Lo strumento e la crisi


crisi-economicaI sintomi di una crisi planetaria in corso di accelerazione sono manifesti.
Se ne è ricercato il motivo un po’ ovunque.

Da parte mia, io avanzo la seguente spiegazione: la crisi ha le sue radici nel fallimento dell’impresa moderna, cioè la sostituzione della macchina all’uomo. Il grande progetto di sostituire la soddisfazione razionale e anonima alla risposta occasionale e personale si è trasformato in un implacabile processo di asservimento del produttore e di intossicazione del consumatore. La relazione dall’uomo allo strumento è divenuta una relazione dallo strumento all’uomo. Qui bisogna riconoscere il fallimento.

E’ un centinaio d’anni che cerchiamo di far lavorare la macchina “per l’uomo” e di educare l’uomo “a servire la macchina”. Adesso ci si accorge che a un certo punto la macchina non funziona, che l’uomo non riesce a conformarsi alle sue esigenze, a farsi suo servitore a vita. Per un secolo l’umanità si è dedicata a un esperimento basato su questa ipotesi: lo strumento può rimpiazzare lo schiavo.

Ora vediamo chiaramente che, impiegato per siffatti scopi, è lo strumento che fa dell’uomo il suo schiavo. La dittatura del proletariato e la dittatura del mercato sono due varianti politiche che celano lo stesso dominio da parte di un’attrezzatura industriale in costante espansione. Il fallimento del grande sogno di razionalizzazione progressiva porta a concludere che l’ipotesi è falsa.

La soluzione della crisi esige un radicale rovesciamento: solo ribaltando la struttura profonda che regola il rapporto tra l’uomo e lo strumento potremo servirci degli strumenti che sappiamo costruire. Lo strumento veramente razionale risponde a tre esigenze: genera efficienza senza degradare l’autonomia personale, non produce né schiavi né padroni, estende il raggio d’azione personale. L’uomo ha bisogno di uno strumento “col quale lavorare”, non di un’attrezzatura che “lavori al suo posto”. Ha bisogno di una tecnologia che esalti l’energia e l’immaginazione personali, non di una tecnologia che lo asservisca e lo programmi. L’industrializzazione programmatica ci ha progressivamente privato di tali strumenti.

Io credo che occorra “invertire” radicalmente le istituzioni industriali, “ricostruire” la società da cima a fondo. Per essere efficiente e andare incontro ai bisogni umani che pure determina, un nuovo sistema di produzione deve ritrovare la dimensione personale e comunitaria. La persona, la cellula di base congiungono in maniera ottimale l’efficacia e l’autonomia: soltanto sulla loro scala si può determinare il bisogno umano la cui produzione sociale è realizzabile.

Che si sposti o sia fermo, l’uomo ha bisogno di strumenti. Ne ha bisogno per comunicare con gli altri come per curarsi. L’uomo che va a piedi e prende erbe medicinali non è l’uomo che corre a centosessanta sull’autostrada e prende antibiotici; ma tanto l’uno quanto l’altro non possono fare tutto da s‚ e dipendono da ciò che gli fornisce il loro ambiente naturale e culturale. Lo strumento e quindi la fornitura di oggetti e di servizi variano da una civiltà all’altra.

L’uomo non vive soltanto di beni e di servizi, ma della libertà di modellare gli oggetti che gli stanno attorno, di conformarli al suo gusto, di servirsene con gli altri e per gli altri. Nei paesi ricchi, i carcerati dispongono spesso di beni e servizi in quantità maggiore delle loro famiglie, ma non hanno voce in capitolo riguardo al come le cose sono fatte, né diritto di interloquire sull’uso che se ne fa: degradati al rango di consumatori-utenti allo stato puro, sono privi di “convivialità”. Intendo per “convivialità” il contrario della produttività industriale.

Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza. Questi strumenti si possono ordinare in una serie continua avente a un estremo lo strumento dominante e all’estremo opposto lo strumento conviviale: il passaggio dalla produttività alla convivialità è il passaggio dalla ripetizione della carenza alla spontaneità del dono. Il rapporto industriale è riflesso condizionato, risposta stereotipa dell’individuo ai messaggi emessi da un altro utente, che egli non conoscerà mai, o da un ambiente artificiale, che mai comprenderà; il rapporto conviviale, sempre nuovo, è opera di persone che partecipano alla creazione della vita sociale.

Passare dalla produttività alla convivialità significa sostituire a un valore tecnico un valore etico, a un valore materializzato un valore realizzato. “La convivialità è la libertà individuale realizzata nel rapporto di produzione in seno a una società dotata di strumenti efficaci”. Quando una società, qualunque essa sia, reprime la convivialità al di sotto di un certo livello, diventa preda della carenza; infatti nessuna ipertrofia della produttività riuscirà mai a soddisfare i bisogni creati e moltiplicati a gara.