L’armonia nasce dalla complessità


dormi sfinge
Una delle critiche più frequenti per liquidare la teoria anarchica della società è l’obiezione che se essa può forse valere per una piccola e isolata comunità primitiva, è impensabile che possa trovare applicazione nell’ambito delle grandi e complesse società industriali. Ma questo giudizio è basato sul misconoscimento della natura sia dell’anarchismo sia delle società tribali. Il fatto che esistano o siano esistite società senza governo e senza autorità istituzionalizzata, con codici sociali e sessuali molto diversi dai nostri, è un dato che interessa i difensori della teoria anarchica se non altro per contestare l’insinuazione che le loro idee siano contrarie alla «natura umana». E sulla stampa anarchica si trovano spesso affascinanti descrizioni di società tribali anarchiche, comunità in cui sembra ancora esistere l’età dell’oro (o almeno così appare dall’esterno), come tra gli Eschimesi ignari del senso di proprietà o tra i Tobriandesi che non hanno problemi sessuali.

Si potrebbe ricavare un’interessante antologia da questi documenti, dal momento che esiste una vasta bibliografia che spazia dai racconti di viaggio ai saggi di antropologia divulgativa; e in questo senso hanno lavorato molti scrittori anarchici del passato, da Kropotkin nel capitolo Collabo- razione tra i selvaggi, in II mutuo appoggio, a Elie Reclus in Popoli primitivi, o Edward Carpenter nel suo saggio Societies without Government (Società senza governo).

Ma dai tempi dell’approccio aneddotico e dei racconti dei viaggiatori l’antropologia ha sviluppato e perfezionato i suoi metodi di analisi, e oggi ci rendiamo conto che la semplicità di certe società è solo apparente. I primi viaggiatori europei di ritorno dall’Africa raccontavano in toni compassionevoli o condiscendenti del suono cacofonico dei tamburi suonati dai selvaggi nelle foreste, o di capanne fatte di paglia e fango, senza scorgere, accecati com’erano dalla presunzione sulla superiorità della loro società, la meravigliosa raffinatezza della cultura di altri popoli. Oggi ci rendiamo conto che c’è da spendere una vita intera ad analizzare la struttura della musica negra o a studiare l’ingegnosa varietà dell’architettura africana. Allo stesso modo, quello che i primi osservatori descrivevano come promiscuità sessuale o matrimoni di gruppo si è poi rivelato essere solo un particolare tipo di struttura familiare. E ancora, venivano superficialmente classificate come anarchiche determinate società, mentre un esame più accurato avrebbe rivelato l’esistenza di metodi di controllo sociale e di costrizione che le ha messe sullo stesso piano delle società autoritarie, o avrebbe magari rivelato che certi modelli di comportamento sono così fortemente radicati nel costume da rendere impossibile qualsiasi alternativa.

Se vogliamo utilizzare validamente i dati dell’antropologia da un punto di vista anarchico, dobbiamo affrontare il problema del ruolo della legge in questo tipo di società con distinzioni concettuali più sottili che non in passato. Che cosa caratterizza «la legge»? Scrive Raymond Firth: «Quando ci occupiamo della legge primitiva, ci troviamo di fronte notevoli difficoltà di definizione. In genere non esistono specifici codici legislativi, emanati da un’autorità centrale, né esistono istituzioni giuridiche formali che abbiano la stessa natura dei tribunali. E tuttavia ci sono delle regole per cui si esige il rispetto, e che in genere vengono rispettate, e ci sono mezzi per garantire un certo grado di rispetto».

Gli antropologi sono in disaccordo sulla classificazione di queste regole e sulla definizione del concetto di legge. Nell’analisi di un giurista, che riduce la legge a ciò che è stabilito in un tribunale, «i popoli primitivi non hanno leggi, ma solo un insieme di consuetudini». Invece per un sociologo quello che conta è il complesso di norme, di qualunque tipo, che esistono in una società e il modo del loro funzionamento. Malinowski includeva nella legge primitiva «qualsiasi tipo di obbligo vincolante e qualsiasi azione abituale che abbia lo scopo di impedire trasgressioni al modello sociale di comportamento». Godfrey Wilson assume come carattere distintivo di un’azione legale «l’intervento in una questione di uno o più membri di un gruppo sociale che non vi siano personalmente implicati», anche se a tri classificherebbero non come legge ma come arbitraggio privato quel tipo di giudizio, rilevato da Wilson tra i Nyakysua, in cui la soluzione di una controversia avviene per l’intervento di un congiunto più anziano o di un vicino autorevole. Nel saggio Law and Authority (La legge e l’autorità), Kropotkin considera una situazione di questo tipo come l’antitesi della «legge»: «Molti viaggiatori hanno descritto le abitudini di varie tribù assolutamente indipendenti in cui non esistono né capi né leggi, e i cui membri tuttavia non risolvono le controversie con la forza, in quanto la vita sociale stessa ha finito per sviluppare sentimenti di fraternità e di comunanza di interessi, e così preferiscono ricorrere a una terza persona per risolvere i loro contrasti».

Wilson, comunque, considera la «legge» un fattore concomitante a questa abitudine di vivere in società, e la definisce come « quell’imposizione fondata sulla consuetudine, che ha la sua ragion d’essere in necessità intrinsecamente connesse a una cooperazione stabile tra i membri di un gruppo sociale». E infine, la corrente di pensiero rappresentata da Radcliffe-Brown restringe l’ambito della legge al «controllo sociale attuato attraverso l’uso sistematico della forza da parte di una società organizzata politica- mente». Ma cosa si intende per organizzazione politica? Evans-Pritchard e Meyer Fortes hanno individuato tre diversi tipi di organizzazione politica nelle comunità africane originarie. Il primo tipo è rappresentato da società come quella dei Boscimani, in cui anche le più vaste unità politiche comprendono persone legate tra loro da vincoli di parentela, così che «le relazioni politiche coincidono con le relazioni di parentela».

Il secondo tipo comprende quelle società in cui esiste «una specifica autorità politica istituzionalizzata che si ramifica in cariche legate all’ammini- strazione di uno Stato». Vengono poi quelle società in cui l’autorità politica non è centralizzata. In queste «il sistema politico si basa su un equilibrio di poteri tra piccoli gruppi i quali, per l’assenza in essi di stratificazioni di classe o di funzioni specificamente politiche, sono stati chiamati anarchie ordinate». Nella raccolta di saggi Tribes without Rulers (Tribù senza capi)3 sono descritte molte di queste società africane «senza legge»; senza legge nel senso che non ci sono modelli vincolanti per la legislazione formale o per le decisioni giuridiche, né apparati di tutela della legge di qualsiasi genere.

Laura Bohannan ha studiato la società dei Tiv, una comunità di 800.000 persone che vivono sulle rive del fiume Benue nella Nigeria settentrionale. Gli atteggiamenti politici dei Tiv sono resi dalle due espressioni guastare il Paese e arricchire il Paese. La Bohannan spiega che «qualsiasi atto che turbi il decorso tranquillo della vita sociale – guerra, furto, stregoneria o litigio – guasta il Paese; la pace, la restituzione o un arbitraggio efficace lo arricchiscono». E aggiunge l’avvertimento a «non falsificare la posizione sociale e culturale degli anziani o di altri individui autorevoli isolando alcune caratteristiche del loro ruolo e considerandolo semplicemente come politico… E questo come fatto positivo, non negativo, perché proprio per l’assenza di ogni concetto indigeno di ‘politico’ un sistema parcellare di questo tipo può funzionare. Questa società può esistere proprio per la complessa convergenza di interessi e fedeltà reciproche mediati dal connettivo di modelli culturali, sistemi di organizzazione sociale e istituzionale, con la compattezza morale che ne deriva».

I Dinka sono una popolazione di circa 900.000 unità che vive nel Sudan meridionale, ai bordi del bacino centrale del Nilo. Un corrispondente del «Sunday Times» scriveva che «suscettibilità, orgoglio e insubordinazione costante sono le loro tipiche reazioni nei confronti dell’autoritá».
In Tribes without Rulers Godfrey Lienhardt descrive la loro struttura sociale estremamente ramificata e le complesse interrelazioni che risultano dalla fusione e scissione di segmenti in combinazioni diverse a seconda dei diversi scopi economici o funzionali.

E accettato nella teoria politica dei Dinka il fatto che quando per qualunque ragione una sotto-tribù diventa più grossa e più forte, tenda a scindersi politicamente dalla tribù a cui apparteneva e a comportarsi come una tribù autonoma. Allo stesso modo appare naturale che le parti di una grossa sotto-tribù si distanzino politicamente l’una dall’altra col loro ampliarsi numerico, e che una parte particolarmente grossa e fiorente si stacchi dalle altre… Dal punto di vista dei Dinka è una tendenza naturale quella che porta le parti in cui si suddivide la loro struttura politica a distanziarsi progressivamente col tempo, parallela- mente all’aumento di popolazione. I Dinka illustrano questa suddivisione di tipo cellulare con frasi come: «Era diventata troppa grossa, perciò si è staccata», oppure «molto tempo fa erano insieme, ma adesso si sono separati»5. Essi valutano positivamente tanto il vincolo unitario che tiene insieme le loro tribù e i gruppi derivati quanto il bisogno di autonomia che conduce alla separazione delle sottocomponenti; e Lienhardt osserva che «quest’importanza assegnata all’autonomia e alla continua segmentazione è a volte generatrice di conflitti».

Presentandoci una comunità africana molto diversa, Ernst Gellner descrive un tipo di processo che avviene mediante giuramento collettivo, in vigore fino a pochi anni fa tra le tribù berbere dell’Atlante:
Originariamente questa forma di giudizio funzionava in un contesto anarchico, in quanto non vi era alcun potere costrittivo che garantisse il rispetto della legge. Ma se non c’era niente che si potesse paragonare a uno Stato, c’era ima società, in quanto tutti più o meno rispettavano lo stesso codice di comportamento e tutti riconoscevano la necessità di un modo di soluzione pacifico delle controversie… Per esempio, se un uomo era accusato di qualche infrazione, poteva scagionarsi se portava un gruppo di testimoni, che si potrebbero chiamare co-giurati, che deponessero a suo favore. Essi dovevano deporre secondo un ordine preciso, che era stabilito dal grado di parentela più vicino secondo la linea maschile all’uomo sotto accusa… La regola, la procedura decisionale per così dire, era che se qualcuno dei congiurati non compariva, o comunque non testimoniava, o se cadeva in contraddizioni durante la deposizione, era invalidato il giuramento di tutti e la causa era persa.

Quindi la parte perdente era obbligata a pagare una determinata multa, stabilita per consuetudine. In alcune regioni la regola era diversa: veniva multato non l’intero gruppo, ma quel testimone che non si era presentato o era caduto in errore.
Gellner sottolinea quanto sia sorprendente che un sistema di questo tipo potesse funzionare, tenendo conto non tanto del suo carattere insolito rispetto alle procedure che noi conosciamo, ma piuttosto dell’atteggiamento che si potrebbe supporre nei partecipanti. Ci aspetteremmo infatti che i congiurati deponessero in ogni caso a favore del membro del loro clan, indipendentemente dalla loro convinzione sull’innocenza o colpevolezza di costui. E invece questo non avveniva, non tanto per la credenza comune che lo spergiuro fosse ima colpa punibile da forze soprannaturali, ma perché intervenivano altre forze sociali. «Dobbiamo ricordare che ogni gruppo è anarchico al suo interno e al contempo sono anarchiche le relazioni esterne tra di essi: né esternamente né internamente vi sono meccanismi di costrizione formale, anche se esistono una legge riconosciuta e un obbligo riconosciuto al rispetto della legge e del Pordine.

In questo caso non ha senso l’abituale distinzione tra politica interna ed estera». Perciò questo sistema poteva funzionare per dispute ad ogni livello, tra famiglie o tra federazioni di tribù che comprendevano migliaia di persone.

In questa situazione di anarchia, contraddistinta dalla assoluta mancanza di regolamentazione costrittiva all’intemo o al di fuori del gruppo, l’unico mezzo disponibile a un clan o una famiglia che volessero ricondurre un membro alla disciplina, a parte la violenza o l’espulsione, consisteva nel non solidarizzare con lui in caso di giuramento collettivo. Quindi non era un caso raro né eccezionale che vi fossero motivi giudicati sufficienti per abbandonare qualcuno al suo destino durante un processo. Un trasgressore abituale poteva costituire un grosso pericolo per tutto il gruppo: se nonostante le ripetute infrazioni il gruppo solidarizzava con lui nel caso di giuramento collettivo, poteva costituirsi una coalizione ostile tra i gruppi circostanti.

Così, se la solidarietà di gruppo poteva prevalere una volta, la seconda veniva deciso di dare una lezione al colpevole, anche se questo comportava una sconfitta legale per tutto il gruppo. Per queste ragioni il processo con giuramento collettivo risulta essere «un’intelligente e leale forma di decisione, il cui verdetto è in funzione di molteplici fattori, tra cui uno ma non l’unico è la giustizia». Gellner sviluppa ancora a lungo il suo resoconto su questa procedura così ingegnosa. Spesso è sufficiente la minaccia di un giuramento collettivo per appianare la controversia senza alcun processo, e il giuramento stesso «costituisce per ogni clan unito e risoluto un veto a qualsiasi decisione che non sarebbe, proprio in virtù dell’unità del clan, riconfermabile in giudizio. Questo sistema dà ai vari gruppi la possibilità di abbandonare i colpevoli alla loro sorte, di cedere con dignità, di correggere i membri indisciplinati senza ricorrere all’espulsione o all’eliminazione fisica».

Questo insolito sistema di controllo sociale garantisce così, se non una serie di giudizi del tutto inappellabili, quantomeno una qualche forma di giustizia. È infondata l’opinione comune, conclude Gellner, secondo cui «in un contesto di anarchia la situazione può migliorare solo se ognuno riesce a superare il legame col suo clan o gruppo, se impara a pensare e ad agire come individuo… Al contrario mi sembra che, se si riescono ad evitare esplicite costrizioni, soltanto gruppi o clan permettono il funzionamento di un sistema anarchico».

Se descrivo come vengono risolti i conflitti in società senza governo non è certo per suggerire che anche noi dovremmo introdurre i giuramenti collettivi come mezzo per rafforzare le norme sociali, ma per rendere evidente che non l’anarchia ma le strutture statali sono una rozza semplificazione dell’organizzazione sociale, e che è la estrema complessità di queste società tribali che garantisce il loro funzionamento efficace. I curatori di Tribes without Rulers traggono queste conclusioni:

In società in cui manca una struttura gerarchica specifica- mente depositaria del potere politico, i rapporti tra i vari gruppi sono visti come un equilibrio di potere che si mantiene grazie alla rivalità reciproca. Una federazione di gruppi può essere strutturata gerarchicamente a diversi livelli; l’importanza di ogni gruppo dipende dalle diverse circostanze ed è connessa alle diverse attività sociali, economiche, rituali o di governo. Ad un certo livello possono esservi relazioni di rivalità in una data situazione, mentre in un’altra quegli stessi gruppi si fondono in un’alleanza comune contro un gruppo esterno. A qualsiasi livello un gruppo ha relazioni di rivalità con altri per garantire il mantenimento della sua identità e dei diritti che gli spettano in quanto gruppo, e può avere una struttura amministrativa interna che assicuri la coesione tra i suoi elementi costitutivi. Ma gli aggregati che si presentano come unità in un contesto, in un altro si fondono in aggregati più grandi…

L’«equilibrio di potere» è infatti il mezzo che può mantenere l’armonia sociale in società così strutturate. In questo caso non si tratta dell’equilibrio di potere quale è stato teorizzato nella diplomazia intenazionale del diciannovesimo secolo, ma va interpretato in termini di annullamento reciproco di forze opposte, come è esemplificato in fisica.

L’armonia nasce dalla complessità, non dall’unità indifferenziata. Essa può essere descritta con Kropotkin come un equilibrio temporaneo tra tutte le forze che agiscono in un dato punto — un adattamento provvisorio. E quest’equilibrio può manifestarsi alla sola condizione di essere continuamente modificato, di rappresentare in ogni momento la risultante di tutte le forze in conflitto… Una nuova interpretazione della società presente e passata nasce con la teoria anarchica… Confluiscono in essa una grande varietà e ricchezza di posizioni, di temperamenti ed energie individuali, nessuno ne viene escluso. Richiede anche lotte e polemiche, ma noi sappiamo che le epoche di conflitto, almeno finché si è combattuto liberamente senza alcun intervento di un’autorità costituita, sono state anche i periodi in cui il genio dell’uomo si è librato nei suoi voli più possenti…

L’anarchismo ha come scopo la più completa realizzazione dell’individualità, congiunta al più alto sviluppo dell’associazione volontaria in tutti i suoi aspetti, a tutti i livelli possibili, per ogni scopo immaginabile. Associazioni in continuo cambiamento, che trovino al loro interno gli elementi che assicurano la loro permanenza, che continuamente assumono nuove forme per rispondere meglio ai molteplici bisogni di tutti. È una società che trova ripugnanti le forme di organizzazione precostituite e cristallizzate da una legge, che è alla continua ricerca di un’armonia conseguita come equilibrio momentaneo e mutevole tra una molteplicità di forze e influenze di ogni genere che si esplicano liberamente…

L’anarchia risulta non dalla semplicità di una società priva di organizzazione sociale, ma dalla complessità e dalla molteplicità di forme di organizzazione sociale. La cibernetica, scienza dei sistemi di comunicazione e controllo, può aiutare a comprendere la concezione anarchica dei sistemi complessi auto-organizzanti. Se paragoniamo la struttura biologica ai sistemi politici, ha scritto il neurologo Grey Walter, il cervello umano sembra illustrare i limiti e le potenzialità di una comunità anarco-sindacalista. «Nel cervello non c’è nessun capo, nessun neurone oligarchico, nessun dittatore ghiandolare. All’interno delle nostre teste la nostra vita dipende dall’eguaglianza di possibilità, dalla specializzazione non specialistica, dalla ubera comunicazione con il minimo di limiti, insomma da una libertà senza ingerenze. Qui le minoranze locali hanno la possibilità di controllare i loro mezzi di produzione e di espressione in un rapporto di libertà e di eguaglianza con i vicini».

Partendo da queste indicazioni John D. McEwan ha sviluppato in modo più approfondito lo studio del modello cibernetico. Sottolineando l’importanza del principio di complessità sufficiente («se si vuole conseguire la stabilità, la complessità del sistema di controllo deve essere almeno pari alla complessità del sistema che deve essere controllato»), riporta il discorso di Stafford Beer sulla diversità a questo principio della tradizionale concezione manageriale dell’organizzazione. Beer immagina che un osservatore extraterrestre esamini le attività ai livelli più bassi di qualche grossa impresa, i cervelli dei lavoratori che le adempiono, il piano organizzativo che ha la pretesa di mostrare come è controllato il lavoro: ne deduce che gli individui al vertice della gerarchia devono avere la testa con ima circonferenza di vari metri. McEwan contrappone due modelli diversi di controllo e formazione delle decisioni:

Per primo abbiamo il modello comune tra i teorici del management industriale, che ha il suo corrispettivo nell’idea convenzionale di governo centrale della società. È un modello che prevede una rigida gerarchia piramidale, con linee di «comunicazione e comando» che corrono verticalmente dal vertice alla base della piramide. C’è una suddivisione rigida delle responsabilità, ogni elemento ha un suo ruolo specifico, le procedure da seguire a ogni livello sono prefissate con limiti abbastanza ristretti e possono essere modificate solo per decisione di qualcuno che occupi una posizione superiore nella gerarchia. La funzione del gruppo che sta al vertice della piramide è spesso ritenuta paragonabile a quella di «cervello» dell’organizzazione.

L’altro modello ci viene dalla cibernetica, è il modello dei sistemi che si auto-organizzano progressivamente. Abbiamo una struttura molto diversificata, in grado di affrontare situazioni complesse e imprevedibili. È ima struttura mutevole, che si trasforma per il continuo ritorno di informazioni dall’ambiente, che mostra una «ridondanza di comandi potenziali» e comprende strutture di controllo complesse e interdipendenti. L’apprendimento dei dati e la capacità decisionale sono distribuiti su tutto il sistema, magari un po’ più concentrati in alcune aree.

Lo stesso tipo di critica alla concezione gerarchica e centralizzata dell’organizzazione è stato espresso più di recente (e con un linguaggio direi meno efficace) da Donald Schon nelle BBC Reith Lectures del 1970. Egli scrive che «il modello centro-periferia è stato quello che nella nostra società ha presieduto al formarsi e diffondersi di strutture organizzative con caratteristiche di elevata specificità. In un sistema di questo tipo è essenziale la semplicità e l’uniformità del messaggio. La capacità del sistema di affrontare situazioni complesse si basa su un messaggio semplice e una crescita attraverso una uniformità di risposte». Come gli anarchici, egli vede l’alternativa in una rete «di elementi connessi tra loro direttamente invece che mediante il centro», caratterizzata da «libertà di azione, complessità, stabilità, omogeneità e flessibilità»; rete di elementi in cui «nuclei di leadership emergano e si dissolvano» e che possieda «una infrastruttura tale da tenere insieme il sistema… senza alcun intervento o appoggio centrale…».

Tra i recensori del saggio di Donald Schon solo Mary Douglas nota l’analogia tra questa struttura a rete e le società tribali prive di governo:

Una volta gli antropologi ritenevano che tribù senza autorità centrale non potessero avere unità politica. Il prestigio che godeva la teoria centralista ci impediva di comprendere quello che avevamo sotto gli occhi. Poi negli anni Quaranta Evans-Prit- chard ha analizzato il sistema politico dei Nuer e Fortes quello dei TaUensi. Dai loro studi risulta qualcosa di sorprendentemente simile al sistema a rete di cui parla Schon: una struttura politica senza alcun centro o capo, liberamente tenuta insieme dalla opposizione delle sue parti. Le funzioni in altri contesti delegate a un’autorità centrale erano distribuite tra l’intera popolazione. In ogni situazione gli avvenimenti politici erano affrontati in un linguaggio molto generale, il linguaggio delle relazioni interparentali che si adeguava solo molto approssimativamente ai fatti della politica. Le diverse versioni delle loro norme di governo avevano solo una vaga somiglianza nei diversi contesti. In queste condizioni il sistema si rivelava molto agile e difficilmente deteriorabile.

È chiaro così che sia l’antropologia sia la teoria cibernetica convalidano l’opinione espressa da Kropotkin: che in una società senza governo l’armonia è una risultante di «una continua acquisizione e riacquisizione di equilibrio tra un gran numero di forze e influenze», che si esplicano in «una fitta rete composta da una infinita varietà di gruppi e federazioni di ogni tipo e dimensione: locali, regionali, nazionali o internazionali; che possono essere temporanei o pressoché permanenti; unificati da ogni possibile scopo: produzione, commercio e consumo, tutela sanitaria, istruzione, protezione reciproca, difesa del territorio e così via; che permettono di rispondere a un numero sempre crescente di bisogni sociali, artistici, scientifici, letterari».

Il modello che prevede strutture centrali di governo appare estremamente rozzo al confronto, dal punto di vista dei servizi sociali, dell’industria, dell’istruzione, della pianificazione economica. Non c’è da stupirsi se non è in grado di rispondere ai bisogni attuali. E non c’è da stupirsi se, quando si tenta di usare mezzi come la fusione, la razionalizzazione, la coordinazione per risolvere gli attuali problemi di funzionamento, l’unico risultato è l’incepparsi delle linee di comunicazione.

L’alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell’unità, propone insomma una massa di società e non una società di massa.