Manicheismo


scalaSi può quindi sostenere che l’anarchismo sia l’immagine speculare del pensiero di Hobbes, nel senso che entrambi hanno in comune un forte debito verso l’illuminismo. Entrambi sottolineano la necessità di trovare un elemento in grado di dare pienezza di senso alla collettività, un punto intorno al quale la società si possa organizzare. Gli anarchici trovano questo punto di partenza nella legge naturale che plasma la società e la soggettività umana, e che trova il suo ostacolo nello Stato. Hobbes, d’altra parte, vede questo punto di partenza nell’”assenza”, uno spazio vuoto che deve essere riempito dallo Stato. Il pensiero di Hobbes è racchiuso nel paradigma dello Stato. Lo Stato è il limite concettuale assoluto, al di fuori del quale ci sono solo i pericoli dello stato di natura. Teorie politiche simili, basate sul contratto sociale, sono permeate dal timore che, una volta eliminato lo Stato, si possa tornare allo stato di natura. L’Anarchismo, poiché parte da una concezione della società e della natura umana totalmente differente, ritiene di essere in grado di superare questo ostacolo. Ma è davvero così?

L’anarchismo opera all’interno di una logica politica manichea: crea una opposizione morale fondamentale tra la società e lo Stato, tra l’umanità e il potere. La legge naturale è diametralmente opposta al potere artificiale, la moralità e la razionalità immanenti nella soggettività umana entrano in conflitto con l’irrazionalità e l’immoralità dello Stato. C’è un’antitesi essenziale tra il punto di partenza incontaminato dell’anarchismo, costituito dalla soggettività umana, e il potere dello Stato. Questa logica, che stabilisce un’opposizione assoluta tra due termini – il bene e il male, il bianco e il nero, l’umanità e lo Stato – è il nucleo centrale del pensiero manicheo. Jacques Donzelot sostiene che questa logica di opposizione assoluta è endemica alla teoria politica radicale:
“La Cultura politica e’ anche la ricerca sistematica di un antagonismo tra due essenze, e traccia una linea di demarcazione tra due principi, due livelli di realtà che sono facilmente posti in opposizione. Non esiste cultura politica che non sia manichea.”

Forse l’anarchismo, nell’aderire a questa logica e nel fare del potere il punto centrale della propria analisi, sostituendolo all’economia del pensiero marxista, è caduto nella stessa trappola riduzionistica del marxismo. Non ha forse inteso il Potere e non l’economia come il male centrale della società, da cui tutti gli altri mali sono la conseguenza? Come sostiene Donzelot:
“(per gli anarchici) il capitalismo non è l’unica e nemmeno la principale causa del male sulla terra e si affretta a sostituire all’opposizione fra capitale e lavoro quella tra Stato e società civile. Il Capitale, come capro espiatorio, è rimpiazzato dallo Stato, questo freddo mostro la cui crescita illimitata depaupera la vita sociale; e il proletariato lascia il posto alla società civile, cioè a tutto ciò che si oppone a livello di clienti, costumi, una socievolezza vivibile, spostati dai margini della società e promossi allo status di motore della storia.”

Opporre la “socievolezza vivente” (living sociability) allo Stato, nello stesso modo in cui il marxismo oppone il proletariato al capitalismo, fa nascere il sospetto che l’anarchismo sia incapace di superare le tradizionali categorie politiche che sono il limite del marxismo stesso. Come sostiene Donzelot, la logica manichea regge tutte queste teorie, essa è l’elemento nascosto che scorre in esse e le contraddistingue. Non importa se il bersaglio sia lo Stato, il Capitale o qualcos’altro: l’importante è che ci sia un nemico da distruggere e un soggetto che lo distruggerà, la promessa di una battaglia finale e di una vittoria finale. La logica manichea è infatti la logica di un “luogo”: ci deve essere un luogo che è la sede del potere e un luogo che sia sede della rivolta. Questa è la logica binaria, dialettica, che pervade l’anarchismo: il posto del potere – lo Stato – deve essere rovesciato dal soggetto che è sede dell’essenza umana, il soggetto puro della resistenza. Così l’anarchismo rende “essenziale” il potere cui si oppone.

La logica manichea in questo modo rende necessaria un’operazione di rispecchiamento: il luogo della resistenza è un riflesso, opposto, del luogo del potere. Nel caso dell’anarchismo, la soggettività umana è essenzialmente morale e razionale, mentre lo Stato è essenzialmente immorale e irrazionale. Lo Stato è essenziale all’esistenza del soggetto rivoluzionario, così come il soggetto rivoluzionario è essenziale per l’esistenza dello Stato. Uno si definisce in opposizione all’altro. La purezza dell’identità rivoluzionaria è definita solo in contrasto con l’impurità del potere politico. La rivolta contro lo Stato è sempre richiesta dallo Stato. Come dice Bakunin: “c’è qualcosa nella natura dello Stato che provoca la ribellione”. Benché la relazione tra lo Stato e il soggetto rivoluzionario è un’opposizione definita in termini chiarissimi, i due antagonisti non potrebbero esistere al di fuori di questa relazione. In altre parole: non potrebbero esistere l’uno senza l’altro.

Può questa relazione paradossale di riflessione e opposizione essere vista come una forma di “risentimento” in senso nietzschiano? Io direi che, benché esistano delle differenze, la relazione manichea di opposizione tra il soggetto umano e il potere politico che si trova nell’anarchismo obbedisce alle leggi generali del “risentimento” descritte sopra. E questo per due motivi. Innanzitutto, come abbiamo visto, il risentimento è basato sul pregiudizio morale dei senza-potere contro i potenti – la rivolta degli schiavi contro i padroni. Nell’anarchismo l’opposizione morale contro il potere e’ evidente, laddove pone in contrasto la morale naturale e razionale del soggetto umano contro le qualità immorali e irrazionali del potere politico. Così come essa risalta nell’opposizione tra autorità naturale e artificiale, concetto centrale dell’anarchismo. In secondo luogo, il risentimento è caratterizzato dal bisogno fondamentale di identificare sé stessi in relazione e opposizione a un nemico esterno. Qui però il paragone con l’anarchismo non è così evidente. Per esempio, si potrebbe obiettare che la soggettività e l’etica anarchica – la nozione di aiuto e di assistenza reciproca – è qualcosa che si sviluppa indipendentemente dal potere politico, e che quindi non ha bisogno di una relazione di opposizione allo Stato per definire se stessa. Ma io sostengo che, benché la soggettività degli anarchici si sviluppi in un sistema “naturale” che è radicalmente esterno al sistema “artificiale” del potere politico, è proprio in questa nozione di diversità radicale che emerge il risentimento. L’anarchismo è impregnato di logica dialettica, secondo la quale la specie umana emerge da uno stato di animalità e comincia a sviluppare innate facoltà morali e razionali all’interno di un sistema naturale. Ciononostante, il soggetto si trova ostacolato in questo percorso evolutivo dal potere irrazionale e immorale dello Stato. Perciò il soggetto non riesce a trovare la piena realizzazione della propria identità umana finché resta oppresso dallo Stato. Ecco perché, per Bakunin: “lo Stato è la più flagrante negazione… dell’umanità’”. La realizzazione del soggetto è sempre deviata, ritardata, spenta dallo Stato. La dialettica tra Uomo e Stato suggerisce che l’identità del soggetto è caratterizzata come essenzialmente razionale e morale solo in quanto la realizzazione di queste facoltà e qualità è impedita dallo Stato. Paradossalmente lo Stato, che e’ visto dagli anarchici come un ostacolo alla piena realizzazione dell’individualità dell’uomo, è allo stesso tempo essenziale alla formazione di questa identità incompleta. Senza questa ottundente oppressione, il soggetto anarchico non sarebbe capace di vedere se stesso come razionale e morale. L’esistenza del potere politico è quindi un mezzo per la costruzione di questa assente pienezza. Quindi io sostengo che l’anarchismo può individuare le qualità morali e razionali del soggetto solo in opposizIone alle qualità immorali irrazionali del potere politico. Allo stesso modo l’identità dello “schiavo” è considerata come “buona” per opporsi all’identità del “padrone” che è “cattiva”. Nietzsche vedrebbe in questo atteggiamento la massima espressione del risentimento.

Quindi il manicheismo che e’ connaturato al discorso degli anarchici e’ una logica del risentimento, il che per Nietzsche è una caratteristica principalmente malsana, che proviene da una posizione di debolezza e di malattia. L’identità rivoluzionaria nella filosofia anarchica è costituita dalla sua essenziale opposizione al potere. Come l’uomo reattivo di Nietzsche, l’identità rivoluzionaria pretende di essere incontaminata dal potere: l’essenza umana è vista come morale, mentre il potere è immorale, naturale mentre il potere è artificiale, pura mentre il potere è impuro. Poiché questa soggettività è costituita all’interno di un sistema di legge naturale – opposta alla legge artificiale – esso è un luogo che, benché oppresso dal potere, resta al di fuori del potere, senza rimanere corrotto da esso. Ma è cosi?

Lo stesso Bakunin ha qualche dubbio che emerge quando parla del “principio del potere”. Esso è il naturale desiderio di potere che per Bakunin è innato in ogni individuo: “Ogni uomo porta con sé i germi del desiderio di potere e ogni germe, come sappiamo, a causa di una legge fondamentale della vita, si deve necessariamente sviluppare e crescere”. Il “principio di potere” significa che non si può affidare il potere a qualcuno e che c’è sempre un desiderio di potere nel fondo del cuore umano. Anche se Bakunin voleva metter in guardia dai pericoli di corruzione insiti nel potere, egli ha forse inconsciamente esposto la contraddizione occulta che è alla base del discorso anarchico: e cioè che, benché il discorso anarchico si basa sulla nozione di una soggettività umana incontaminata dal potere, questa stessa soggettività e’ in ultima analisi impossibile. La pura identità rivoluzionaria e’ distrutta e sconvolta dal desiderio “naturale” di potere, nascosto nel fondo di ogni individuo umano. Forse la conseguenza del “principio di potere” bakuniano e’ che il soggetto avrà sempre un desiderio di potere, e che il soggetto e’ incompleto se non ottiene questo potere. Anche Kropotkin parla del desiderio di potere e di autorità. Egli sostiene che la nascita dello Stato moderno può essere in parte attribuita al fatto che “gli uomini si sono innamorati dell’autorità. Egli sottintende, quindi, che il potere statale non e’ totalmente un’imposizione dall’alto. Egli parla dell’auto-sottomissione alla legge e all’autorità: “l’uomo si lascia dominare più dal desiderio di punire secondo la legge che dalla conquista militare diretta”. Questo desiderio di “punire secondo la legge” nasce forse dall’innato senso morale dell’umanità? E se questo e’ vero, l’essenza umana può ancora essere considerata come incontaminata dal potere? Benché la nozione di soggettività degli anarchici non sia totalmente inficiata da questa contraddizione, essa ne viene comunque destabilizzata: viene resa ambigua e incompleta. Obbliga ad interrogarsi sulla nozione anarchica di rivoluzione umana contro il potere: se gli uomini desiderano naturalmente il potere, allora come si fa ad essere sicuri che una rivoluzione diretta a distruggere il potere non si trasformi in una rivoluzione diretta a prendere il potere?