Lettera a un lavoratore mai nato

schiavi del denaroSe tu fossi un embrione, un feto, sapremmo modulare il nostro intervento sulle corde della dolcezza, della comprensione, dell’intimo affetto. Saresti una creaturina minuscola e indifesa, un esserino docile, tenero, abbozzato.

Quasi inesistente, o inesistente del tutto.

Ispireresti la tenerezza dell’irreversibile, dell’inevitabile, del complesso, del misterioso.

In poche parola: faresti pena.

Una compassionevole pena cattolica.

Ma tu non sei un feto. Certo, sei un non-nato, ma solo perché del nato, del vivo ti mancano la dignità, l’amor proprio, la coscienza. E al posto tuo noi non ne faremmo un vanto.

Certo, non sei il solo, è condizione comune. Ma il mal comune, stavolta, non fa mezzo gaudio.

Né il somigliare agli altri può in qualche modo salvarti, come sosteneva Lindo Ferretti prima di darsi anche lui agli embrioni, ai feti e alla pornografia emozionale.

Quindi veniamo a te, lavoratore e lavoratrice che all’ultimo sciopero hai disertato la vertenza o ti sei dato malato, con l’animo sgombero da ogni emozione, da ogni partecipazione, da ogni umana comprensione. Per comunicarti per intero il disprezzo che proviamo per te e per i tuoi pari. Il disprezzo intero e senza sconti che si deve ai servi.

Qualche anno fa eri in piazza con i colleghi, quando la Magistratura minacciava di mettere i sigilli. Ricordiamo i discorsi che facevi, gli slogan che urlavi, gli striscioni che ti avevano detto di portare. Ricordiamo il sudore freddo dei capi, quegli immensi sfruttatori della prostituzione legale e necessaria, quelli che non osi neppure guardare negli occhi, come certe matricole certi professori. Perché tieni famiglia, si dice. E la famiglia è sacra: i part-time (anche se a tempo indeterminato) con contratti tra 20 e 24 ore settimanali a 500 euro in busta paga formano famiglie che benedicono i mille euro mensili. E calano la testa. Perché senza è pure peggio.

Ma anche noi abbiamo famiglia. Anche noi, che rinunciando alle nostre giornate di lavoro, ai nostri salari dipendenti e precari, abbiamo sfilato con te, con voi, per sostenere il tuo e il vostro diritto ad avere un lavoro, un progetto, una visione del futuro.

Perché da te, servo volontario e nemico di te stesso, ci divide la coscienza, la dignità e l’amor proprio.

Sappiamo che se una categoria vacilla e crolla, tutte le altre vacillano e crollano. Che se non si alza la voce dinanzi all’abuso dei contratti interinali, si commissiona un futuro di precariato e stenti a tutti. Ai presenti come agli assenti. Che se non si pretende rispetto per la propria umanità lavorativa, si lasciano appassire irrispettate le cause di centinaia di oscuri lavoratori. Dei vostri padri e dei vostri figli.

Certo, ci dirai che per chi regge lo sguardo ci sono gli spostamenti punitivi, i mancati rinnovi, i responsabili del personale che spazzano i reparti per dissuadere dall’aderire anche agli scioperi più elementari.

Ma lavorare anche dinanzi alla minaccia dell’ordinario domenicale, dinanzi all’aumento della flessibilità interna, è molto più di un atto antieconomico o antisindacale. È dare via il culo (perdonaci il francesismo).

In cambio di cosa, te lo sei chiesto?
Del mutuo da pagare, del matrimonio da organizzare, dei figli da fare o da mantenere?

Sei fin troppo intelligente per non comprendere che il tuo crumiraggio, il tuo inossidabile lecchinaggio, la tua compiaciuta servitù, è una coltellata alle spalle di tutti coloro che ancora difendono i propri diritti e il proprio posto di lavoro. Perché la barca è una e sta lentamente affondando.

Cosa credi di guadagnare?
Una carriera, un posto macchina, un passaporto dirigenziale?

Ti sbagli. Gente migliore di te c’ha provato. Ed è stata ringraziata a calci nel sedere, dopo essere stata spremuta come un limone acerbo. Tempo al tempo e ne riparleremo.

Avremmo bisogno della dignità, della migliore dignità possibile. Di gente capace di non sentirsi fiera e libera solo quando guarda “Braveheart” in televisione.

Invece non otterremo niente. Rimarremo soli. Ognuno chiuso dentro il proprio fottutissimo universo privato, a dividerci, a far fallire scioperi, a permettere che dei sacchi di letame s’ingrassino e s’ingrossino sul nostro silenzio colpevole, sulle nostre divisioni, sul nostro vergognoso servilismo.

Il lecchinaggio, il privato, una carriera che non si concretizzerà mai.

Con questi mattoni di merda è costruito questo sistema. E il vostro ipermercato, dove dite “noi” per parlare degli affari dell’azienda, ne è la prova.

E se la logica è quella del si salvi chi può, allora ti annuncio che la prossima volta che un magistrato verrà a porre i sigilli, ti guarderemo affondare, assieme ai tuoi amati dirigenti.

Perché non meriti appoggio, né solidarietà, né cattolica compassione.

Ma solo il disprezzo che si deve agli schiavi e ai cornuti contenti.