La teoria dell’a poco a poco

a poco a pocoCome in materia di pedagogia morale, quelli che si atteggiano a Catoni sono sempre i più indecenti figuri che rimproverano agli altri le turpitudini di cui essi sono stati generalmente maestri, anche nel campo della sociologia troviamo i Catoni da strapazzo, i pedagogi presuntuosi, ignoranti che rimproverano a certi partiti o a certe scuole politiche i grandi salti teorici che essi, il loro partiti o le loro scuole filosofiche hanno compiuto sul terreno pratico dei fatti.

Così, per esempio, ci sentiamo dire:
«Voi anarchici siete anti-scientifici; vorreste rovesciare il mondo di un colpo; e non comprendete che natura non facit saltum, che tutto sì trasforma lentamente, a poco a poco, per legge di evoluzione, ecc., ecc.».

Non perderemo il nostro tempo a dimostrare l’assurdità di questo principio, sedicente scientifico, che non riposa su alcuna legge certa, positiva della natura (poiché in qualunque campo della vita assistiamo alla produzione dei fenomeni che trasformano repentinamente un dato numero di cose) e ci limiteremo semplicemente ad osservare che questi apostoli della teoria evoluzionista son generalmente dei buoni conservatori, dei buoni borghesi, che hanno accumulato in fretta delle discrete fortune, obbedendo ben poco a quella legge dell’«a poco a poco» e del lento divenire, di cui si dichiarano coraggiosamente partigiani.

L’assassino che con un colpo di pugnale tronca la vita e deruba la fortuna di un possidente, a misfatto compiuto diverrà predicatore della dottrina evoluzionista e ripeterà con Linneo che la natura non fa salti. Un generale che in pochi quarti d’ora fa tabula rasa di 100.000 uomini, rovescia un impero e s’impadronisce di un territorio, dopo la carneficina — se discuterà di conquiste e di progressi — risulterà il più accanito difensore della teoria evoluzionista, e dirà che le cose si cambiano sempre e si conquistano a poco a poco.

La borghesia che rovesciava di un colpo il regno di Luigi XVI per sostituirlo con una repubblica, grida scandalizzata che gli anarchici sono dei pazzi perché vogliono trasformare il mondo colla rivoluzione e sostiene che solo a poco a poco, evolutivamente, potrà modificarsi l’ordinamento economico e politico della società.

E perché ciò avvenga… è necessaria molta educazione nel popolo, molta propaganda, molta pazienza. La borghesia, però, si contentò di fare la sua rivoluzione con un popolo avvassallato, abbrutito da lunghi secoli di abominio cesareo e pretesco, così come il generale era orgoglioso di far la sua entrata trionfale nella città conquistata, alla testa di un esercito di cannibali e e di incoscienti.

E così, come avviene per le leggi sociali, che i primi ad infrangere sono sempre quelli che le hanno fatte, altrettanto diremo per le così dette leggi naturali, che la convenienza prescrive, i cui infrattori sono sempre coloro che le inventarono. Non c’è privilegio, non c’è diritto di classe che non sia stato conquistato violentemente, d’un colpo e non c’è partito politico che si sia piegato alle leggi dell’a poco a poco e dei pacifici tramonti.

Ciascuno — individuo o partito — ha dato sempre il colpo quando è capitato il destro, al momento opportuno, senza star troppo a filosofare sulle convenienze etiche e sulla biologia. Il capitalista che impiega tutti i mezzi e ricorre ai sistemi più infami di sfruttamento sui propri operai per accumulare al galoppo dei milioni, vi denunzia come un sovversivo della peggiore specie, se in base alla teoria evoluzionista cercate limitare quanto più è possibile i suoi lauti guadagni affinchè si arricchisca a poco a poco; e l’industriale che adultera vino, liquori, derrate alimentari, che avvelena mezzo mondo coi suoi genuini prodotti, per accumulare, in pochi anni, ingenti capitali, farà tutto il possibile per mandarvi in galera, se denunzierete al pubblico le sue criminose operazioni e lo richiamerete all’osservanza della legge di Linneo; ma, quando si parla di anarchici, dirà che sono dei pazzi perché vogliono trasformare con troppa fretta il mondo.

Che dovremmo far noi per realizzare le nostre idee? Adattarci all’ambiente, incrociare le braccia nella tranquilla attesa che le classi privilegiate prendano a cuore la nostra sorte e che l’evoluzione compia la sua grand’opera millenaria di rigenerazione sociale! Confessiamo con franchezza che questa teoria così cara ai signori che ci comandano e ci spogliano, non riusciamo a comprenderla — tanto ci pare nebulosa ed assurda.

Mentre tutto è frode e rapina intorno a noi, mentre le caste parassitarie non conoscono, per la conservazione dei loro privilegi, altra forza che quella del cannone, e i partiti politici, anche i più moderati, non esiterebbero a mettere il mondo a soqquadro per la conquista del Potere e per il trionfo dei loro programmi; mentre tutto l’ordinamento borghese che ci schiaccia è fondato sulla violenza e unicamente colla violenza c’impone la sottomissione incondizionata ai suoi regimi di sfruttamento e di schiavitù, noi soli — soltanto noi anarchici — dobbiamo uniformarci alle leggi dell’evoluzionismo
universale, ed attender…

Che cosa? Siamo stanchi di attendere, siamo stanchi delle promesse, siamo stanchi delle riforme, siamo stanchi delle altalene politiche e delle metamorfosi pulcinellesche. Sono migliaia d’anni che ci si trastulla colla cantilena dell’evoluzione delle leggi e dei costumi, che ci si addormenta colla ninna-nanna delle conquiste graduali e dell’a poco a poco. Agli schiavi dell’impero romano, i cristiani dissero di attendere la morte come soluzione di tutti i mali e promisero loro un regno ipotetico di felicità nel cielo. Ai servi della Chiesa i mestatori della politica promisero una sorte migliore su questa terra, e li esortarono ad attendere la monarchia costituzionale, ed ai popoli avvassallati dalla monarchia fu detto di attendere la turlupinatura della repubblica. Che dobbiamo attendere adesso? Tutte queste trasformazioni politiche sono avvenute, questi diversi regimi li abbiamo sperimentati, ma la felicità del popolo è di là da venire! Il mondo è ancora nelle mani dei ricchi, le masse lavoratrici sono ancora schiave del capitale, la libertà e il diritto alla vita lettera morta.

Che dobbiamo attendere? — Che il popolo s’istruisca, che il popolo si emancipi! — D’accordo, signori. Ma per istruirlo, per emanciparlo, per indurlo a spezzare definitivamente le catene del secolare servaggio, bisogna fargli sentire tutto l’orrore della società presente, sloggiare dal suo cervello tutti i pregiudizi religiosi e morali che lo tengono incatenato al carro delle sue miserie; fargli comprendere che i patimenti, i governi, le leggi, sono impotenti a risolvere i problemi palpitanti della società, e che fino a quando la proprietà privata non sarà rovesciata, soppressa sotto tutte le sue forme, fino a che l’anarchia non sarà un fatto compiuto, la felicità umana resterà sempre allo stato di generosa utopia nel cervello dei pensatori.