La storia dimenticata dell’autonomia culturale

tempoIl miscuglio di popoli differenti è sempre esistito, ma un tale fenomeno si è moltiplicato verso la fine del XX secolo a causa di milioni di rifugiati, di profughi e di lavoratori che emigrano e che si disperdono nel mondo.

Non si contano più le commistioni etniche e culturali.

Stando così le cose, anche con una vera volontà politica, diventa sempre più irreale pretendere di assicurare anche solo un minimo di diritti culturali a tutti.

In particolare, come offrire l’accesso a un insegnamento nella propria lingua materna a persone sparpagliate in mezzo a popolazioni differenti?

Qualche anno fa si sono costatate le difficoltà di un tale sforzo in Bosnia dove tutti i progetti – anche quelli detti di “cantonizzazione” cioè la creazione di cantoni a popolazione culturalmente omogenea – si sono scontrati con l’impossibilità di applicarsi alla dispersione delle persone coinvolte. Da tempo circolano sul tema alcune idee e risulta interessante analizzarne alcune.

Infatti, il concetto di uno statuto personale per ogni individuo, indipendentemente dai suoi spostamenti territoriali, è molto antico.

Dopo le grandi invasioni del V secolo, nell’Europa centrale, i diritti basati sulle tradizioni germaniche dei nuovi arrivati hanno convissuto durante parecchi secoli con il diritto romano, fino a quando, con la sedentarizzazione dei diversi gruppi, il diritto privato finì per unificarsi. L’idea della personalità delle leggi [cioè le leggi si rapportano alla persona a cui si applicano] si perpetuerà a lungo sotto forma di un regime di auto-amministrazione di talune popolazioni aventi caratteri particolari estremamente marcati. I Sassoni della Transilvania (nell’attuale Romania) ottennero così nel 1486, dal re di Ungheria Mathias I Corvino, un regime autonomo per la loro “nazione”. La Costituzione della Transilvania si fondava allora sull’unione di tre nazioni: unio trium nationorum.

In Europa, alla fine del Medio Evo, in base agli interessi del momento, i sovrani accordavano talvolta agli Ebrei delle garanzie revocabili senza preavviso. Lo statuto degli Ebrei polacchi all’inizio dell’immigrazione degli aschenazi [Ebrei dell’Europa centrale e settentrionale] illustra bene tale politica. Arrivando nel regno della Vistola (la Polonia dell’epoca), gli Ebrei si vedevano offrire un certo numero di vantaggi che si reputava corrispondessero a quelli di cui beneficiavano nel loro paese di origine. I termini dello statuto concesso su queste terre nel 1264 dal duca Boleslav di Kalisz, sul modello dell’editto di Magdeburgo, sono emblematici a tale riguardo. Serviranno poi da modello a molti altri statuti posteriori.

A causa della sua religione e della sua “origine etnica” la comunità ebrea era colà riconosciuta come un corpo sociale particolare organizzata in comuni (in ebraico kehilot) che beneficiavano dell’autonomia interna. Qualsiasi attentato a una persona o a un bene ebrei, considerati come proprietà del principe, (servi camerae), era ritenuto come un attentato al patrimonio del sovrano.

Nel 1334, il re Casimiro III (Casimiro il Grande) estese questo regime a tutto il regno. Nel 1388, Vytautas di Lituania seguì lo stesso esempio. Questo marchingegno di attrarre immigranti non era privo di intenzioni nascoste, essendo lo sfruttamento delle persone “protette” pratica corrente. Astuzia raffinata, il “metodo della spugna” consisteva nell’attirare ufficialmente gli Ebrei, perseguitati altrove, con dei vantaggi e delle garanzie largamente diffuse. Allorché la comunità interessata prosperava e diventava solvibile, la si espelleva, spogliandola così dei suoi beni e interessi. Successivamente, si proponeva agli Ebrei di rientrare riacquistando i beni e i vantaggi di cui essi erano stati spogliati…

Un altro modo di affrontare il problema delle minoranze religiose era il sistema ottomano dei millets (comunità di persone appartenenti ad una religione diversa dall’Islam). In un universo musulmano dove la religione e la società civile rappresentano un tutt’uno, le autorità di Costantinopoli, sottomesse ad una costante pressione da parte delle potenze occidentali, dovevano trovare un regime accettabile per i soggetti ottomani non musulmani ma appartenenti al “popolo della Bibbia”. Dal momento che il musulmano possedeva, secondo il diritto coranico, uno statuto personale che non poteva essere alterato da nessun trasferimento territoriale, era naturale che uno statuto analogo fosse riconosciuto a coloro che erano sotto la protezione dell’Islam, i dhimmis. Questo statuto, secondo il regime detto delle “capitolazioni”, fece dei Cristiani, soprattutto a partire dal XVIII secolo, i beneficiari di regimi giuridici particolari che operavano sotto l’egida degli Stati occidentali.

Per quanto riguarda l’Europa centrale, nel contesto delle rivoluzioni del 1848, troviamo le riflessioni di colui che fu chiamato il “Tocqueville ungherese”, Jozef Eötvös (1813-1871). Ministro del governo democratico ungherese del 1848 e futuro architetto del compromesso austro-ungherese del 1867, questo barone illuminato è un precursore del pensiero occidentale per quanto riguarda le applicazioni concrete del principio delle nazionalità. Egli è uno dei primo, se non il primo, ad aver escogitato il sistema dell’autonomia personale.

Nella sua opera Il problema delle nazionalità (1856), formulando in maniera originale il parallelo tra religione e nazionalità, egli considera l’appartenenza ad una nazionalità (identificata nella lingua) come un diritto puramente individuale a carattere soggettivo. Nel contesto dell’epoca, questa visione laica dello Stato non porterà sempre l’autore a proporre un sistema costituzionale basato su tale riconoscimento; è solo in un periodo successivo, a Vienna, che queste idee troveranno uno sbocco concreto su piano politico.