L’Anarchismo e la politica del risentimento

risentimentoDi tutti i movimenti politici del diciannovesimo secolo criticati da Nietzsche – dal socialismo al liberalismo – quello cui egli riserva le parole più velenose è l’anarchismo. Egli chiama i seguaci di questa dottrina “i cani anarchici”, che stanno infestando le strade della cultura europea, essi sono il riassunto di quella “morale del gregge” che caratterizza la moderna politica democratica. Nietzsche vede l’anarchismo come avvelenato alla radice dal pestifero seme del “risentimento” – la disprezzabile politica del debole e del disprezzabile, la morale dello schiavo. Nietzsche sta forse esprimendo semplicemente la sua ira di conservatore contro un movimento radicale, o sta diagnosticando una malattia reale che ha infettato l’immaginario della politica radicale di sinistra?

Nonostante l’ovvio pregiudizio di Nietzsche verso la sinistra radicale, questo mio intervento prende seriamente in conto i suoi attacchi contro l’anarchismo e cercherà di esplorare la logica del “risentimento” in relazione alle opzioni politiche radicali, in particolare all’anarchismo. Tenterò di smascherare le correnti nascoste di risentimento presenti nel pensiero politico manicheo di classici dell’anarchia, come Bakunin, Kropotkin e Proudhon.

Questo non con l’intenzione di distruggere l’anarchismo come teoria politica. Al contrario: io sostengo che l’anarchismo può diventare più importante per le lotte politiche contemporanee se solo riuscisse a liberarsi dalla logica di risentimento del suo stesso discorso, in particolare delle identità e strutture essenzialiste che lo percorrono.

Moralità degli schiavi e risentimento
Il risentimento e’ per Nietzsche la nostra condizione moderna. Per capire il risentimento, e’ necessario capire la relazione tra morale del padrone e morale dello schiavo, al cui interno ha origine il risentimento. L’opera di Nietzsche Genealogia della morale e’ uno studio sulle origini della morale. Per Nietzsche il modo in cui noi interpretiamo e imponiamo valori al mondo ha una storia precisa – le sue origini sono spesso brutali e molto distanti dai valori da essa prodotti. Il valore di “buono”, per esempio, fu inventato dai nobili e dagli esponenti della classi superiori per descrivere se stessi, in contrasto con la gente comune, di basso rango e i plebei. Erano i valori del padrone – “buono” – opposti a quelli dello schiavo – “cattivo”. Perciò, secondo Nietzsche, e’ in questo “pathos di distanza”, tra i nobili e i plebei, in questo assoluto senso di distanza, che i valori morali sono stati creati.

In seguito, l’equazione tra buono e aristocratico cominciò ad essere messa in discussione da una rivolta degli schiavi nel campo dei valori. Questa rivolta di schiavi, secondo Nietzsche, cominciò con gli Ebrei che istigarono una rivalutazione dei valori:
Furono gli ebrei ad avere osato, con una terrificante consequenzialità, stringendolo ben saldo con i denti dell’odio più abissale (l’odio dell’impotenza), il rovesciamento dell’aristocratica equazione del valore (buono = nobile = potente = bello = felice = caro agli Dei), ovverosia “i miserabili soltanto sono i buoni; solo i poveri, gl’impotenti, gli umili sono i buoni, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi sono anche gli unici devoti, gli unici uomini pii, per i quali soli esiste una beatitudine – mentre invece voi, voi nobili e potenti, siete per l’eternità i malvagi, i crudeli, i lascivi, gl’insaziati, gli empi, e sarete anche eternamente gli sciagurati, i maledetti e i dannati!…”

In questo modo la rivolta degli schiavi nel campo della morale ha invertito il sistema di valori aristocratico e cominciò a identificare il bene con l’umile, l’impotente – lo schiavo. Questa inversione ha introdotto il pernicioso spirito della rivalsa all’interno del sistema di creazione dei valori. Perciò la morale, come noi la conosciamo, ha le proprie radici in questa vendicativa “volontà di potenza” dell’impotente sul potente – la rivolta dello schiavo contro il padrone. E’ stata questa impercettibile, sotterranea infiltrazione che ha creato i valori in seguito associati all’idea di bene – la pietà, l’altruismo, ecc.

Anche i valori politici nascono da questa radice avvelenata. Per Nietzsche i valori di eguaglianza e di democrazia, che formano la pietra angolare della teoria politica della sinistra, nascono dalla rivolta degli schiavi nel campo morale. Sono generati dallo stesso spirito di rivalsa contro i potenti. Per questo Nietzsche condanna movimenti politici come la democrazia liberale, il socialismo e quindi l’anarchismo. Vede il movimento democratico come un espressione della morale del gregge, derivata dalla trasformazione dei valori giudeo-cristiana. L’anarchismo e’ per Nietzsche l’erede più estremo dei valori democratici – la più rabbiosa espressione degli istinti del gregge. Cerca di eliminare le differenze tra gli individui, di abolire le distinzioni di classe, di abbattere le gerarchie e di mettere sullo stesso piano chi e’ potente e chi e’ senza potere, il ricco e il povero, il padrone e lo schiavo. Per Nietzsche questo significa livellare tutto al minimo comune denominatore – cancellare il “pathos della distanza” tra padrone e schiavo, il senso di differenza e superiorità con cui sono stati creati i grandi valori. Nietzsche vede tutto ciò come l’eccesso peggiore del nichilismo europeo – la morte dei valori e della creatività.

La morale degli schiavi è caratterizzata dall’attitudine al risentimento e all’avversione del senza potere contro il potente. Nietzsche vede il risentimento come un sentimento totalmente negativo – l’attitudine a negare tutto ciò che dice di sì alla vita, e svalutare ciò che e’ diverso, ciò che e’ esterno o altro. Il Risentimento si caratterizza dall’orientamento verso l’esterno, invece che focalizzarsi sulla nobiltà morale che risiede in se stessi. Mentre il padrone dice “io sono buono” e aggiunge come conseguenza “dunque lui e’ cattivo”, lo schiavo dice al contrario “lui (il padrone) e’ cattivo, dunque io sono buono”. Dunque l’invenzione dei valori morali nasce da una comparazione o opposizione a ciò che e’ esterno, altro, diverso. Nietzsche dice “…la morale degli schiavi ha bisogno, per la sua nascita, sempre e in primo luogo di un mondo opposto ed esteriore, ha bisogno, per esprimerci in termini psicologici, di stimoli esterni per potere in generale agire – la sua azione e’ fondamentalmente una reazione.” Questa istanza reattiva, l’incapacità di definire alcunché se non in opposizione a qualcos’altro, e’ l’attitudine del risentimento. E’ l’istanza reattiva del debole che si definisce in opposizione al forte. Il debole ha bisogno dell’esistenza di un nemico esterno per definire se stesso come “buono”. Quindi lo schiavo si prende “vendette immaginarie” sul padrone, come se non potesse agire senza l’esistenza del padrone stesso cui si oppone. L’uomo del risentimento odia il nobile con intenso disprezzo, una profonda avversione e gelosia. E’ questo risentimento, secondo Nietzsche, che ha avvelenato la coscienza moderna, e che trova la sua espressione nelle idee di eguaglianza e democrazia e nelle filosofie politiche radicali come l’anarchismo che reclamano quelle idee.

L’anarchismo e’ veramente l’espressione del risentimento? E’ avvelenato da una profonda avversione per l’uomo potente? Benché l’attacco di Nietzsche all’anarchismo è per molti versi ingiustificato ed eccessivamente malizioso, e mostra una scarsa comprensione per le complessità della teoria anarchica, io credo comunque che Nietzsche sveli una certa logica di risentimento esistente nel modo di pensare oppositivo, manicheo, dell’anarchismo. E’ necessario esplorare questa logica che permea l’anarchismo – per vedere dove essa porti e in che modo imponga i suoi limiti concettuali alla politica radicale di sinistra.