Intrighi all’ombra del Cupolone

ombra cupoloneAlbino Luciani non è certo ecclesiastico che si possa ricordare nella sua qualità di illuminato progressista. Eppure la sua storia ha intrecciato così profondamente quella degli affari vaticani da determinarne l’eliminazione fisica. In trentatre giorni di pontificato il coriaceo bellunese è riuscito a mettere in crisi la stabilità di un apparato di potere in quegli anni scosso da profondi cambiamenti.

Possiamo identificare da subito i due punti cardine dell’errore di Luciani compiuto nei confronti dei vertici di Santa romana chiesa. Il primo: cercare il riordino immediato e piuttosto perentorio delle finanze vaticane, a partire dall’allontanamento di uno dei principali responsabili delle politica economica dello Stato più potente del mondo, Paul Marcinkus. Il secondo: la defenestrazione altrettanto immediata dei cardinali in odore di massoneria. A corollario, e per completezza, esiste una terza questione, accreditata da alcuni commentatori, vale a dire la disponibilità espressa da Luciani nel riconsiderare il tema della contraccezione, uno dei capisaldi della dottrina più cupamente reazionaria dei suoi predecessori.

Ma per comprendere meglio l’insieme delle vicende occorse, bisognerà definire meglio il contesto sociale e politico all’interno del quale si svolse questa vicenda ancora da chiarire nei suoi aspetti oscuri, e ne restano davvero molti. Proviamo a rappresentarlo organicamente a beneficio di una memoria storica di cui facciamo continuamente difetto.

Il 1978 resta un anno fatidico nella storia italiana; una volta tanto non parleremo del sequestro Moro se non per annoverarlo tra i fatti da appuntare. Ben oltre l’uccisione dello statista democristiano ad opera delle Brigate Rosse, perfino oltre i confini dell’immaginazione e soprattutto oltre i confini di un decennio raccontato male e apologeticamente da tutta un’intellettualità di sinistra – in particolare quella che organicamente afferiva al Partito Comunista italiano -, sta immobile il convitato di pietra: l’abbiamo chiamato in molti modi diversi negli anni. Con buona pace di quanti ne discutono soltanto l’evidenza economico-finanziaria, lo chiameremo con il suo nome, lo chiameremo sistema occulto. Sia ben chiaro a questo punto che non stiamo parlando di un’astratta entità metafisica; stiamo ragionando invece su un insieme di fatti, cose, persone e soprattutto strategie.

Facciamo un passo indietro. Nel 1941 nasceva un’istituzione destinata a svolgere un ruolo fondamentale nel cinquantennio successivo: lo IOR. L’Istituto Opere di Religione è in sostanza la banca centrale del Vaticano e nel contempo un istituto di credito ordinario. Pio XII lo istituisce con la funzione di amministrare i capitali degli ordini religiosi, degli istituti religiosi maschili e femminili, delle diocesi, delle parrocchie e degli organismi vaticani su scala mondiale. Si tratta in sostanza di una banca senza sportelli che gestisce giornalmente un flusso di capitali che trascendono qualsiasi nostra possibile immaginazione: diverse decine di migliaia di miliardi. In realtà la banca vaticana amministra anche capitali privati e possiede numerosi pacchetti azionari di altri istituti di credito; ciò significa che controlla quasi completamente la rete di banche che a vario titolo partecipano alla vatican connection. Rete di banche, rete di spie: sono questi i due nodi originari del sistema di dominio occidentale del dopoguerra.

Torniamo al ’78. Ciò in cui Luciani si imbattè, una volta insediato su una delle poltrone più importanti del mondo, fu la magistrale, potentissima e altrettanto temibile ragnatela delle connivenze intessuta con certosina pazienza proprio da uno dei prelati che aveva amorevolmente accudito alla persona del suo predecessore, diventandone perfino guardia del corpo, e che era presto salito nella scala della gerarchia vaticana occupandone uno dei posti chiave, la presidenza dello IOR. Paul Marcinkus [3] era uno spietato, questo lo dicono perfino quelli che hanno condiviso con lui gli anni dell’imperialismo economico vaticano nella sua massima espansione, il periodo a cavallo tra ’60 e ’70, ambizioso ed intelligente banchiere di Dio. Seppe trarre enormi profitto dall’amicizia con personaggi dell’infelice calibro di Sindona, Gelli e Calvi; ne pilotò l’ascesa nel mondo della finanza mettendo semplicemente a loro disposizione tutta la forza di cui soltanto lo Stato del Vaticano poteva essere capace, abbracciando interessi, governi e denari dell’intero pianeta.

Ma già sul finire degli anni Settanta, alcuni assetti evidentemente cominciavano a scricchiolare. Non è chiaro per quale impenetrabile ragionamento il Conclave di Roma abbia optato ad un certo punto per Albino Luciani. Perfino David Yallop nella sua famosa e documentata inchiesta non riesce a porre correttamente il problema. Forse perché la battaglia era già in corso: due schieramenti si fronteggiavano all’interno dello Stato del Vaticano ed è probabile che l’orientamento di massima fosse già sul polacco di Cracovia.

Qualcosa però ha spinto qualcuno a spostare le preferenze su Luciani. Un tentativo estremo di rovesciare i rapporti di forza presentando un candidato anomalo. Trentatre giorni di anomalia; un soffio d’aria; una finestra che si apre e si richiude.

E orizzonti che cambiano in fretta; l’Est che ribolle, la Jugoslavia che dà già cenni di disorientamento, la situazione politica interna del paese Italia che porterà ad un rivolgimento istituzionale definitivo della vecchia nomenclatura.

Albino Luciani diventa immediatamente un obbiettivo da distruggere: qualunque cosa avesse intenzione di fare, ed evidentemente non era nei desideri del cittadino di Canale d’Agordo rinunciare alle prerogative etico-culturali della Chiesa romana, giacchè un papa è pur sempre un papa, in quel momento sarebbe stata azione mirata a contrapporsi alla classe dirigente vaticana travolta dal crack Sindona, per un verso, e per l’altro dagli scompensi emotivi sempre più frequentemente manifestati da Roberto Calvi tallonato dagli ispettori della Banca d’Italia. Qualche volta può succedere che il capitale si rivolti contro se stesso, specialmente quando il livello della speculazione finanziaria supera di gran lunga le possibilità stesse del sistema di reggere fughe di denaro che si volatilizzano in una vera e propria orgia di conti correnti bancari.

Il Vaticano, dal canto suo, ben conscio dei servigi che gli amici di Marcinkus potevano rendere, speculò durante tutti gli anni del miracolo economico, consolidando una ricchezza che ha origini lontane. Lo IOR si fa garante negli anni successivi di una serie di investimenti che utilizzando con fredda determinazione ogni spazio possibile nel mercato dei profitti ingigantisce in maniera spropositata le fortune dei cosiddetti rappresentanti di Dio sulla terra. Se è vero quello che sostiene Yallop nel suo libro, in meno di otto ore Paul Marcinkus si libera di un papa scomodo, e completamente non richiesto, per ritornare al punto zero. Ripensandoci oggi a distanza di così tanto tempo e alla luce della guerra nei Balcani, conflitto permanente nell’ultima europa di fine millennio, lo strumento necessario alla penetrazione al di là della famosa cortina di ferro, verso altre pacificazioni apparenti e coatte e verso nuovi, incessanti profitti.