La questione Ebrea

La-questioneApparsa in un contesto urbano, la coscienza politica operaia degli ebrei si è sviluppata, fino all’ultimo decennio del XIX secolo, come reazione, da una parte, verso il razzismo diffuso e, dall’altra parte, verso il sionismo che cresceva in popolarità. Lo scopo era allora di ottenere diritti sociali « normali » per i lavoratori ebrei. Comunque, ben presto alcuni denunciarono il carattere utopico del sogno assimilazionista. A partire dal 1894, Martov (Youri O. Tsederbaum) mostra per primo le difficoltà. Per gli Ebrei, egli afferma, la lotta sociale e quella di liberazione nazionale devono andare di pari passo, nella misura in cui la natura dei rapporti di produzione del mondo ebreo dell’Europa dell’est non potrà mai generare una struttura sociale dotata nel sua complesso di una vera classe operaia.

Come creare una situazione rivoluzionaria? Due tesi si affrontano. Per i « territorialisti », la condizione necessaria è l’esistenza di un territorio nazionale e quindi l’autodeterminazione e la formazione di uno Stato ebreo. Per i federalisti [gli appartenenti al Bund ebreo] e gli altri « extraterritorialisti », il groviglio nell’Europa centrale di « nazioni senza storia » e il fatto che gli Ebrei, nel loro insieme, non pensano di espatriare, tutto ciò rende l’ipotesi dello Stato ebreo irreale. Dal momento che, per gli Ebrei, la nazionalità si confonde con la lingua e la cultura, è in questa direzione che essi si orientano a partire dal 1905 (terzo congresso del POSDR): la cultura sarà la patria a-territoriale degli Ebrei, e lo yiddish, l’idioma delle masse, la leva della loro lotta nazionale.

La dottrina austro-marxista dell’’autonomia culturale extraterritoriale sembrava fornire loro una soluzione giuridica. Purtroppo, secondo lo stesso Renner, il suo progetto non si adatta né alle diaspore né alle minoranze sparpagliate. Occorrerà dunque modificare la dottrina di Renner per adattarla al popolo Yiddish. I capi del Bund e del partito Serp [il partito degli operai socialisti ebrei] intraprendono questa riflessione, reclamando la fondazione di un partito multinazionale e la federalizzazione del POSDR su una base nazionale – e altre organizzazioni, in particolare l’Organizzazione operaia social-democratica armena si pronunciavano nella stessa direzione. Agli occhi dei dirigenti del Bund, la Russia, sull’esempio dell’impero Austro-Ungarico, deve diventare una federazione di popolazioni autonome, anche se l’autonomia deve riguardare soltanto le province multietniche.

Il nazionalismo dei federalisti bundisti e di altri militanti ebrei, « territorialisti » o no (Poale-Tsion, Serp), li renderà sempre sospetti ai responsabili dell’Internazionale. Le loro idee sono, al contrario, ben accolte dalla base nella misura in cui la loro rivendicazione si fonda in effetti – e questo può essere l’apporto fondamentale dei socialisti ebrei della Russia alla dottrina austro-marxista – su una cultura religiosa e sociale forgiata da secoli di autonomia nell’ambito dei kehilot. Sono precisamente questi elementi, ai quali non avevano pensato gli austro-marxisti, che dovrebbero permettere di applicare alle comunità ebree i principi dell’autonomia personale.

È nel 1916 che, integrando gli scritti degli austro-marxisti con gli apporti « russi » di Simon Doubnov, Vladimir Medem formulerà la dottrina del Bund in maniera sintetica: « Prendiamo il caso di un paese composta da parecchie nazionalità, ad esempio: Polacchi, Lituani ed Ebrei. Ciascuna di queste nazionalità dovrebbe creare un movimento distinto. Tutti i cittadini appartenenti ad una data nazionalità dovrebbero associarsi ad una organizzazione speciale che organizzerebbe delle assemblee culturali in ciascuna regione e una assemblea culturale generale per l’insieme del paese. Le assemblee speciali dovrebbero essere dotate di poteri finanziari particolari, avendo ogni nazionalità il diritto di riscuotere tasse sui suoi membri oppure distribuendo lo Stato, dai suoi fondi generali, una parte proporzionale del suo bilancio a ciascuna delle nazionalità. Ogni cittadino del paese apparterrebbe ad uno di questi gruppi nazionali, ma l’interrogativo a quale movimento nazionale sarà affiliato dipenderebbe dalla sua scelta personale, e non sussisterebbe il benché minimo controllo sulla sua decisione. Questi movimenti autonomi evolverebbero nel quadro delle leggi generali formulate dal Parlamento del paese; ma, nelle sfere di loro competenza, essi sarebbero autonomi, e nessuno di essi avrebbe il diritto di immischiarsi negli affari degli altri ».

Facendo chiarezza nella confusione tradizionale tra Stato e nazione, Medem propone in sostanza per le regioni a popolazione mista un federalismo nazionale fondato sull’autonomia delle istituzioni sociali. Egli vede la Russia ripartita in « associazioni nazionali » che uniscono gli individui sulla base di una libera scelta personale. Egli immagina, dopo che i gruppi nazionali si siano auto-organizzati sulla base di un « catasto nazionale », la costituzione di « corporazioni di diritto pubblico », persone giuridiche dotate di organismi e di competenze.

Una volta che l’appartenenza nazionale sia stata così eretta sotto forma di « diritto pubblico soggettivo », la nazione stessa diventerebbe « una persona morale di diritto pubblico ». Questo Stato multinazionale – che il professore di diritto francese Stéphane Pierré-Caps ha chiamato la multinazione – continuerebbe ad occuparsi, secondo i principi consueti del federalismo, della difesa, delle relazioni esterne, dell’economia e delle finanze. La gestione degli affari nazionali (in pratica essenzialmente culturali) sarebbe di competenza delle « corporazioni nazionali ».

Per quel che riguarda le zone occupate da popolazioni omogenee, i teorici del federalismo personale si richiamano alla concezione classica di corrispondenza tra amministrazione statale e amministrazione nazionale (principio dell’autodeterminazione territoriale), con un solo consiglio di distretto. Questa mescolanza di federalismo personale e di federalismo territoriale rappresenta l’originalità dei principi qui esaminati.

A partire dal 1925, parecchie personalità di rilievo, tra cui il Baltico-Tedesco Paul Schiemann, si porranno come propugnatori convinti dell’autonomia culturale all’interno del Congresso europeo delle nazionalità (affiliato alla Società delle Nazioni). Si assiste a grandi progressi in tal senso, ma, a partire dal 1933, la crescita dei nazionalismi infrange tutte le speranze in materia di diritti delle minoranze.