La teoria dell’ordine spontaneo

ordine caos

I gruppi di volontari, organizzatisi in ogni caseggiato, in ogni strada, in ogni quartiere, non avranno difficoltà a mantenersi in contatto e ad agire all’unisono… se i sedicenti teorici «scientifici» si asterranno dal ficcare il naso… Anzi, spieghino pure le loro teorie confusionarie, purché non venga loro concessa alcuna autorità, alcun potere! E le meravigliose capacità\organizzative di cui dispone il popolo – che così raramente gli viene concesso di mettere in pratica – consentiranno di dar vita, anche in una città grande come Parigi, e nel bel mezzo di una rivoluzione, a una gigantesca associazione di liberi lavoratori, pronti a fornire a se stessi e alla popolazione i generi di prima necessità. Date mano libera al popolo, e in dieci giorni il rifornimento alimentare funzionerà con la precisione di un orologio. Solo coloro che non hanno mai visto la gente lavorar sodo, solo quelli che hanno passato la vita tra montagne di documenti, possono dubitarne. Parlate del genio organizzativo del «grande incompreso», il popolo, a chi ha assistito, a Parigi, ai giorni delle barricate o a chi ha avuto modo di vederlo in azione durante il grande sciopero dei portuali londinesi, quando si trattò di dar da mangiare a mezzo milione di gente affamata: essi vi dimostreranno quanto sia più efficace dell’ufficiale inettitudine di Bumbledom.
Pètr Kropotkin, La conquista del pane

Una componente importante nell’impostazione anarchica dei problemi organizzativi è costituita da quella che potremmo definire la teoria dell’ordine spontaneo. Essa sostiene che, dato un comune bisogno, le persone sono in grado, tentando e sbagliando, con l’improvvisazione e l’esperienza, di sviluppare le condizioni per il suo ordinato soddisfacimento; e che l’ordine cui si approda per questa via è di gran lunga più duraturo, e funzionale a quel bisogno, di qualsiasi altro imposto da un’autorità esterna. Kropotkin derivò la sua versione di questa teoria dai suoi studi sulla storia della società umana e dalla riflessione sui fenomeni che caratterizzarono i primi passi della Rivoluzione francese e della Comune parigina del 1871. Essa è stata confermata in quasi tutte le situazioni rivoluzionarie, nelle forme organizzative con cui la gente reagisce alle catastrofi naturali, e in ogni attività che si svolga in assenza di modelli precostituiti di organizzazione o strutture gerarchiche dell’autorità. Il principio di autorità permea a tal punto ogni aspetto della nostra società che solo nelle rivoluzioni, in situazioni di emergenza o nell’ambito di «happening» il principio dell’ordine spontaneo riesce a emergere. E abbastanza, comunque, perché ci si possa fare un’idea del comportamento umano che gli anarchici considerano «normale» e gli autoritari semplicemente una stranezza.

Un clima del genere era riscontrabile, ad esempio, durante la prima Aldermaston March, o nelle fasi dell’occupazione generalizzata di campi militari da parte di abusivi, nell’estate del 1946, di cui ci occuperemo nel capitolo VII. Tra il giugno e l’ottobre di quell’anno quarantamila senza-casa occuparono, agendo di loro iniziativa, più di mille campi in Inghilterra e in Galles. Organizzarono ogni sorta di servizi comuni, nell’intento di trasformare quelle squallide baracche in qualcosa che assomigliasse a una casa, mettendo in piedi, ad esempio, cucine collettive, lavanderie e asili per i bambini. Inoltre si federarono per costituire una Squatters’ Protection Society (Associazione di difesa degli occupanti). Una caratteristica molto interessante di queste comunità di abusivi era quella di essere formate da gente che, a parte il fatto di essere senza casa, aveva ben poco d’altro in comune: vi erano tra di loro stagnini e docenti universitari.

Anche i pop-festival della fine degli anni Sessanta, a dispetto dello loro strumentalizzazione commerciale, costituirono un esempio di quel tipo di comportamento umano, anche se, naturalmente, a questo aspetto non si sono mai interessati i titoli dei giornali. Nell’appendice di un rapporto al governo, il rappresentante di una amministrazione locale parla di «atmosfera di pace edi appagamento diffusa tra i partecipanti»; un ecclesiastico accenna a «un’atmosfera di grande rilassatezza, amicizia, voglia di mettere tutto in comune». Commenti analoghi suscitò la città improvvisata a Woodstock, negli Stati Uniti, in occasione del festival: «Woodstock, se fosse durata, sarebbe diventata una delle città più grandi d’America, e sarebbe stata certamente unica per i criteri con i quali i cittadini conducevano la propria vita collettiva».

Un’esemplificazione interessante della teoria dell’ordine spontaneo, anche se di genere diverso perché volontariamente perseguito, ci è stata fornita dal Pioneer Health Centre di Peckham, un sobborgo meridionale di Londra. Venne fondato durante i dieci giorni che precedettero lo scoppio della seconda guerra mondiale da un gruppo di fisici e biologi che intendevano studiare la natura della salute e le caratteristiche del comportamento sano, al contrario degli altri medici dediti da sempre all’osservazione degli stati patologici. Decisero che il modo migliore per far ciò fosse quello di dar vita a un club, al quale i membri aderissero con tutta la loro famiglia, potendo disporre, in cambio dell’iscrizione per la famiglia e dell’impegno a sottoporsi a visite periodiche, delle attrezzature messe a disposizione dal centro. Per poter trarre conclusioni valide i biologi di Peckham ritennero di dover osservare esseri umani che vivessero in condizioni di assoluta libertà, liberi di esprimere desideri e di comportarsi in conseguenza. Non c’erano, quindi, né norme, né regolamenti, né capi. «Io ero l’unico, là dentro, dotato di autorità», disse Scott Williamson, il fondatore, «e ne facevo uso soltanto per evitare che chiunque esercitasse qualsiasi forma di autorità». Per i primi otto mesi ci fu il caos. «Con le prime famiglie», disse un osservatore, «arrivò un’orda di bambini indisciplinati, che si misero a scorrazzare per tutto l’edificio del centro come se si trattasse di una strada di Londra. Scorrazzando e correndo come teppisti per tutte le stanze, riducendo a mal partito mobilio e attrezzature», essi resero la vita impossibile per chiunque. Scott Williamson, comunque, «insistette che la pace doveva essere restaurata senza bloccare la reazione dei bambini alla varietà di stimoli che venivano messi sulla loro strada».

Questa fiducia venne premiata: «In meno di un anno il caos si trasformò in ordine, con gruppi di bambini che nuotavano, pattinavano, giravano in bicicletta, si esercitavano in palestra, giocavano e talvolta andavano addirittura a leggersi un libro in biblioteca… Le corse sfrenate e gli schiamazzi erano ormai cose del passato». In uno dei numerosi e interessanti rapporti sull’esperimento di Peckham, John Comerford tira la conclusione che «una società lasciata a se stessa, in condizioni tali da consentirle una spontanea espressione dei suoi bisogni, è in grado di trovare i modi della propria conservazione e raggiungere un livello di armonia dei comportamenti ben al di sopra delle possibilità di qualsivoglia leadership imposta dall’esterno»3. Alle stesse conclusioni arrivò Edward Allsworth Ross nel suo studio sulla «vera» (cioè non leggendaria) evoluzione delle società di «frontiera» nell’America del secolo scorso.

Esempi altrettanto significativi di fenomeni del genere vengono riportati da chi è stato abbastanza audace, o fiducioso in se stesso, da riuscire a dar vita a comunità di giovani «delinquenti» autogovernate e non punitive, come ad esempio August Aichhorn, Homer Lane e David Wills. Homer Lane è l’uomo che mise in piedi una comunità di giovani e ragazze, affidatigli dal giudice, chiamata Little Commonwealth (Piccola repubblica). Egli era solito affermare che: «La libertà non può essere data. Viene conquistata dai ragazzi con la ricerca e la fantasia». Fedele ai suoi princìpi, ci dice Howard Jones, «egli rifiutò di imporre ai ragazzi un sistema di governo mutuato dalle istituzioni del mondo degli adulti.

La struttura di autogoverno della Little Commonwealth venne elaborata dai ragazzi stessi, non senza fatica e lentezza, in modo che potesse soddisfare pienamente i loro bisogni». Aichhom, della stessa generazione, fu un uomo altrettanto audace che dirigeva una casa per ragazzi disadattati a Vienna. Questa è la descrizione che ci fa di un gruppo particolarmente aggressivo: « I loro gesti di aggressività divennero sempre più frequenti e più violenti, finché tutto il mobilio della casa fu pratica- mente distrutto, i vetri rotti e le porte ridotte a brandelli. Una volta un ragazzo saltò fuori da una doppia finestra, senza badare alle ferite provocategli dai vetri in frantumi. Alla fine non si mangiava neppure più a tavola, perché ciascuno si trovava un angolo nella sala giochi e lì divorava accucciato la sua razione. Grida e urla si potevano sentire anche da molto lontano». Aichhom e i suoi colleghi riuscirono a controllarsi dimostrando una forza sovrumana e un’illimitata fiducia nel loro metodo, difendendo i loro ragazzi dall’ira dei vicini, dalla polizia e dalle autorità comunali, e alla fine “la pazienza diede i suoi frutti”. Non solo i ragazzi si tranquilizzarono, ma diedero prova di grande attaccamento per quelli che lavoravano con loro…

Attaccamento sul quale, ora, doveva essere fondato il processo di rieducazione. Finalmente i ragazzi avrebbero potuto essere educati in modo libero, senza i limiti imposti loro dal mondo reale». In molte altre occasioni gente in sé abbastanza libera e dotata della forza morale, della pazienza e della tolleranza illimitata che questi metodi richiedono, è riuscita a ottenere risultati analoghi. Il fatto che nella vita di tutti i giorni uno non debba aver a che fare, almeno in teoria, con caratteri così difficili, dovrebbe rendere meno sconvolgente un’esperienza di questo genere; ma nella vita normale, al di fuori degli ambiti appositamente protetti, noi interagiamo con altri con l’obiettivo di portare a termine qualche compito comune, e l’apparente mancanza di costrutto, la noia del perder tempo, nell’attesa che si costituiscano forme d’ordine spontanee, comportano il pericolo che qualche amante dell’ordine intervenga, nel tentativo di imporre metodo e autorità, al solo fine di vedere qualcosa realizzato. Basta guardare al comportamento dei genitori con i propri figli per vedere come i limiti di tolleranza al disordine, in quel contesto, variano enormemente da individuo a individuo Generalmente coloro che amano l’ordine e intervengono in modo punitivo, lo fanno a causa della loro stessa repressione e insicurezza.

Chi invece sopporta con tolleranza il disordine appartiene a una categoria di persone diverse, e il lettore non avrà certo dubbi su quale dei due tipi sia preferibile come convivente. Su un piano completamente diverso è quel tipo di ordine spontaneo che emerge nei rari momenti della storia umana in cui una rivoluzione sia riuscita a togliere l’appoggio, e quindi il potere, alle forze dell’ordine costituito. Mi è capitato di parlare una volta con un giornalista scandinavo di ritorno dal Sudafrica: ciò che l’aveva maggiormente impressionato di quel Paese era il fatto che i sudafricani bianchi si parlavano l’un l’altro con un tono incredibilmente rabbioso. Secondo lui, questi erano talmente abituati a gridare ordini o rimproveri alla loro servitù che questa attitudine influenzava anche il modo di parlare tra loro. «Nessuno è gentile laggiù», mi diceva. Queste sue considerazioni mi portarono alla mente un esempio di genere opposto. In una trasmissione sull’anniversario dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, una giornalista ritornava all’estate del 1968 a Praga, dove «tutti erano diventati più gentili, più rispettosi degli altri. Criminalità e violenza erano diminuite. A noi tutti pareva di compiere imo sforzo particolare per rendere la vita più tollerabile, proprio perché così intollerabile era stata fino ad allora».

Ora che la primavera di Praga e la lunga calda estate cecoslovacca appartengono alla storia, noi abbiamo la tendenza a dimenticare – anche se certamente i cecoslovacchi non dimenticheranno – il mutamento di qualità nella vita di tutti i giorni; e gli storici, tutti presi con le fluttuazioni superficiali dei politici, o con questa o quella dichiarazione di un Comitato centrale o di un Presidium, non ci dicono nulla delle impressioni dell’uomo della strada. In quel periodo John Berger scrisse dell’enorme impressione fattagli dalla trasformazione dei valori: «Lavoratori di vari enti e imprese si prestarono a lavorare spontaneamente alla domenica per contribuire al ‘Fondonazionale’. Gli stessi per i quali, qualche mese prima, il massimo degli ideali era una società dei consumi, offrivano ora denaro per salvare l’economia nazionale. (Un gesto abbastanza ingenuo da un punto di vista economico, ma molto significativo sul piano ideologico). Ho visto per le strade di Praga folle di avoratori con la faccia illuminata da un senso evidente di responsabilità e di orgoglio.

Quell’atmosfera era destinata a durar poco. Ma costituì un’indicazione indimenticabile delle potenzialità fino allora inespresse di un popolo: della rapidità con la quale si possa aver ragione di una condizione di demoralizzazione». E Harry Schwartz del «New York Times» ci ricorda che «lieto, spontaneo, informale, rilassato erano gli aggettivi che i corrispondenti stranieri usavano più spesso per descrivere lo sfogo liberatorio dei cittadini di Praga». Che cosa faceva Dubcek in quei mesi? «Tentava di porre dei limiti alla spontanea rivoluzione che era stata messa in moto, per frenarla. Senza dubbio egli desiderava tener fede alla promessa che aveva fatto a Dresda, che cioè avrebbe imposto l’ordine a quella che comunisti sempre più conservatori consideravano unasituazione di ‘anarchia’».

Quando i carri armati sovietici intervennero per imporre il loro ordine, la rivoluzione spontanea si trasformò in spontanea resistenza. Di quella Praga Kamil Winter disse: «Devo confessarvi che nulla era stato organizzato. Tutto avvenne nel modo più spontaneo…».

Del secondo giorno di occupazione, a Bratislava, Ladislav Mnacko scrisse: «Nessuno aveva dato ordini. Nessuno dava ordini, assolutamente. La gente capiva come d’istinto che cosa andava fatto. Ciascuno era per se stesso la propria struttura di governo, capace di formulare ordini e norme di comportamento, in un momento in cui il governo ufficiale era lontanissimo, probabilmente a Mosca. Ogni aspetto della vita, che le forze di occupazione tentavano di paralizzare, continuava invece a funzionare, e funzionava addirittura meglio che in periodi di normalità; prima di sera la popolazione era riuscita perfino a far fronte al problema della distribuzione del pane».

In novembre, quando gli studenti organizzarono sit-in nelle università, «la simpatia della popolazione nei loro confronti si manifestò con decine di camion, spediti dalle fabbriche con riserve di cibo gratuite», e «i ferrovieri di Praga minacciarono di scioperare se le autorità avessero preso misure di ritorsione nei confronti degli studenti. Lavoratori di vari enti statali fecero in modo che gli studenti fossero provvisti di cibo; gli autobus dei trasporti urbani vennero messi a disposizione dei manifestanti… i lavoratori delle poste decisero che le comunicazioni telefoniche tra le varie università fossero gratuite».

La stessa breve luna di miele con l’anarchia si era verificata dodici anni prima in Polonia e in Ungheria. L’economista Peter Wiles (che si trovava a Poznan all’epoca dei tumulti per il pane e che si recò in Ungheria quando venne aperta la frontiera con l’Austria) parlò di quella che egli definiva «una straordinaria purezza morale», spiegando: In Polonia le possibilità che quest’attitudine si manifestasse erano molto più ridotte che in Ungheria, dove per alcune settimane si visse senza che fosse presente alcuna autorità. In un’esplosione di autodisciplina anarchica la gente, compresi i criminali, si guardò bene dal rubare alcunché, dal picchiare gli ebrei e dall’ubriacarsi. Addirittura, gli unici casi di linciaggio riguardarono la polizia segreta (AVH), mentre gli altri esponenti del Partito comunista restarono incolumi…

Una simile conquista morale non trova riscontro in nessun’altra situazione rivoluzionaria… In entrambe le situazioni furono gli intellettuali a dare il via al movimento, seguiti dagli operai dell’industria. I contadini, sin dal 1945, non avevano mai cessato di resistere, ma per le loro caratteristiche lo avevano fatto in modo disperso e passivo. I contadini, come la storia insegna, frenano le cose, non le avviano. Loro unica iniziativa fu il rapido e stupefacente rifornimento di cibo a Budapest, dopo che il primo attacco sovietico era stato respinto.

Un testimone ungherese di quegli eventi dichiarò: Numerosi sono gli esempi di buon senso cui assistetti per le strade in quei primi giorni della rivoluzione. C’erano code per il pane che duravano ore senza che si verificassero litigi di sorta. Un giorno stavo facendo la coda e arrivò un camion con due ragazzi armati di mitra che chiesero se avevamo del denaro perché potessero comprare del pane per i combattenti. Tra la gente accodata si riuscì a raccogliere denaro sufficiente per riempire di pane almeno metà del loro camion. È solo un esempio. Dopo un po’ un uomo ci chiese di tenergli il posto nella coda perché aveva dato tutto quello che aveva e doveva tornare a casa a prendere altri soldi; la gente gli diede tutti i soldi di cui aveva bisogno.

Un altro esempio: naturalmente, durante il primo giorno di scontri, tutte le vetrine dei negozi erano state distrutte, ma nessuno ne approfittò per rubare. Si vedevano vetrine di pasticcerie rotte, ma neppure i bambini si permettevano di prendere dei dolci. Lo stesso nei negozi di fotografi, ottici e gioiellieri. Nulla venne toccato per due o tre giorni. Il terzo e quarto giorno le vetrine vennero svuotate, ma cartelli annunciavano che la «merce era stata rimossa dai commessi», oppure che «si trovava in questo o queU’appartamento». In quei giorni era abitudine disporre grandi scatoloni agli angoli delle strade o agli incroci più importanti con una semplice scritta come «per i feriti, per le famiglie dei deceduti»: messi al mattino, a mezzogiorno erano già pieni di denaro.

All’Avana, quando lo sciopero generale abbatté il regime di Batista, prima che l’esercito diCastro entrasse in città, un dispaccio di Robert Lyon, segretario della filiale del New England dell’American Friends Service Commit- tee, comunicava che: «I poliziotti sono scomparsi da tutto il Paese, ma il livello di criminalità è più basso di quanto non sia stato da anni»; e il corrispondente della BBC riferiva che «la città per giorni è stata assolutamente sgombra di ogni tipo di forze dell’ordine, un’esperienza deliziosa per chiunque. Gli automobilisti – fatto eccezionale se si considera che si trattava di cubani — si comportavano in modo ordinato.

Gli operai dell’industria, quando intendevano manifestare, si riunivano in piccoli gruppi, per poi disperdersi ordinatamente e tornare a casa; i bar chiudevano quando i clienti ne avevano abbastanza, senza però che nessuno desse segni di ubriachezza. L’Avana, che si risollevava dopo anni di regime poliziesco corrotto e immorale, sembrava sorridere nel caldo sole dei tropici».

In tutti questi casi, il nuovo regime è poi riuscito a costruire il suo apparato repressivo sulla base
della dichiarata necessità di mantenere l’ordine e di impedire una controrivoluzione: «Il Presidium del Comitato centrale del PCC e il Fronte nazionale respingono nel modo più deciso gli appelli contenuti nella Dichiarazione delle duemila parole, tali da indurre a comportamenti anarchici, in contrasto col carattere costituzionale della nostra politica di riforme». E così via, in una gran varietà di lingue. Senza dubbio il popolo serberà in cuore l’interregno di ebbrezza e di spontaneità come ricordo di un periodo in cui, come disse George Orwell della Barcellona rivoluzionaria, «diffusa era l’impressione di essere improvvisamente sbucati in un’era di libertà e di eguaglianza, con gli uomini che tentavano di comportarsi come esseri umani e non come semplici rotelle della macchina del capitale»; in cui, come scrisse Andy Anderson dell’Ungheria del 1956, «la società che s’intravedeva tra la polvere e il fumo dei combattimenti di strada, sembrava destinata a vivere libera da primi ministri, governi, politici professionali, funzionari e capi a cui obbedire».

Sarebbe lecito presumere che nello studio del comportamento umano e delle relazioni sociali quei momenti, in cui la società è tenuta insieme semplicemente dal cemento della solidarietà umana, senza il peso morto del potere e dell’autorità, siano studiati e analizzati da chi intende individuare le condizioni indispensabili per un aumento della spontaneità sociale, della «partecipazione» e della libertà. I momenti in cui non gira neanche un poliziotto dovrebbero sicuramente essere di grandissimo interesse, almeno per i criminologo E invece quei momenti non trovano spazio nei testi di psicologia sociale, e gli storici non se ne occupano. Per saperne qualcosa è necessario andare alla ricerca delle impressioni della gente che ha avuto modo di vivere quei momenti in prima persona.

Chi sia interessato a sapere perché gli storici trascurino o diffamino quegli episodi di spontaneità rivoluzionaria, dovrebbe leggere il saggio di Noam Chomsky dal titolo Objectivity and Liberal Scholarship (Oggettività e dottrina liberale)22. L’esempio al quale fa riferimento è della massima importanza per gli anarchici: la Rivoluzione spagnola del 1936, la cui storia, egli afferma, deve ancora essere scritta. A proposito del lavoro degli storici ufficiali in questo campo, Chomsky scrive: «Mi sembra che ci siano prove più che sufficienti per dimostrare che una radicata avversione per le rivoluzioni sociali e un’adesione ai valori e all’ordine sociale delle democrazie liberali e borghesi ha condotto gli autori a falsare avvenimenti cruciali e a trascurare importanti correnti storiche». Ma questo non costituisce il suo assunto principale. «Almeno una cosa è chiara», afferma, «che vi sono tendenze pericolose nell’ideologia dello Stato, il quale pretende di possedere la tecnica e le capacità necessarie a dirigere la nostra ‘società postindustriale’ e a organizzare una società intemazionale dominata dalla superpotenza americana. Molti di questi pericoli risultano evidenti, a livello puramente ideologico, attraverso lo studio della subordinazione controrivoluzionaria della cultura, ed esistono sia che la presunzione di conoscenza sia reale sia che questa presunzione sia falsa.

Infatti, proprio in quanto una tecnica di direzione e di controllo esiste, la si può usare per consolidare l’autorità di quelli che la esercitano e per diminuire il valore di una sperimentazione libera e spontanea di nuove forme sociali, come del resto per limitare le possibilità di una ricostruzione della società a vantaggio di coloro che ora sono più o meno sfruttati. Ove queste tecniche falliscano, potranno essere sostituite con i metodi coercitivi offerti dalla tecnologia moderna per preservare l’ordine e la stabilità».

Come esempio conclusivo di quella che egli chiama libera e spontanea sperimentazione di nuove forme sociali, riprenderò il resoconto da lui citato della rivoluzione nel villaggio spagnolo diMembrilla:
«Nelle loro povere capanne vivono i miserabili abitanti di una miserabile provincia; sono in ottomila, ma le strade non sono asfaltate e non esistono giornali, cinema, caffè e biblioteche. Ci sono invece molte chiese, che sono state incendiate». Immediatamente dopo l’insurrezione franchista, la terra fu espropriata e la vita del villaggio collettivizzata. «All’intera popolazione vennero equamente distribuite derrate alimentari, abiti e strumenti di lavoro. Fu abolito il denaro, il lavoro venne collettivizzato, tutti i beni passarono alla comunità e furono socializzati i consumi. Non si trattò, comunque, di urna socializzazione della ricchezza, ma solo della povertà». Si continuò a lavorare come prima; fu eletto un consiglio che stabilì dei comitati per organizzare la vita della comunità e i suoi rapporti col mondo esterno. Vennero distribuiti gratis tutti i generi di prima necessità che erano disponibili, molti profughi trovarono una sistemazione, venne fondata una piccola biblioteca e una piccola scuola di disegno. Il documento si chiude con queste parole: «Tutta la popolazione viveva come in una grande famiglia; i funzionari, i delegati, il segretario dei sindacati, i membri del consiglio municipale, che erano tutti stati nominati con elezioni, si comportavano da padri di famiglia. Ma erano controllati, perché nessuno avrebbe più tollerato privilegi e corruzione. Membrilla è forse il villaggio più povero della Spagna, ma anche il più giusto».

Queste le conclusioni di Chomsky: «Un rapporto come questo, così attento ai rapporti tra gli uomini e all’ideale di una società giusta, deve sembrare assai strano alla raffinata consapevolezza degli intellettuali, ed è quindi trattato con disprezzo o giudicato ingenuo, primitivo, irrazionale.

Solo abbandonando questo pregiudizio sarà possibile allo storico intraprendere imo studio serio del movimento popolare che trasformò la Spagna repubblicana in una delle più importanti rivoluzioni sociali che la storia ricordi». Esiste un ordine imposto col terrore, un ordine indotto dalle strutture burocratiche (affiancate dal poliziotto), ed esiste un ordine che si sviluppa spontaneamente dalla nostra consapevolezza di essere animali sociali, capaci di dar forma al nostro destino. Quando latitano i primi due, il terzo, come forma di ordine infinitamente più umana e all’uomo adeguata, ha la possibilità di farsi strada. La libertà, come diceva Proudhon, è la madre, non la figlia dell’ordine.