La scala a pioli


scalaLa scala a pioli è alta e stretta, bucherellata dai tarli, resa viscida dallo sterco degli uccelli. Continuo a salire verso la luce grigia che piove dalla botola là in alto. I muri della torre sono di pietra scura, sporchi di polvere centenaria. Mi sento sfinito, eppure continuo a salire aggrappandomi al legno fragile e tarlato. In uno stato di tensione intollerabile mi concentro nello sforzo. Il prossimo gradino resisterà sotto il mio peso? Salire in queste condizioni è pericolosissimo. Ad ogni passo il gradino può spezzarsi e rischio di cadere sfracellato. Ancora uno sforzo. Ancora un altro.

Sento una sensazione di ansia infinita dentro di me, mista a sfinimento e paura. A intervalli, le travi sottili e tarlate sorreggono alcune tavole che formano una specie di pianerottolo sfondato e cadente in più punti. La poca luce che piove dall’alto rischiara le pareti anguste della torre alle quali è appoggiata un’altra scala. Fino a quando durerà? Con una sensazione di angoscia mi aggrappo ai gradini. Continuo a salire e sento che la mia vita è appesa a un filo… Non ha senso tutto questo. É un sogno che si ripete ogni altra notte e mi fa risvegliare in un bagno di sudore freddo. Che significato può avere? Ogni volta è un continuo spingersi su per scale insicure verso le sommità delle torri, verso soffitte, granai, celle campanarie…

Dipingere mi fa sentire un Dio nell’attimo della creazione. Mi eleva dalle miserie della vita umana. In quei momenti io immagino Dio come un supremo artista che ha creato l’universo per gioco. L’universo non è niente altro che il sogno e il gioco di un Dio. Nessuno sa cosa provo quando stringo fra le dita un pennello. Toccarlo, mi dà brividi di voluttà. É come se toccassi un giovane sesso femminile, ma di più ancora. É una esaltazione e un’estasi. Quando questa è finita però torno a interrogarmi sull’inutilità delle cose, e mi sembra che ogni nostro sforzo sia destinato a finire nel nulla. Nella sera estiva esco per un appuntamento a casa del Cavaliere. La troppa pioggia dei giorni scorsi ha intasato le fognature e la strada è allagata. Per raggiungere la sua casa isolata mi tocca andare dalla parte opposta, oltrepassare la periferia e aggirare il paese da dietro. Mentre sto per incamminarmi mi torna in mente il sogno ed è come un presentimento di sventura.

É da tanto tempo che non passavo da queste parti. Vecchie costruzioni si susseguono a campi incolti. Su uno spiazzo c’è un variopinto accampamento di zingari. Facce brune e dure di alcuni uomini seduti attorno al fuoco mi guardano con cupidigia. Dopo una curva, lungo un tratto di strada dritto, incontro un uomo che sta spingendo qualcosa, una carriola, davanti a sé. Quando è più vicino mi accorgo che invece si tratta di una ragazza su una sedia a rotelle. Nella luce del crepuscolo lo sguardo della ragazza ferisce come una pugnalata. Occhi grandi e profondi pieni di muta, terribile disperazione. Lei seguita a guardarmi.
Allora saluto e mi avvicino per chiedere un’informazione. L’uomo dai capelli grigi è semplice e buono. Si ferma e resta con calma a parlare con me. Guardo lei: ha il vestito rosa, le calze a fiorellini con le scarpette bianche.

“É sua figlia?” gli chiedo dopo una pausa di silenzio.
“Sì”.
“É molto bella. Come si chiama?”
“Ann Rose”.
“Quanti anni ha?”
“Dodici”.
La ragazza seguita a guardarmi con una espressione intensa di stupore e attesa.
“Non può parlare?”
“No, ma capisce perfettamente”.
“Da quando è così?”
“Dalla nascita”.
“Oh” sospiro. Ancora la sofferenza! La sofferenza inutile che stringe l’anima, che annienta sotto il peso della sua incomprensibilità.
“Piccola cara” le dico accarezzandole il viso. Di colpo i suoi occhi si illuminano e il suo volto mi regala un sorriso meraviglioso, muto, eppure dolcissimo che esprime gratitudine e speranza. Resto ancora con la mia mano tra i suoi capelli sentendomi investito da onde di felicità.

Quando la saluto ho il cuore stretto in una morsa. La sofferenza! É impossibile evitarla. Già la sua presenza nel mondo, la sola consapevolezza della sua esistenza rende impossibile l’espansione della gioia. Come si può essere felici vedendo questo accanto a me, sapendo che per un puro caso non ci sono io al suo posto, su quella sedia. No, devo scuotermi da questi pensieri per comunicare con l’arte un mio messaggio di bellezza. É scesa la notte e nella periferia del paese adesso si danno convegno i reietti della società. Negli anfratti dei muri ci sono mendicanti accoccolati per terra. Altri diseredati dormono nelle panchine.

Il vento agita gli alberelli scarni ai lati del marciapiede, si ingolfa in folate dentro agli androni. Le fronde si incurvano a tratti fino a sfiorarmi e mi sforzo di evitare questo contatto gelido che mi fa rabbrividire. Proseguo al centro del marciapiede dove si alzano le erbacce. I lampioni sono rari e distanziati da queste parti. Da un portone davanti a me esce un tizio che cammina storto e con una tovaglia in spalle. É uno dei tanti balordi.

Si ferma a guardarmi con occhi spiritati tanto che ho paura che stia per avventarmisi contro, invece attraversa di colpo la strada. L’uomo si trascina stancamente fra i bidoni della spazzatura.
A tratti parla da solo con tono lento e solenne come se si rivolgesse a una folla. Ci sono solo cani randagi a quest’ora. É un pazzo o un ubriaco.

“Venite a me creature tutte che soffrite. Caricate su di me le vostre piaghe, i vostri dolori, i vostri martiri. Infelici, afflitti, malati…”
L’uomo è alto e magro con i capelli biondastri ed è vestito di stracci color sabbia. Seguita a camminare barcollando fra le sterpaglie di quei giardinetti di periferia. Ogni tanto si appoggia a un bidone delle immondizie per prender fiato.
“Il santo era presso Dio ed era Dio ma un giorno ebbe compassione del mondo e discese fra gli uomini per salvarli… per redimerli… Fratelli… Figli…” dice allargando le braccia e la sua figura si leva terribilmente jeratica e obliqua in quel momento.
Per un attimo ferma il suo sguardo verso di me, e resta immobile con le braccia in alto, come estasiato. Poi si volta e riprende lentamente a camminare e a borbottare: “Venite a me… Io sono la luce…Io porto la luce… Accorrete…”

Il vento di fine luglio solleva mulinelli di polvere, cartacce corrono per la strada, insieme alle foglie secche. Si odono adesso le grida di scherno delle donnacce. Alcuni teppisti mi sorpassano schiamazzando. Oltre la periferia devio prendendo la strada sassosa che costeggia i campi e così arrivo di fianco alla casa del Cavaliere.

Il Cavaliere è un grande mecenate e collezionista in modo maniacale di ogni genere di cose. Oltre ai libri e ai quadri vi sono collezioni di medaglie, spade, bottiglie, serrature, dizionari, anelli… Quest’uomo magro, zoppicante, con l’eterno vestito grigio mi attende nel salotto da fumo. Le pieghe del volto paiono intagliate nel legno: “Venga Claude, lei è un’anima grande, perché crede nella bellezza”. Discutiamo del lavoro da fare prima di passare in rassegna le bacheche.

Dietro lo scintillio dei vetri, sui velluti corrosi, stanno gli oggetti resi opachi dal tempo. Oggetti carichi di emozioni di persone che ora sono morte da secoli. Un mondo statico di sensazioni imbalsamate dove le brutture della vita appaiono attutite. In questi depositi del tempo dove tutto sta ammassato e cristallizzato, non c’è differenza fra dolore e piacere, fra le realtà e i sogni degli uomini. Glielo faccio notare e il Cavaliere, verso mezzanotte, propone uno strano brindisi: “All’arte, Claude, all’arte e alla vita. All’arte che preserva la bellezza, l’unica cosa che vale nella vita”. Bevo con lui, ma nota la mia indecisione e prosegue: “Che avete, Claude, stasera? Dov’è finito il vostro entusiasmo di eletto?”
“No, stasera mi sento solo un povero uomo. La vista della sofferenza mi sconvolge perché non ne conosco il motivo e mi fa provare un senso di impotenza a soccorrere”.
“Ah! La vita è sublime, meravigliosa, assurda, insensata, fatta di fango e di sterco”. Fa una pausa prima di concludere amaramente: “La vita è fatta di dissidi, di antinomie, di contraddizioni. La vita esiste perché si nutre di se stessa!”
“Non basta per spiegare la sofferenza. Non basta per giustificarne la presenza nel mondo!”
E questo pensiero mi accompagna fino all’ora di congedarmi.