Naufragio

Come ogni naufragio letterario che si rispetti. Il blackout a bordo, le onde impetuose, rabbiose e spietate, i tentativi disperati di sopraffare la natura sopraffattrice e il risveglio sull’isola deserta.

Insistere, farsi pungolare dagli stimoli, dalla fame, dalla vita, o perire. E dopo lustri di solitudine organizzata e di distratte navi in lontananza, il manipolo di sopravvissuti che si fa nuova civiltà.
È la nostra metafora. Ci siamo affezionati, ormai. Eh, già.

Perché la nostra sopravvivenza è stata sul serio un’improvvisazione continuata. Per fedele ostinazione agli stimoli dell’oggi più che per concreta fede nell’avvenire.

Si, certo, per un po’ si è portato il portato della cultura dei tempi andati. Quella che maggiormente conoscevamo. Del resto, avevamo poca scelta. I libri letti nella stiva della prima traversata. La vita precedente, una vita fa. Poi, a lungo andare, anche cibarsi e sputare quelle pagine è diventato esercizio pappagallesco. Scimmiottamento circense. Si sceglie.

Ci sono ancora quelli che leggono Mao Tse Tung e le poesie di Ho Chi Minh. Che li interpretano a mo di maestri del presente, ancor più che oracoli d’un luminoso, inevitabile futuro. Ci sono quelli abituati ad una politica nozionistica, piena di schemi e riferimenti chiari, elementari, dove la complessità del vissuto viene ridotta a facile formula invariabile. Nei secoli dei secoli valida. E quelli che un tempo erano chissà chi. Come se la militanza fosse l’Accademia di Modena. Come se l’impegno profuso dovesse convertirsi, da un momento all’altro, in medaglie sonanti da rivendere ai rigattieri di una qualche mostra numismatica.

Individui bisognosi di impressionare, di sottolineare che no, non è stato vano. Che non bisogna vederli adesso – arricchiti proprietari di ristoranti di lusso o gagà dell’editoria – ma che prima erano ben altro. E giù a sparacchiare nomi sul pelo dell’acqua. Lotta continua su tutti. Poi Potere operaio, Avanguardia operaia, Servire il popolo.

Come se noialtri non fossimo che perenni bambini in attesa del palesarsi del meraviglioso, del sorprendente. Desiderosi noi, non loro, di spalancare la bocca nel più codificato esito dello stupore. Bambini. E perenni, si diceva.

Naufraghi.

Perché svezzati alla politica da covo quando tutto era irrimediabilmente compromesso, finito. Lattanti che prendono la parola quando la favola si sta spegnendo. Fenomeni escrescenti destinati a cadere dall’albero del peccato non appena giunti a maturazione.

Poi sono passate le primavere. E i bambini sono diventati adolescenti, adulti. Senza passato e senza un futuro leggibile.

Mentre attorno ronzava di tutto: dai mosconi ai cattivi maestri d’un tempo. La buona fede e la spocchiosa vanagloria si mescolano. Perché la colpa d’aver gettato la spugna ed essersi dedicati alla geometrica estensione del proprio provato è un sentimento che ricade su noialtri.

Che nel perseguire l’errore diventiamo pietra di paragone.

Un naufragio.

Molti anni dopo il Muro di Berlino. Quando il colpo d’ala dei centri sociali s’è tramutato nel Patto di Milano. La non-violenza, la riconversione industriale del movimento. I vecchi militanti di Rifondazione costretti a parlare di transgender, nuovi diritti e biodiversità. Genova. La fuga e la rottamazione. E noi tutti lì, a chiedere – come una generazione d’argentini – chi fossero i nostri reali genitori. Mentre attorno qualcuno aveva scelto di disimpegnarsi, di dedicarsi alla viticoltura, di praticare la New Age, che non ricordava più neppure quando. “Io se fossi dio mi ritirerei in campagna”. E al massimo, insistendo, si otteneva una paternale in premessa al silenzio.

Una coltre di gelo s’è allargata, retroattivamente, sul decennio glorioso e tragico dei Settanta. Una, più sfumata ma ugualmente impenetrabile, sui successivi Ottanta della sconfitta e delle sacche di nuova resistenza. Per tutto questo e qualcosa d’altro, noi, spiaggiati da romanzo d’appendice, siamo gente cresciuta senza guide. Alpinisti boyscout smarriti alle pendici della risalita per scelta degli sherpa. Scelta consapevole. Ci siamo nutriti di ciò che ci è capitato a tiro. Toni Negri non c’era. E neppure Oreste Scalzone. Chi c’era faceva capolino, di tanto in tanto, e ci salutava con la mano. Da lontananze siderali. E rigorosamente blindando il passato e negandoci un’affinità. Ci siamo tenuti lontani dai miraggi, dalle scie delle comete che conducevano alle sedi dei partiti svuotati.

Poco alla volta ci siamo dati un senso. Ci siamo costruiti un’epica.

E uscendo fuori dal guscio di noce (Potrei vivere in un guscio di noce e credermi il re di uno spazio infinito, come il Principe di Danimarca), dal recinto di capanne che ha rappresentato per intere stagioni il nostro orizzonte completo, battendo sentieri che allargavano la visuale sull’isola tutta, ci siamo imbattuti in altre tribù di cui ignoravamo l’esistenza.

Clan di fratelli e sorelle – qualcuno neppure usa di frequente il termine “compagno” – in tutto e per tutto simili a noi. Con i nostri stessi vuoti riempiti. Bande figlie dell’azione e dell’improvvisazione, plasmate sulle forme rupestri di un’ideale che s’è fatto idea e d’una idea che s’è fatta pratica.

Senza teorie di massa. Senza il culto della moltitudine. Il politeismo dell’attesa e la mistica della sconfitta. Fuori da una tradizione che ci ha esiliati. Ci siamo presi a vicenda. E seguitiamo a battere l’isola palmo a palmo, definendo sempre nuove mappe. Cartografi sperimentali. E dovunque arriviamo, troviamo altre tribù, un fuoco acceso e uno sguardo di complicità. Stiamo diventando una piccola nazione federata. E ora che le squadriglie di ricognizione tentano un salvataggio in extremis, è normale che non ci riconoscano. Parliamo un idioma diverso, abbiamo altre preghiere, altri codici di comportamento incomprensibili. Ed è comprensibilissimo.

Siamo i figli della morte del progetto. Della chiusura stagna del vecchio modo di concepire la socialità politica. Siamo quelli rimasti fuori dalla porta. Quelli a cui non andava, neppure nelle notti più fredde, di mendicare un riparo o un pasto caldo. O di origliare. Non puntiamo a sintesi superiori, non eleviamo a teoria ogni passo compiuto. Non crediamo nel radioso avvenire, nell’organizzazione che spezzerà le catene del presente. Cinici e pragmatici, crediamo in noi stessi, nel sangue e nella passione. Nella responsabilità individuale e collettiva. Nella fratellanza e nello scontro. Senza mediazioni o riunioni di bilancio. Una banda – un’insieme di bande – da far storcere il naso a quelli che sono cresciuti parlando di tattiche e strategie.

Ma non è colpa nostra se è andata così.

Non è colpa nostra se il nostro galeone, quel giorno, prese l’onda.

Adesso, se non vogliamo davvero fare gli anacronistici, cari compagni tutti, mettetevi a ruota.

E provate a capire la nostra lingua.