Modelli di partito – parte II

rotturaLa vicenda particolarmente accidentata delle elezioni regionali ripropone con drastica evidenza, il tema del modello di partito. Le scelte a cui si è approdato per il Partito Democratico, pur difendibili, hanno largamente evidenziato, specie nei casi più emblematici, un governo sostanzialmente erratico e accidentale, del processo. Tale vicenda ha fatto emergere con solare chiarezza la rapida usura della “via di mezzo” tra partito degli iscritti e partito dei cittadini,di un partito cioè a metà strada tra partito strutturato e partito liquido, contraddizione non risolta appieno dal precedente congresso.

È necessario tornare sul modello di partito, non solo per una ragione di principio – il principio di organizzazione nella sua essenza non tollera gli ibridi -, ma per una ragione politica, cioè per la forza che è necessario mettere in campo rispetto alle sfide che la storia propone. Tematizzare il modello di partito, in realtà significa tematizzare la sua capacità di intervento, la sua forza, a partire dal contesto in cui è chiamato ad operare, contesto di cui è imprescindibile cogliere le linee di tendenza plausibili. Determinante, come sanno bene i vecchi marinai, diventa quindi la definizione del punto-nave.

Il punto-nave oggi, se si tiene fermo lo sguardo alla realtà effettuale delle cose, è possibile definirlo a partire da due avvenimenti che possono essere assunti come discriminanti:

a) Sul piano generale, l’irrompere della più grande crisi del capitalismo dalla sua storia, crisi da nessuna prevista nella sua catastrofica gravità; l’epoca che stiamo vivendo è quella aperta emblematicamente dal fallimento della Lheman-Brothers nel settembre del 2008 e dei suoi effetti a catena. Recentemente a Davos, all’incontro tra i massimi responsabili economici, si è cercato di quantificare il costo che la crisi finora ha prodotto: svalutazione, nei bilanci per quattromila miliardi di dollari, perdita di trentaquattro milioni di posti di lavoro.

b) Sul piano specificamente nazionale, l’affermazione della destra, e il passaggio alla opposizione, con le elezioni del 2008, di tutte le forze che hanno fondato e governato la Repubblica, il cosiddetto arco costituzionale. Una novità storica. Uno schieramento di destra, anche se variegata, si è insediato nella società italiana, governa il paese e apertamente dichiara di volere scrivere una nuova Costituzione,fondare una nuova repubblica. La seconda repubblica come transizione ad un’altra repubblica e non come un aggiornamento della prima.

Come affrontare la Grande Crisi,come organizzare una controffensiva, una Reconquista politica della nazione, mi sembrano i due grandi compiti, che la sinistra ha davanti a sé,come imperativo politico dell’oggi. Il modello di Partito non può che derivare da questi nuovi imperativi che la storia ci propone, sapendo che non siamo di fronte a fenomeni passeggeri, che si autocorreggono da soli, per inerzia, strada facendo.

La grande crisi ha come cause strutturali di lungo periodo tre grandi eccessi: eccesso di indebitamento, eccesso di capacità produttiva, eccesso di disuguaglianza; fino ad ora, sotto i riflettori sono stati soprattutto l’eccesso di indebitamento e l’eccesso di disuguaglianza, ma è soprattutto l’eccesso di capacità produttiva che, come ben sapevano Marx e Schumpeter, quello che ha nel suo grembo gli effetti più esplosivi, in termini sociali, politici, geopolitici.

Il riassorbimento dell’eccesso di capacità produttiva (mediamente del 30% come dice Marchionne), ma soprattutto la sua eventuale sostituzione, mette sul tavolo il tema strategico del modello di sviluppo, del chi lo decide, delle risorse necessarie, del privato e del pubblico, del ruolo dello stato-nazione, del destino dei processi di integrazioni continentali, della geopolitica del mondo. La crisi rappresenta il fallimento del mercato che si autoregola e fa sorridere il tentativo di affidare il suo superamento alle stesse forze che l’hanno provocata.

La crisi morderà comunque a lungo, il nuovismo ed il virtuale, la serie dei post(post-moderno, il post-ideologico, il post-post ecc.) perderanno molto del loro fascino,e la politica della sinistra, per riacquistare senso, andrà di nuovo radicata nelle forme e nelle forze storiche, da ricostruire con metodo e sapienza.

Lo stesso ragionamento vale sul piano specificamente nazionale; l’insediamento sociale e politico della destra, non è più riducibile sostanzialmente al personaggio di Berlusconi; il PDL non è più semplicemente il partito berlusconiano, ma sembra sempre più configurarsi e consolidarsi come odierno e moderno partito-stato. L’insediamento al governo della destra, può quindi trasformarsi in egemonia della destra stessa, intrecciandosi con un’altra novità epocale: la questione antropologica, come viene tematizzata dalla Chiesa.

L’irrompere della crisi, può però disarticolare il processo di stabilizzazione della destra; ma ad una condizione: che la sinistra, appunto, non si riduca alla pur giusta difesa degli ultimi, dei penultimi e delle piccole imprese, ma ponga come questione centrale, la questione del modello di sviluppo, asse attorno a cui costruire un nuovo equilibrio sociale e territoriale del paese.

La riflessione sul modello di partito acquista tutto il suo senso, particolarmente in tale prospettiva, e a partire da questi passaggi d‘epoca. Modello di partito e modello di sviluppo, in tale contesto, si tengono reciprocamente. In questi decenni – ma lo scontro data dalla nascita del partito politico moderno – i modelli di partito che si sono prospettati possono essere ricondotti essenzialmente a due: il partito come organismo e il partito come contenitore. Nella loro versione estrema, il partito-organismo può ridursi a setta, il partito–contenitore a formazione sostanzialmente apolitica se non antipolitica.

Il partito-contenitore essenzialmente è un rassemblement d’occasione, il fine della politica è rappresentare la società, ma la società è concepita come mercato (società come mercato politico) e come ogni mercato, va affrontato con l’arte della seduzione e soprattutto della manipolazione, arte che può raggiungere vette inedite e sofisticate con lo sviluppo esponenziale dei media.

In termini di struttura, al centro di tale formazione sta il leader, da cui discendono “la grazia e le opere”; attorno al leader, un apparato potente, uno staff di spin doctors che elabora, confeziona, diffonde messaggi e procede per campagne mediatiche; a cascata, una rete, in sostanza di venditori. Un franchising party. I ruoli istituzionali rappresentano il bottino, perfino con libertà di saccheggio.

Il modello del Partito-contenitore, a ben vedere, nella sua versione radicale, richiama un nostro antecedente storico: le compagnie di ventura rinascimentali; il partito si riduce ad uno strumento usa e getta, ultima la metafora il predellino; il lessico, le congiure e complotti, i veleni, le manovre di palazzo. Un partito del genere, partito-contenitore o partito personale che dir si voglia, infine vive del carpe diem, di occasioni, di tattica, anche se ogni capitano, mira in tutti i modi a farsi Signore della città.

Oggi la trama dei partiti personali e trasversali sta avvelenando la vita pubblica e, come dice il Poeta, “un Marcel diventa, ogni villan che parteggiando viene“. L’attuale esito in fondo era già scritto, dopo il grande collasso degli anni Novanta e la mancata riforma del partito politico. Siamo alla timocrazia, per dirla con Aristotele, al dominio dei ricchi, e pensare che la politica sfugga alla logica della ricchezza, se non si mette mano alla riforma del partito politico, confidando semplicemente nella virtù del singolo, diventa puro fariseismo.

L’errore strategico degli anni Novanta è stato di aver curato il malato con la malattia; invece di riformare il partito politico, come proponeva già don Sturzo dai lontani anni Sessanta, attuando la Costituzione, definendo la moderna forma-partito, il suo funzionamento, la sua responsabilità pubblica, dacché non esiste democrazia politica senza partito politico, si è allentata ancor di più la briglia sul collo del cavallo, esaltando la personalizzazione della politica, il connesso spirito di fazione, malattia cronica del paese, la costruzione del partito personale, destrutturando in definitiva ancora di più, quello che sopravviveva del partito-organismo. Come se la moralità della politica si riducesse alla semplice moralità individuale!

La malattia ha contaminato in profondità anche la Sinistra. La fine del partito socialista rappresenta un monito storico; l’inventore della celebre battuta – il convento è diventato poverissimo, ma i frati sono diventati molto ricchi – aveva intuito il destino del partito, molto prima che il destino si compisse.

Il partito-organismo è stata la più grande invenzione del movimento operaio e socialista per superare il fossato tra eguaglianza sostanziale e eguaglianza formale, la grande frattura dell’età moderna, e per sottrarre la politica all’esclusivo dominio della ricchezza. Il partito-organismo ha una sua “nazione ideologica” – nessun proletario è tanto povero da non avere una nazione, diceva Kelsen -; ha una sua organizzazione radicata nel territorio; ha un suo apparato permanente; una gerarchia; un gruppo dirigente; una rete di istituzioni specializzate; un meccanismo formativo e selettivo dei quadri; assume come soggetto collettivo la responsabilità delle sue scelte; la società è concepita come il luogo delle relazioni e dei conflitti, dove si riproduce continuamente e sotto infinite forme la frattura moderna tra eguaglianza formale ed eguaglianza sostanziale; la società quindi non va solo rappresentata ma continuamente trasformata.

La società è il teatro del conflitto quotidiano tra le forze della eguaglianza sostanziale contro le forze della eguaglianza formale; quindi, come dice P. Bersani, un partito di combattimento. Ma partito di combattimento implica affrontare due aspetti imprescindibili per non ridurre il combattimento a semplice testimonianza: quello della strategia e della tattica, che sono i concetti-guida del combattimento, e quello della autonomia di decisione del partito, senza di che il discorso strategico si riduce ad esercitazione letteraria.

La strategia, come diceva un grande, è simile ad una muta di cani siberiani che fiutano il crepaccio a chilometri di distanza. Il fondamento della strategia, per non ridurre la strategia ad un insieme di atti tattici, è rappresentato dalla analisi dell’economico-sociale e delle linee di tendenza, la sola fra l’altro che può legittimare differenze strategiche in un partito di combattimento; l’autonomia strategica significa riportare nell’ambito degli iscritti la decisione sulle scelte, sul che fare, oggi in gran parte esternalizzate, invertendo il processo di spoliazione dei poteri che in questi anni ha investito il partito-organismo, fino ad ipotizzare un generico, evanescente e facilmente eterodiretto partito dei cittadini.

Le cosiddette primarie, per alcuni, sostituiscono il ruolo del partito politico. Il bilancio fallimentare del partito-contenitore, o del partito personale o del partito del leader, l’apertura di una nuova epoca, segnata dalla grande crisi, ripropone, con una forza insospettata solo qualche anno fa e che aumenterà alle prime trimestrali di cassa, l’esigenza del partito-organismo. Tale esigenza, oggi, inoltre, ha a disposizione una potenza inedita, quella delle tecnologie della comunicazione, particolarmente di quella che M. Castells chiama l’autocomunicazione: il partito nella rete, quella che è stata recentemente la forza di Obama.

L’impegno politico, diceva O. Wilde, è una cosa appassionante, ma porta via troppe sere. Il primo nodo da sciogliere, nella ricostruzione di un partito di combattimento, del suo radicamento, riguarda i diritti e i poteri di quelli che nell’impegno, spendono le loro sere, i militanti. Se i loro diritti politici vengono equiparati a quelli di qualsiasi cittadino, il radicamento diventa una pura invocazione, il partito un sacco vuoto, senza identità. Il radicamento è quindi un lavoro troppo delicato per poggiare sulle spalle di quelli del dopo cena. I capi devono essere l’espressione del partito e non viceversa. Solo così si può contrastare lo spirito di fazione e le ricorrenti guerre intestine. I capi passano, il partito resta.