciati e comprovati».

Tra gli autorevoli politici e studiosi che criticano il sistema parlamentare è da annoverarsi il Mosca; professore di diritto costituzionale nella Università di Torino e senatore, noto come uno dei più valorosi teorici dell’assolutismo politico. Egli sostiene e dimostra con eccezionale competenza, che, il regime rappresentativo delle monarchie costituzionali, è ben lontano dall’essere l’espressione della volontà popolare. «In tutte le Società, – egli scrive – a cominciare da quelle più mediocramente sviluppate e che sono appena arrivate ai primordi della civiltà, fino alle più numerose e più colte, esistono due classi di persone, quella dei governanti e l’altra dei governati. La prima, che è sempre la meno numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode i vantaggi, che ad esso sono uniti; mentre la seconda, più numerosa, è diretta e regolata dalla prima in modo più o meno legale, ovvero più o meno in modo arbitrario e violento, e ad essa fornisce, almeno apparentemente, i mezzi materiali di sussistenza e quelli che alla vitalità dell’organismo politico sono necessari».
Il Mosca dimostra ampiamente che tale distinzione è applicabile anche negli Stati rappresentativi, nei due trattati: Sulla teoria dei Governi e sul Governo parlamentare ed Elementi di scienza politica. Le osservazioni del Mosca venivano riprese poi da Giuseppe Rensi nel suo libro: Gli «anciens régimes» e la democrazia diretta. Rimando il lettore a queste opere, per non cadere in una esposizione dottrinaria, che sarebbe inopportuna.

Per rendersi conto del fatto che la classe dominante può, attraverso gli ingranaggi del meccanismo costituzionale dello Stato, monopolizzare le funzioni governative, e conservare l’effettivo dominio sulla vita pubblica, è utile soffermarsi ad esaminare una istituzione che rientra nel sistema parlamentare: il Senato. Scrive, a questo proposito, il Ghisleri, nell’articolo sopra citato: «La classe politica era facile a discernere nei regimi assoluti, quando era composta essenzialmente dei nobili e del clero. Nei regimi puramente parlamentari è costituita in modo alquanto dissimile, secondo i paesi; e le sue distinzioni dal popolo appaiono meno marcate; però sempre concorrono a formarla la nascita e la ricchezza. Lo Statuto di Carlo Alberto sotto questo riguardo, è rimasto dei più vicini al precedente regime assoluto: vedansi le categorie fissate per la nomina regia del Senato! Inoltre le tradizioni di privilegio della nascita e della ricchezza prevalfono tuttora, dopo settanta anni, nella consuetudine delle nomine alla carriera diplomatica e consolare e nelle promozioni ai più alti gradi dell’esercito. Carriere le quali formano ancora oggi, se non due caste chiuse, però due sfere distinte dall’alta direzione dello Stato, aulidamente sottratte al controllo e alle ingerenze del Parlamento».

Anche il Parlamento è, in parte costituito di rappresentanti delle classi privileggiate sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale. Anche il Parlamento costituisce l’espressione delle classi politiche dominanti. Pochi deputati vengono dal popolo; la maggioranza proviene dalle classi così dette dirigenti. E nascista, nota il Mosca: «Vuol dire ricchezza, vuol dire relazioni, vuol dire tono e abitudine al comando e ad occupare una posizione importante». Molti infatti sono i deputati di origine plutocratica, che hanno vinto le battaglie elettorali col mercimonio di voti, con la propaganda su larga scala, ecc. Specie nel Meridionale i deputati ricchi sono dei Don Rodrigo che fanno del loro collegio un feudo dominato da una larga rete di interessi e, quando vi sia della resistenza, dei randelli e dei mazzieri. Questi deputati per censo vanno al Parlamento per meglio tutelare i propri interessi, per avere un nuovo campo di affari o perché trovano nella vita politica uno sfogo alla loro vanità. Per molti onorevoli snobs il parlamento poi è un campo sportivo, una casa da gioco, o da thè. Vi sono anche i deputati di origine parlamentare che riescono, pur essendo riusciti in minoranza, ad ottenere la proclamazione con qualche artificio, e che poi vengono convalidati per compiacenza ministeriale.

A questi casi parlamentari si riferiva Toni Arcoleo quando disse che nelle elezioni il corpo elettorale opina, la Giunta delle elezioni designa, la Camera elegge. Rare sono quelle elezioni che sono dovute esclusivamente al prestigio personale del candidato: e questi pochi casi si riscontrano, pur con delle eccezioni, nella vita elettorale dei partiti di sinistra.

Che il Parlamento sia un campo di speculazione affaristico politiche lo dimostra il fatto che una gran parte di deputati viene dall’avvocatura. A questo proposito credo interessante far conoscere l’opinione di… un avvocato: Piero Calamandrei. Il suo libro Troppi avvocati (Ed. La Voce) contiene un interessante capitolo sugli avvocati in Parlamento, in cui è illustrata la ripercussione sulla vita politica dell’ecceso numerico degli avvocati. Ecco alcune cifre significative relative agli avvocati deputati attraverso alcune legislature nella XX erano 220, nella XXI erano 239, nella XXII 246, nella XXIII 255, nella XIV 250, nella XXV 201. Il Calamandrei commentando queste cifre scrive: «Di fronte a queste cifre così eloquenti, Candido direbbe che se la funzione del Parlamento è quella di legiferare, giusto è che vi siano largamente rappresentati i giuristi, che hanno specifica competenza tecnica per far le leggi nel miglior modo possibile; ma in realtà tutti sanno che le leggi, nella loro formulazione tecnica sono ormai, meno opera del Parlamento che della burocrazia; e del resto se si deve giudicare dalla tecnica legislativa, dovremmo direi che è inutile mandare in Parlamento tanti avvocati quando le leggi vengono fuori così tecnicamente imperfette, farraginose, imprecise, frammentarie».

Non a torto, dunque, l’opinione pubblica trova negli avvocati il simbolo e l’eponente dell’odierna degenerazione dell’istituto parlamentare.
Da quanto abbiamo detto fino a questo punto risulta chiaramente che le origini del Parlamento sono le classi ricche e le classi medie, e che, di conseguenza, l’istituto parlamentare è un organismo di classe.

Ma il Parlamento è ben lontano dall’essere l’espressione della volontà popolare, oltre che per la sua stessa costituzione, anche per il suo funzionamento.
I deputati non sono dei delegati del collegio. Il collegio serve per la conquista del seggio parlamentare, ma, ottenutolo, gli elettori non hanno più alcun diritto a fare del loro eletto un portavoce della loro volontà, e tanto meno un esecutore. Il deputato può votare delle leggi che sono contrarie agli interessi dei suoi elettori e può perfino votare per la guerra, vale a dire pesare sulla bilancia di una decisione che riguarda niente di meno che la vita di coloro da cui ha ottenuto il voto. Così in un paese a maggioranza neutralista, come era il nostro, abbiamo avuto una maggioranza parlamentare guerrafondaia.

Il concetto di onestà contrattuale tra il deputato e gli elettori manca completamente in Italia e costituisce anzi una delle più spiccate caratteristiche della vita pubblica italiana. A ragione Giovanni Zibordi, in un suo articolo nella Critica-Sociale scriveva: «La inferiorità della nostra vita politica sta invece in questo ed è rivelata da questo: che si può salire in rinomanza ed entrare alla Camera attraverso un partito e mediante un patto con gli elettori, e si può rimanervi e parlare e votare, quando si è abbandonato quel partito e si è rotto il patto con quegli elettori».

L’argomento meriterebbe una trattazione ben più ampia della presente, ma credo sufficienti questi cenni a dimostrare tutta la menzogna del parlamentarismo come forma di interpretazione ed esecuzione della volontà delle maggioranze. Più si esamina il Parlamentarismo nei suoi caratteri costitutivi e nelle sue principali manifestazioni e più appare colossale la mistificazione parlamentare, che faceva scrivere allo Spencer: «La grande superstizione della politica odierna è il diritto divino del parlamento. L’olio d’unzione sembra sia scivolato da una sola testa su quella di un gran numero, consacrando loro ed i loro decreti».