L’arte di strisciare

L’uomo di corte è senza alcun dubbio il prodotto più curioso che la specie umana possa mostrare. È un animale anfibio, in cui tutti i contrasti si trovano comunemente riuniti. Un filosofo danese paragona il cortigiano alla statua composta da materia diverse che Nabucodonosor vide in sogno. «La testa del cortigiano è – dice – di vetro, i capelli sono d’oro, le mani sono di pece resina, il corpo è di gesso, il cuore è metà di ferro e metà di fango, i piedi sono di paglia, ed il suo sangue è un composto di acqua e argento vivo».

Bisogna riconoscere che un animale così strano è difficile da definire; ben lungi dall’essere conosciuto dagli altri, può appena conoscersi da sé; tuttavia sembra che, tutto sommato, lo si possa mettere nella classe degli uomini: con questa differenza, però: che gli uomini ordinari hanno un’anima sola, mentre l’uomo di corte pare che ne abbia diverse.

In effetti, un cortigiano è ora insolente, ora umile; ora della più sordida avarizia e dell’avidità più insaziabile, ora della prodigalità più estrema; ora dell’audacia più netta, ora della più vergognosa vigliaccheria; ora dell’arroganza più impertinente, ora della più studiata cortesia: in una parola, è un Proteo, un Giano, o piuttosto un Dio dell’India, che si rappresenta con sette facce diverse.

Quali che siano, è per questi animali così rari che le nazioni sembrano fatte; la Provvidenza le destina ai loro minimi piaceri; il sovrano stesso non è che il loro uomo d’affari; quando fa il suo dovere, non ha altro impiego che accontentare i loro bisogni e soddisfare le loro fantasie: ben felice di lavorare per questi uomini necessari di cui lo Stato non può fare a meno.

Non è che per loro interesse che un monarca deve aumentare le tasse, fare la pace o la guerra, immaginare mille invenzioni ingegnose per tormentare e salassare i suoi popoli. In cambio di queste cure i cortigiani riconoscenti pagano il monarca con compiacenze, assiduità, adulazioni, bassezze, e il talento di barattare queste grazie con merci importanti è senza dubbio il più utile alla Corte.?

A dire il vero i filosofi, che generalmente sono persone di cattivo umore, considerano il mestiere di cortigiano vile, infame, da impostori. I popoli ingrati non avvertono quanto grandi sono gli obblighi che hanno verso questi grandi generosi che, per tenere il sovrano di buon umore, sono dediti alla noia, si sacrificano ai suoi capricci, immolano continuamente per lui il loro onore, la loro probità, il loro amor proprio, la loro vergogna e i loro rimorsi.

Questi imbecilli non avvertono dunque il prezzo di questi sacrifici?

Non pensano a quanto costa essere un buon cortigiano?

Per quanta forza di spirito si abbia, per quanto corazzata sia la coscienza per l’abitudine di disprezzare la virtù e calpestare la probità, gli uomini ordinari provano sempre una pena infinita a soffocare nel loro cuore la voce della ragione.

Solo il cortigiano giunge a ridurre al silenzio questa voce importuna; solo lui è capace di uno sforzo tanto nobile.?Se esaminiamo le cose da questo punto di vista vediamo che, di tutte le arti, la più difficile è quella di strisciare. Quest’arte sublime è forse la più meravigliosa conquista dello spirito umano. La natura ha messo nel cuore di tutti gli uomini un amor proprio, un orgoglio, una fierezza che sono, fra tutte le disposizioni, le più difficili da vincere.

L’anima si rivolta contro tutto ciò che cerca di deprimerla, reagisce con vigore tutte le volte che la si ferisce in quel luogo sensibile; e se non si prende di buon’ora l’abitudine di combattere, di comprimere, di schiacciare questa potente energia, diviene impossibile padroneggiarla. A ciò il cortigiano si esercita sin da piccolo, con uno studio senza dubbio più utile di tutti quelli di cui ci vantiamo enfaticamente, e che annuncia in coloro che hanno per tal via acquisito la facoltà di soggiogare la natura una forza di cui pochissimi esseri sono dotati. È per questi sforzi eroici, per queste battaglie, per queste vittorie che un abile cortigiano si distingue e perviene ad un livello di insensibilità tale da procurargli la fiducia, gli onori, quelle grandezze che sono oggetto dell’invidia dei suoi simili e di ammirazione pubblica.

Non si osi esaltare ancora i sacrifici che la religione fa compiere a coloro che vogliono guadagnare il cielo!

Che non si parli della forza d’animo dei filosofi alteri che pretendono disprezzare tutto ciò che gli uomini stimano!

I devoti ed i saggi non hanno potuto vincere l’amor proprio; l’orgoglio sembra molto compatibile con la devozione e la filosofia. Solo al cortigiano è riservato di trionfare su se stesso e di riportare una vittoria completa sui sentimenti del suo cuore. Un perfetto cortigiano è senza alcun dubbio il più sorprendente degli uomini.

Non parlate più dell’abnegazione dei devoti per la Divinità: la vera abnegazione è quella di un cortigiano per il suo padrone; vedete come si annienta in sua presenza!

Diviene una semplice macchina, o piuttosto non è niente; attende da lui il suo essere; cerca di riconoscere nei suoi tratti quello che deve avere lui stesso; è come cera molle, pronta a ricevere tutte le impressioni che gli si vorrà dare.

Vi sono dei mortali che hanno qualche rigore nello spirito, un difetto di elasticità alla schiena, una mancanza di flessibilità alla nuca. Questa infelice costituzione fisica impedisce loro di perfezionarsi nell’arte di strisciare e li rende incapaci di avanzare a Corte.

I serpenti e i rettili arrivano alla cima delle montagne e delle rocce, dove il cavallo più impetuoso non può inoltrarsi. La corte non è fatta per persone altere, inflessibili, incapaci di prestarsi ai capricci o di cedere alle fantasie, e nemmeno, quando occorre, approvare o favorire i crimini che la grandezza giudica necessaria al benessere dello Stato.

Un buon cortigiano non deve mai avere una opinione sua, ma solo quella del suo signore o del ministro, e la sua sagacia deve sempre fargliela presentire; cosa che suppone un’esperienza consumata ed una conoscenza profonda del cuore umano.

Un cortigiano non deve mai avere ragione, non gli è permesso di avere più spirito del suo signore o di chi gli distribuisce i suoi favori, deve sapere bene che il sovrano e l’uomo in vista non possono mai essere ingannati.?

Il cortigiano ben allevato deve avere lo stomaco abbastanza forte per digerire tutti gli affronti che il suo signore vorrà fargli. Deve imparare fin dalla più tenera infanzia a dominare la sua fisionomia, per timore ch’essa tradisca i moti segreti del suo cuore o sveli un dispetto involontario che un’offesa potrebbe farvi nascere.

Per vivere alla corte occorre avere un controllo completo sui muscoli del viso, al fine di assistere senza batter ciglio alle cose più disgustosamente sanguinose. Un musone, un uomo che abbia cattivo umore o suscettibilità non vi riuscirebbe.?In effetti, tutti coloro che hanno il potere nelle mani prendono molto male che qualcuno dia segno di avvertire le punzecchiature che hanno la bontà di fare, o che dia mostra di lamentarsene. Davanti al suo signore, il cortigiano deve imitare quel giovane spartano che venne frustato per aver rubato una volpe; benché durante l’operazione l’animale nascosto sotto il mantello gli straziasse il ventre, il dolore non gli fece uscire il minimo grido. Quale arte, quale controllo di sé richiede questa dissimulazione profonda che costituisce la prima caratteristica del vero cortigiano!

Bisogna che senza posa sappia blandire i rivali con un’apparenza di amicizia, che mostri un viso aperto, affettuoso, a coloro che più detesta, abbracciare con tenerezza il nemico che vorrebbe soffocare; bisogna infine che le menzogne più impudenti non producano sul suo viso alcuna alterazione.?La grande arte del cortigiano, l’oggetto essenziale del suo studio, è di informarsi sulle passioni ed i vizi del suo signore, per afferrarlo dal lato debole: è assicurato che per questa via otterrà la chiave del suo cuore.

Ama le donne? Bisogna procurargliene.
È devoto? Bisogna diventare devoti o ipocriti.
È ombroso? Gli si offrano sospetti su tutti quelli che lo circondano.
È pigro? Mai parlargli d’affari.

In una parola, bisogna servirlo a modo suo e soprattutto adularlo continuamente. Se è uno sciocco, non si rischia nulla a essere prodighi di adulazioni che è ben lungi dal meritare; ma se per caso ha dello spirito o del buon senso, cosa che raramente è da temere, bisognerà avere qualche riguardo.

Il cortigiano dovrà curare di essere affabile, affettuoso ed educato con tutti quelli che possono aiutarlo o nuocergli; può essere arrogante solo con quelli di cui non ha bisogno. Deve sapere a memoria il prezzo di tutti quelli che incontra, deve omaggiare profondamente la donna di camera di una dama di rango, conversare familiarmente con il maggiordomo o il valletto di camera del ministro, carezzare il cane del primo commesso. Infine, non gli è consentito di distrarsi un solo istante. La vita del cortigiano è uno studio continuo.

Come Arlecchino, un vero cortigiano dev’essere amico di tutti, ma senza avere la debolezza di legarsi a nessuno. Obbligato a vantarsi dell’amicizia e della sincerità, non deve mai attaccarsi ad altri che all’uomo di potere, e questo attaccamento deve cessare appena il suo potere cessa. È indispensabile detestare su due piedi chiunque dispiaccia al signore o al favorito influente.?Si giudichi da quanto s’è detto se la vita di un perfetto cortigiano non è un lungo susseguirsi di penose sofferenze.

Le nazioni potranno mai pagare troppo un corpo di uomini che a tal punto si consacrano al servizio del principe? Tutti i tesori dei popoli bastano appena a ripagare degli eroi che si sacrificano interamente alla felicità pubblica; non è giusto che degli uomini che si dannano così di buon grado per il vantaggio dei loro concittadini siano almeno ben pagati in questo mondo?

Quale rispetto, quale venerazione dovremo avere per quegli esseri privilegiati che il rango e la nascita rendono naturalmente così fieri, vedendo il sacrificio generoso che fanno della loro fierezza, della loro alterigia, del loro amor proprio!

Non possiedono sempre quel sublime abbandono di sé, tanto da adempiere al seguito del principe le stesse funzioni che l’ultimo valletto compie al seguito del suo padrone?

Non trovano nulla di vile in tutto ciò che fanno per lui; che dico? si glorificano degli impieghi più vili fatti per la sua sacra persona; ambiscono giorno e notte la buona sorte di essergli utile, lo guardano a vista, si rendono ministri compiacenti dei suoi piaceri, si accollano le sue sciocchezze o si affrettano ad applaudirle; in una parola, un buon cortigiano è talmente assorto nell’idea del suo dovere, che spesso s’inorgoglisce di fare cose cui un onesto lacché non vorrebbe mai prestarsi.

Lo spirito del Vangelo è l’umiltà; il Figlio dell’Uomo ci ha detto che chi si esalta verrà umiliato, e il contrario non è meno sicuro. La gente di corte segue il precetto alla lettera. Non siamo sorpresi, dunque, se la Provvidenza li ricompensa a dismisura per la loro docilità e se la loro abiezione procura loro gli onori, la ricchezza ed il rispetto delle nazioni ben governate.