Ladri di parole

I ladri di parole sono ladri di pensieri, perché i pensieri sono fatti di parole: quindi ci rubano uno dei tesori più preziosi che abbiamo.

I ladri di parole parlano e scrivono all’unico scopo di incrementare i loro effetti predatori: più parlano e scrivono, più rubano parole.

I ladri di parole spesso usano l’artificio della ripetizione all’infinito di una parola rubata per sottrarla gradualmente ma completamente al suo significato originario e farne qualcosa d’altro a cui in molti finiamo per credere: rubando così – appunto – anche i nostri pensieri.

I ladri di parole insomma sanno ingannare con le parole truccate, anche perché spesso comandano nei media e non solo.

I ladri di parole chiamano libertà la loro estensione di dominio; per converso, chiamano lacci e lacciuoli qualsiasi ostacolo possa moderare detta estensione.

I ladri di parole chiamano moderazione la loro onnipotenza, chiamano mercato la loro ingordigia, chiamano ordine e stabilità il loro dominio.

I ladri di parole chiamano sicurezza la sorveglianza; e quanto alla sicurezza vera, quella ad esempio sul lavoro, vale quanto detto sopra a proposito di lacci e lacciuoli.

Il ladri di parole chiamano flessibili coloro che invece spesso si spezzano: e in realtà sono totalmente ed etimologicamente precari, cioè costretti alla preghiera, alla supplica.

I ladri di parole chiamano segnalazioni o – peggio – sensibilizzazioni quelle che invece sono e restano le classiche raccomandazioni.

I ladri di parole, se fanno i top manager o i mega imprenditori, chiamano criticità i buchi di bilancio che hanno creato; nel caso, implorano il sostegno dello Stato, dimenticandosi all’improvviso i lacci e lacciuoli di cui sopra.

I ladri di parole a volte non si rendono neppure conto di essere un po’ ridicoli: come quando chiamano azioni quelle fonti di guadagno che invece non implicano nessun agire; o società un’azienda in cui comandano da soli; o finanza una prassi che al contrario vorrebbero infinita, nelle quantità così come nel tempo; ma è buffo anche il destino di economia, che conterrebbe in sé il concetto di regole, nomia, invece è stato ribaltato affinché queste, in economia, siano sempre meno.

I ladri di parole però a volte le regole le invocano, come ad esempio quando si occupano di Internet: in questo caso, chiamano pirati i ragazzi che scaricano un film, ma mai le corporation che hanno sottratto una storia o un personaggio alle fiabe popolari per imprigionarli nel proprio copyright.

I ladri di parole tuttavia non abitano solo in detta economia, ma (assai densamente) anche in politica: altra parola rubata, dato che contiene in sé l’attenzione al destino della polis e non di chi la comanda e, spesso, la distrugge; a questo proposito è stato interessante, di recente, l’uso spericolato dei binomi antipolitica vs. politica e giustizialismo vs. garantismo; anche se le truffe più acclarate sono responsabile per chi pensa solo a se stesso e pacificazione per la propria occupazione a vita dell’establishment: e pazienza se gli esclusi invece non si danno pace.

I ladri di parole, da sempre, chiamano ingenui gli idealisti e uomini di mondo i mascalzoni.

I ladri di parole della politica, tuttavia, puntano a obiettivi anche maggiori, ad esempio rubando parole importanti e storiche come sinistra, destra, cristiano, liberale o progressista per scopi che nulla hanno a che vedere con i valori di queste parole e che riguardano invece solo i destini personali o di cricca di chi le pronuncia.

I ladri di parole sono senza vergogna: e se Altiero Spinelli sentisse oggi quelli che si autodefiniscono europeisti, probabilmente emigrerebbe in Oceania.

I ladri di parole sono servili: e qualsiasi cosa dica il Presidente della Repubblica, comunque lo chiamano monito.

I ladri di parole coniano anche formule nuove, purché a loro convengano: da arco costituzionale, tanto tempo fa, a decreto salvaitalia, pochi anni orsono; giù giù fino a esecutivo di servizio, governo del fare e larghe intese; anche se la più bella, la più spettacolare, la più grottesca resta senz’altro missioni di pace.

I ladri di parole chiamano estremismo il buon senso e riformismo la perpetuazione dello status quo, in un ribaltamento a cui ormai hanno finito per credere in molti, perché appunto chi ci ruba le parole ci ruba il pensiero.

I ladri di parole – lo abbiamo visto da poco – sanno confondere volutamente diritti e privilegi: per garantire che i primi – quelli erga omnes – siano pochi; e i secondi – quelli erga paucos – siano conservati.

I ladri di parole chiamano emergenze i disastri cronici, di cui si accorgono e parlano solo quando dette false emergenze sono utili per drenare consenso o ottenere altri vantaggi; più in generale, far passare per emergenza un problema cronico serve ad assolvere chi cronicamente comanda: mica è colpa nostra, è un’emergenza, quindi accidentale e imprevedibile.

I ladri di parole chiamano nostri ragazzi se non eroi chi ha sventuratamente e per sbaglio sparato a due innocenti pescatori in India, ammazzandoli; il che per logica trasformerebbe in nostri ragazzi ed eroi tutti gli automobilisti che sventuratamente e per sbaglio hanno investito e ucciso un paio di innocenti pedoni in città.

I ladri di parole oggi non hanno più paura che il popolo possieda «1.500 parole e invece di 150», come ai tempi di don Milani: perché hanno capito che anche chi possiede un po’ di parole può essere persuaso, giorno dopo giorno, a credere al significato che i ladri di parole stessi a quelle parole hanno dato; basta possedere un volume più alto per emetterle e distorcerle.

I ladri di parole oggi irridono il mascherato Guy Fawkes, illuso che «le parole non perderanno mai il loro potere»: perché sanno che ormai è il potere a fare le parole e non il contrario.

Rovesciare i loro rovesciamenti, ogni giorno, è quindi l’unica chance che abbiamo per rovesciarne il potere: parola per parola.

Testo rubato da: piovono rane