Kid polvere-di-stelle

kidEro a terra, la fortuna m’aveva abbandonato un’altra volta, però adesso ero troppo nervoso, a furia di vino; debole, stralunato; ero troppo depresso per poter rimediare il solito lavoro tappabuchi, e di tutto riposo, come addetto alle spedizioni o magazziniere, sicché andai al Mattatoio e entrai dritto nell’ufficio. non t’ho già visto a te? mi domandò l’uomo.
No, mentii.
invece c’ero stato, due-tre anni fa, avevo fatto tutte le pratiche, la visita medica e cori via, poi m’avevano accompagnato giù per certe scale, quattro piani sottoterra, e man mano faceva più freddo, le pareti erano verdi, il pavimento era verde, e per terra c’era una patina di sangue. M’avevano spiegato il mio lavoro: consisteva nello schiacciare un bottone — li nel muro c’era un’apertura — e poi si sentiva un rumore come un’ammucchiata al rugby oppure d’elefanti alla monta — eppoi veniva fuori una carcassa, sanguinolenta, enorme — e quello mi spiegava: tu la prendi e la carichi sul camion, e poi spingi il bottone e sotto un’altra — e poi era andato via. Appena quello mi ebbe voltato le spalle, mi levai subito il camice, il casco di latta, i gambali (tre numeri più piccoli, per me) e me la svignai su per le scale, e via. ma adesso ecco che mi ripresentavo, ché ero a terra un’altra volta.
mi pari un po’ vecchio, per ‘sto mestiere.
ho bisogno di sgranchirmi. un lavoro bello duro — mentii — è quello che mi ci vuole.
ma gliela fai? lo reggi?
tutto muscoli, sono. facevo il pugile’ sul ring ho combattuto con grossi avversari.
ah sì?
eh sì.
hm, non ti si conosce mica dalla faccia. sì che dovresti averne incassati un bel po’.
lasciamo stare la faccia. un buon gioco di braccia, ci avevo. ce l’ho ancora. ero bravo a schivare, poi.
seguo la boxe. mica ricordo il tuo nome.
il mio nome di battaglia era Kid Stardust.
Kid Stardust? non ricordo nessun Kid Stardust.
ho combattuto in Sudamerica, in Africa, in Europa, nelle isole. combattevo nelle piccole città. per questo, che c’è tanti spazi vuoti nel mio libretto di lavoro, non mi va di segnarci su boxeur, ché si credono che scherzo o che dico una bugia. e così lascio lo spazio vuoto, e al diavolo.
va bene. presentati per la visita medica domattina alle 9 e mezza, e poi attacchi. un lavoro bello duro, mi dicevi?
beh, se casomai ci aveste qualcos’altro…
no, per adesso. sai però che dimostri una cinquantina d’anni? non so mica se faccio bene o no. mica ci va a genio la gente come te che ci fa perder tempo.
io non sono la gente: sono Kid Stardust.
okay, Kid — e rise — allora ti faremo LAVORARE.
non mi piacque il modo come lo disse.

due giorni dopo varcai il cancello e entrai in una baracca, dove mostrai un modulo a un vecchietto, con su scritto il mio nome — Henry Charles Bukowski — e il vecchio mi spedii alla banchina di carico: mi presentassi a un certo Thurman. andai oltre. c’erano diversi uomini seduti su una panca e tutti mi guardarono, manco fossi un invertito, o uno storpio senza braccia.
li guardai con un’aria che voleva essere sdegnosa e, col tono di voce più greve che potessi, domandai:
dov’è Thurman? mi mandano da lui.
uno indicò.
Thurman?
che c’è?
lavoro qui da te.
ah si?
già.
mi guardò.
i stivali non ce l’hai?
stivali?
non ce l’ho, dissi.
ne prese un paio, lì sotto la panca, e me li consegnò. erano vecchi e induriti, me li misi su. stessa storia: tre numeri più piccoli. i diti mi ci stavano stretti e accavallati.
poi mi consegnò un camiciotto insanguinato e un casco di latta. restai lì in piedi a guardarlo mentre appicciava, o come si direbbe con maggior finezza: mentre si accendeva una sigaretta. buttò via il fiammifero con un gesto ampolloso ma calmo e virile.
vieni.
erano tutti negri e, quando m’avvicinai, mi guardarono e avevano un’aria da mussulmani neri. io ero uno e ottanta, ma loro erano tutti più alti di me, o sennò due-tre volte più larghi di torace.
Charley! chiamò Thurman.
Charley, pensai io. Charley come me. adiamo bene. già sudavo sotto il casco di latta.
méttilo al LAVORO!!
gesù cristo oh gesù cristo. ma perché sono finiti i tempi belli? è finita la pacchia. ma perché queste cose non succedono invece a Walter Winchell, che ci crede nel sistema americano, lui? non ero, io, uno dei più brillanti studenti d’antropologia? cos’è successo poi?
Charley mi prese in consegna e mi piazzò davanti un camion lungo mezzo miglio accostato alla banchina.
aspetta qui.
poi arrivarono di corsa diversi mussulmani neri con carriole pitturate di bianco, un bianco sporco e sbrozzoloso, come se alla pittura ci fosse stata mischiata cacca di gallina. e su ogni carriola c’era un mucchio di cosci di vitello che nuotavano nel sangue, un sangue acquoso. no, non nuotavano nel sangue. ci affondavano, come piombo, come palle di cannone, come la morte.
uno dei negri balzò a bordo del camion alle mie spalle e un altro cominciò a scagliare a me quei cosciotti, e io li acchiappavo al volo e li lanciavo a quello lì sul camion che si girava e li sistemava. i cosciotti arrivavano veloci veloci e pesanti e si faceva sempre più pesanti. appena avevo lanciato un coscio e mi rigiravo, un altro coscio era già in viaggio verso di me a mezz’aria. mi resi conto che cercavano di fiaccarmi. cominciai a sudare e ben presto grondavo sudore, a ruscelli mi colava, e la schiena mi doleva, mi dolevano i polsi, non mi sentivo più le braccia, mi faceva male tutto
e barcollavo e ero allo stremo dell’energia. ci vedevo a malapena. a malapena riuscivo a radunare le forze per acchiappare al volo un altro coscio e rilanciarlo, un altro croscio e rilanciarlo. ero tutto schizzato di sangue. i cosciotti badavano a piombarmi sulle braccia con un molle pesante morto PLOPP e le mani mi ci affondavano un tantino come nelle chiappe d’una donna, e non ci avevo nemmeno la forza di gridare: ehi, ragazzi, ma che diavolo vi piglia? piovono i cosci e io giro, barcollo, sotto il mio casco di latta, martirizzato, come messo in croce, e badano a arrivare carriolate di cosciotti, cosciotti, cosciotti, finché non abbiamo completato il carico, e io bado a barcollare e a respirare quella luce gialla. era notte all’inferno, beh, m’è sempre piaciuto il lavoro notturno, a me.
sbrigati!
mi portarono in un’altra stanza. da su per aria, da una grande apertura nel soffitto, un mezzo manzo, o sennò un manzo intero, si, le bestie erano intere, a guardar bene, con la quattro zampe e tutto, insomma una bestia calava giù da su per aria appesa a un gancio, che l’avevano appena assassinata, e si fermò proprio sopra alla mia testa, il manzo mi pendeva sopra il capo appeso a un gancio.
l’hanno ammazzato adesso adesso, pensai, hanno ucciso ‘sto bestione poco fa. come fanno a distinguere un uomo da un manzo? come fanno a accorgersi che io non sono un manzo?
E DAI, SU! FALLO DONDOLARE!
dondolare?
perlappunto… BALLACI INSIEME!
cosa?
oh sant’iddio! GEORGE, vieni qua!
George allora andò a piazzarsi sotto al vitellone morto. l’abbrancò. UNO: corse in avanti. DUE: corse all’indietro. TRE: corse avanti più oltre. il manzo era quasi parallelo a terra. qualcuno spinse un bottone e lui se l’ebbe. se l’ebbe pei mercati della carne del mondo. se l’ebbe per le stupide ben pasciute pettegole stronze massaie del mondo che alle due del pomeriggio in grembiale di casa, fumano sigarette sbaffate di rosso beate e senza niente, più o meno, dentro.
mi piazzai io sotto il manzo successivo.
UNO.
DUE.
TRE.
me l’ebbi. i suoi ossi morti contro le mie ossa vive, la sua carne morta contro la mia carne viva, e oppresso sotto il peso di quella carcassa io pensavo alle opere di Wagner, pensavo alla birra ghiacciata, e pensavo a un bel pezzo di fica seduta sul divano innanzi a me con le gambe accavallate, discinta, e io con un bicchiere in mano m’avanzo su di lei lento e deciso, chiacchierando, mi accosto sempre più a quel corpo immemore, l’afferro, e Charley mi gridò: ORA DEVI ANDARLA A APPENDERE NEL CAMION.
mi diressi verso il camion. da ragazzo avevo appreso, nei cortili delle scuole americane, la vergogna dell’essere sconfitti, e sapevo perciò che non dovevo lasciar cadere in terra quel manzo, poiché ciò avrebbe dimostrato che ero un vigliacco, che non ero un uomo, e che in tal caso non meritavo niente, meritavo solo sberleffi e risate e bastonate, uno deve riuscir vincitore in America, non c’è niente da fare, non c’è altra via d’uscita, e bisogna imparare a combattere per niente, senza fare domande, eppoi, se lasciavo cadere la carcassa, capace mi toccava tirarla su. inoltre, si sarebbe sporcata. non voglio che si sporchi. o meglio… loro non vogliono che si sporchi.
arrivai con la mia soma dentro il camion.
APPENDILA!
il gancio che pendeva dal soffitto era spuntato, come il pollice d’un uomo senza unghia. lasci slittare indietro la culatta del manzo e l’agguanti pel davanti, e nella parte anteriore ci conficchi il gancio. ma quel gancio non entra a nessun costo. PORCA PUTTANA!!!! era tutto grasso era tutta pellàncica dura, dura.
SBRIGATI! SBRIGATI!
consumai le mie ultime riserve e il gancio entrò alla fine. era cosa stupenda da vedere, un miracolo era, quel gancio conficcato nella pellecchia e la bestia appesa là, per conto suo, senza gravare minimamente sulle mie spalle, appesa là per la macelleria e le comari.
SPICCIATI!
entra un negro da un quintale e 20, lesto, insolente, freddo, micidiale, impicca la sua carcassa in una botta, mi guarda. qui, ognuno si sta al posto suo!
okay, asso.
tornai indietro prima di lui. un altro manzo mi stava aspettando. ogni volta che mi sobbarcavo una bestia ero sicuro che quella era l’ultima poi non ce l’avrei fatta più, ma badavo a dire
una ancora
solo un’altra
poi la pianto.
vaffanculo
e grazie tanto.
era quello. che volevano loro, che m’arrendessi. glielo leggevo negli occhi, nei sorrisi, quando credevano che non guardassi. non intendevo dargliela vinta. andai a prendere un altro manzo. ecco il grande campione che esausto ritorna all’attacco, e io andavo a accollarmi la carcassa.
due ore via così poi qualcuno gridò RIPOSO.
ce l’avevo fatta, dieci minuti di pausa, una tazza di caffè, non potranno più costringermi alla resa. m’accodai a loro, era arrivato il carro-ristoro. vedevo il vapore levarsi nella notte dalla cuccuma; vedevo le ciambelle e le sigarette e i panini e le focacce sotto la luce elettrica.
EHI, TU!
era Charley. Charley come me.
che c’è, Charley?
prima di metterti seduto, salta sù su quel camion e spostalo, portalo al box 18.
era il camion che avevamo appena caricato, quello lungo mezzo miglio, e il box 18 era dall’altra parte del piazzale.
riuscii a aprire lo sportello e salii in cabina. il sedile di cuoio era così morbido che, se non ci stavo attento, di sicuro mi sarei addormentato. non avevo mai guidato un camion. guardai e c’erano una mezza dozzina di leve del cambio, pedali, freni e così via. girai la chiavetta e riuscii a avviare il motore. trafficai con le leve e i pedali finché il camion si mosse e lo portai dall’altra parte del piazzale, e intanto pensavo: per quando torno là, il carro-ristoro già sarà andato via. per me era una disdetta, una vera tragedia, era. parcheggiai il camion e restai lì un momento seduto a godermi quel soffice sedile. poi aprii lo sportello e scesi giù, ma misi un piede in fallo — non incontrai la predella o che so io — fatto sta che cascai lungo per terra, come un cristo, col mio camice insanguinato e l’elmetto di latta, caddi come un fucilata. non mi feci male, non sentii niente. mi rialzai giusto in tempo per vedere il carro-ristoro che usciva dal cancello e andava via
vidi i compagni che tornavano alla banchina di carico, ridendo e appicciando sigarette.
mi tolsi i gambali, mi tolsi il camice, mi tolsi il casco di latta e andai verso la baracca, là all’ingresso del piazzale. buttai camice, elmetto e stivali sul bancone. il vecchietto mi guardò:
che? pianti un posto così BUONO?
digli di mandarmelo a casa per posta, l’assegno per due ore di lavoro, o sennò se lo possono ficcare, diglielo, su pel culo. chi se ne frega!
uscii. andai a un bar messicano di rimpasto, mi feci una birreria, poi presi il bus per ritornarli a casa. così uscivo sconfitto un’altra volta da un cortile di scuola americana.