Indignati o stupidi?

The_Remorse_of_Orestes_(1862)Decisamente, nell’epoca dei media di massa la moda riesce a disgustare con qualsiasi cosa: un colore, un piatto, un vocabolo. Fino a poco tempo fa, non provavo alcuna avversione nei confronti dell’aggettivo indignato. Oggi mi dà la nausea. Non posso più vederlo scritto, al punto di chiedermi come abbia potuto formarsi in bocca.

Del resto avevo torto a non diffidare.

A uno sguardo più attento — degno, indegno, indignato, indignarsi — tutto quel gruppo di parole è decisamente losco.

L’insieme è un derivato dal latino dignus: «che conviene a», «che merita qualcosa».

L’aggettivo deriva da decet: «conviene». Il verbo latino si collega, come ci insegna il Dizionario storico della lingua, a una radice indoeuropea che esprime l’idea di conformarsi o di adattarsi a qualche cosa.

Riprendiamo: Degno significa «che conviene a». Indegno «non conviene». Ma indignato? Si pensa logicamente a «privo di dignità», privo del carattere di ciò che è conveniente e che ne reclama la restituzione.

Ad esempio, la forma primordiale «indignarsi» ha la stessa ambiguità di «innervosirsi», che vuol dire letteralmente «privarsi dei nervi» — e non infastidirsi, come vorrebbe il significato corrente.

Sempre letteralmente, l’invito «Indignatevi!», per lo più formulato al plurale, che si è cercato di ristabilire nella sua integralità biblica (Indignatevi… gli uni con gli altri), suona come una raccomandazione di elevarci un po’ in dignità (verso se stessi o gli uni nei confronti degli altri).

Per attribuire a questa parola d’ordine un residuo di sovversività, bisogna tener presente che dignità rimanda grossomodo all’aggettivo convenzionale. Il significato sarebbe quindi: «Siate meno convenzionali!». Al singolare, «Indìgnati!» si avvicina ad «Alzati e cammina!», tanto per restare nel biblico. Infatti, benché le risonanze cristiane siano involontarie, la dimensione morale è evidente. L’autore che sceglie questo titolo per un saggio richiama ogni individuo a modificare il proprio comportamento morale dinanzi al mondo. Non dice «Unitevi!» (formula comunque caduta nell’ambito pubblico) o «Rivoltatevi!».

Ora, io conosco, come forse anche voi, numerose persone sinceramente indignate, che non si rivoltano né si uniscono. Può darsi che il passaggio dall’emozione all’azione sia possibile; la pratica collettiva, le sue necessità e le reazioni che comporta da parte del sistema si incaricano poi di spalancare gli occhi a coloro che hanno creduto che l’indignazione fosse un valore positivo, da cui trarre un vantaggio materiale. L’evoluzione di alcune persone (non tutte, per fortuna!) impegnate su un movimento di indignazione, nella Rete educazione senza frontiere (Resf) ne è un esempio.

Ispirati dagli occupanti di piazza Tahir, gli Indignati di Madrid e di Barcellona hanno tentato di costruirne un altro esempio. Non è affatto anodino che un così gran numero di persone si riunisca, al di fuori dei partiti politici, sulla parola d’ordine — messa in pratica, sembra — di una democrazia vera e propria o diretta. Tanto meno si tratta probabilmente di una strada nuova in un paese di cui certi non possono o non vogliono — per ragioni diverse su cui non mi soffermo — farsi carico del passato rivoluzionario. Anche se c’è da rimarcare che la difficoltà ad apprendere la questione della violenza (e della non-violenza) in termini materialisti, ovvero tattici, e non in termini di morale astratta, si paga cara a colpi di manganello e di pallottole di gomma.

La ripetizione all’identico — tentata piazza della Bastiglia, o domani piazza di Brouckère — sembra assai più vana, anche se fare degli incontri non è mai perdere il proprio tempo. Il fatto è che, se anche la morale umanistica è identica a Parigi, a Madrid o al Cairo, i rapporti di forza e i rapporti di classe sono differenti.
L’ingenuità, per non dire la stupidità, di simili vecchi o nuovi “resistenti” è di pensare o di fare come se la storia ricompensasse i buoni sentimenti.

Pare basti:
a) essere dalla parte giusta;
b) mostrarlo nella strada;
c) parlarsi ed ascoltarsi fra tutti (vedi i beati del presepe nella grotta di Tarnac)…
perché tutti i ragazzi e le ragazze del mondo — le moltitudini! — si diano la mano e la sovversione generalizzata scuota le fondamenta dell’impero.

A rischio di indignarli un po’ di più, ci si permetta di raccomandare agli amanti dei miracoli di cominciare prudentemente con la trasformazione dell’acqua in vino, che fa sempre il suo bell’effetto durante i barbecue primaverili (male che vada, ci si accontenti del rubinetto), invece di incitare i propri amici (il proprio popolo) alla traversata del mar Rosso senza pinne né salvagente. Là si va sott’acqua e si beve. Per non parlare degli squali e dei guardacoste.

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