La macchina delle espulsioni

Negli ultimi tempi, si sente molto parlare di CIE e di politiche migratorie, essenzialmente attraverso una retorica dello scandalo: viene propinata l’immagine della famiglia innocente e ben integrata, che lavora qui, i cui bambini sono scolarizzati, e si insiste sull’ignominia del rinchiuderli nei campi. Tutta una retorica viene utilizzata per mobilitare l’indignazione cittadina, per gridare al razzismo vedendosi come dei resistenti, per lanciare vani appelli a riformare la gestione della macchina delle espulsioni, a migliorare le condizioni detentive, a distinguere i “buoni” clandestini dai “cattivi”.

Diciamolo senza giri di parole: non vogliamo aggiungere le nostre lacrime a questo ballo di piangenti, noi non lottiamo contro la macchina delle espulsioni per empatia e ancor meno per pietà, né con lo scopo di renderla più umana, ma per distruggerla. Allo stesso modo, non partiamo dal principio che le persone rinchiuse in questi campi sarebbero delle vittime da soccorrere, oppure che bisognerebbe aiutare la loro integrazione (o reintegrazione) in questa società che vogliamo completamente disintegrare. Da lungo tempo, le logiche sindacali, umanitarie e riformiste hanno dimostrato il loro ruolo nella cogestione delle logiche di sfruttamento, controllo e detenzione; in breve: di dominio.

Gli immigrati clandestini, come tutti gli altri sfruttati, non hanno mai avuto bisogno di sostenitori o di valenti cavalieri protettori, per rivoltarsi; in molti non hanno mai aspettato il semaforo verde di qualsivoglia militante o politico. Ne è testimone, fra una moltitudine di atti individuali e collettivi, dai più quotidiani ai più spettacolari, l’incendio della più grande prigione per clandestini d’Europa: il CIE di Vincennes, nel giungo 2008.

Il CIE non è che una sola delle rotelle della macchina delle espulsioni, che a sua volta non è che una sola delle rotelle di questo mondo di filo spinato e di dominio. Di fatto, non si tratta di un concetto che debba essere discusso sui comodi banchi di qualche università; la macchina delle espulsioni si incarna in una moltitudine di responsabilità concrete: associazioni umanitarie come la CIMADE, France Terre d’Asile, l’Ordine di Malta, Forum Réfugiés e la Croce Rossa, che cogestiscono i centri e le zone di attesa [in porti, aeroporti e zone di frontiera; vi avvengono i controlli dei “sospetti”, NdT], in buona intesa finanziaria con lo Stato; RATP, Air France, Carlson Wagon-Lit, Royal Air Maroc e SNCF: tutti deportano ed alcuni aggiungono i propri controlli a quelli degli sbirri; il gruppo Accor, che dà una mano allo Stato con qualche posto di prigione nei suoi hotel; le istituzioni che organizzano i rastrellamenti e le trappole, come Pôle Emploi [l’ufficio di collocamento, NdT], la CAF [ente pubblico che dà i sussidi familiari, NdT], la Sécu [assistenza sanitaria, NdT]… ; le imprese che organizzano la logistica all’interno delle prigioni, come Sodexo, Avenance, GDF-SUEZ, Veolia, Eurest…; i costruttori, come Bouygues, Vinci, Eiffage; i succhiatori di sangue e di sudore delle agenzie interinali come Randstad, Adecco, Manpower; i sindacati che negoziano i criteri di espulsione a tavolino con lo Stato, come CGT, CFDT, SUD, UNSA, FO e tutti i partiti politici che fanno i propri affari elettorali sulla questione dei migranti…

Tutto un mucchio di collaboratori senza i quali lo Stato, i suoi sbirri, i suoi giudici e gendarmi non riuscirebbero a gestire questa macchina di deportazione. Le motivazioni di queste carogne non hanno nulla di propriamente razzista, poiché il denaro non ha colore ed è a causa della manna finanziaria che arriva nelle loro tasche che essi prestano tutto il loro aiuto a questo sistema di merda.

Mettere in luce le chiare responsabilità di questi collaboratori non significa ridurli alla sola questione delle espulsioni e delle frontiere. Ritroviamo tutti questi avvoltoi nella gestione quotidiana dello sfruttamento, dell’imprigionamento, del dominio; poiché tutti noi, con o senza documenti, siamo carne da frontiere, da secondini, da padroni, da umanitari.

Hanno nomi ed indirizzi:
ognuno di noi può risputare loro in faccia un po’ della loro responsabilità,
nella maniera che ritiene la più opportuna.

In questa guerra sociale senza tregua, è sempre il momento di esprimere il nostro odio senza concessioni, di attaccare senza mediazioni tutto quello che ci rende schiavi.

Fonte: non-fides.fr