Nel fosco fin del secolo morente…

Un osservatore esterno, capitato casualmente in Italia, cosa si sarebbe dovuto attendere dallo spettacolo offerto dal ceto politico nostrano in questi ultimi anni? Come minimo una sollevazione popolare, le barricate nelle strade, un rifiuto generalizzato di tutto quello che consente al regime di continuare a funzionare. E’ talmente evidente lo sfascio morale e materiale del sistema dei partiti parlamentari, dei loro condottieri e dei loro portaborse, talmente generalizzato il meccanismo delle tangenti da non escludere praticamente alcuno, talmente vergognoso nella sua collusione ininterrotta politica/affari, che ci si sarebbe aspettato che dalle piazze si gridasse vendetta, che si impugnasse una robusta scopa per fare pulizia. E invece…

Invece eccoci alle urne, a santificare con la propria presenza il rito per eccellenza di perpetuazione dell’oppressione e dello sfruttamento: il voto, la delega di potere.

Eppure il succedersi degli avvenimenti avrebbe potuto indicare soluzioni diverse, strade alternative; avrebbe potuto facilitare un ripensamento sull’intera organizzazione gerarchica che fa perno sullo Stato. Il disvelamento dell’imbroglio democratico avrebbe potuto liberare energie ed intelligenze ben più di quello che ha provocato, con risultati sicuramente più interessanti.

Anche personaggi totalmente interni alle alchimie della democrazia parlamentare hanno dovuto fare i conti con la portata di tale disvelamento. Come il celebre opinionista Enzo Biagi che, affermando la necessità di grandi uomini per il funzionamento della democrazia, ha implicitamente ammesso il suo carattere gerarchico di fondo.

Oppure l’ex presidente del Partito Democratico della Sinistra (PDS), Stefano Rodotà, che – denunciando l’esistenza di una Costituzione materiale, sostitutiva di quella formale, che fa delle elezioni un semplice meccanismo di investitura del governo, praticamente al buio, con un parlamento ridotto a fantasma spettacolare e con un trasferimento di funzioni e poteri reali all’esecutivo – riconosce, di fatto, la vacuità di un sistema basato su norme inapplicabili ed inapplicate.

Le tecniche di manipolazione del consenso hanno raggiunto livelli tali da farci digerire quintali di spazzatura ideologica e di retorica, in nome della democrazia, del governo del popolo, del nuovo, senza praticamente fiatare. Dice Chomsky, noto linguista ed esperto della comunicazione : “In un regime totalitario la volontà del popolo non conta: ci sono dei manganelli per sistemare tutto. Ma se lo stato non può più fare uso del bastone il popolo può alzare la voce, allora bisogna controllarne il pensiero con la propaganda, fabbricando il consenso e con delle semplificazioni allettanti per ridurlo all’apatia. La comunicazione sta alle democrazie come la violenza sta alle dittature.”

Il coro dei mass media ci vuole far credere che le prossime elezioni rimedieranno allo sfascio provocato dal potere ultradecennale degli Andreotti, dei Craxi, dei Forlani, dei loro compari. Che dopo di allora si volterà pagina; che si affermerà un nuovo ordine di garanzie sociali.

In realtà come sempre le elezioni assicurano il consenso al sistema, quel sistema che nessuno di quelli che stanno in alto ha mai avuto l’intenzione di mettere in discussione. Scriveva il vecchio (e poco letto) Bakunin : “Il sistema rappresentativo, ben lungi dall’essere una garanzia per il popolo, crea e garantisce, al contrario, l’esistenza permanente di una aristocrazia governativa contro il popolo stesso ed il suffragio universale è unica¬mente un mezzo eccellente per opprimere e rovinare un popolo in nome proprio di una pretesa volontà popolare, presa come pretesto, o un gioco di prestigio grazie al quale si nasconde il potere realmente dispotico dello Stato, basato sulla Banca, la Polizia e l’Esercito.”

Un’osservazione, la sua, ancora pienamente pertinente e che possiamo sottoscrivere se solo pensiamo alle dinamiche scatenatesi all’interno del ceto politico che mai hanno messo in discussione il potere statale. Quando, ad esempio, si è evidenziato che il capo dello Stato, sul quale pendono accuse infamanti da parte di uomini dei servizi segreti, è affidato alla protezione di un capo della polizia, inquisito a sua volta dalla magistratura per reati amministrativi, e che è garantito nelle sue funzioni da un ministro degli interni in prossimità di ricevimento di un avviso di garanzia, c’è poco da aggiungere. Se non che questo gioco di scatole cinesi, di garanzie reciproche, di sostanziali complicità, è la controprova della naturale capacità dello Stato di perpetuarsi autonomamente, al di là dei conflitti che attraversano l’aristocrazia governativa, al di là delle ‘crisi’ cicliche che investono la sedicente ‘rappresentanza’ popolare.

Alle elezioni, dunque, all’insegna del ‘nuovo’. Quel ‘nuovo’ che è diventato grande promessa, inossidabile impegno di ogni futuro vincente. Per questo ‘nuovo’ si consumano incredibili acrobazie, repentini cambiamenti di fronte, vigliaccherie ed opportunismi, insomma tutto l’armamentario che la peggiore tradizione italiana mette a disposizione del ceto politico. Per il ‘nuovo’ si mobilitano masse, si affilano coltelli, si scandagliano archivi, si cercano protezioni e benedizioni.
Tutto si giustifica: l’obiettivo da battere ha già di suo un connotato bruttissimo, è ‘vecchio’. Chi potrebbe mai difendere il ‘vecchio’, difendere cioè una cosa che per definizione è destinata a sparire, a morire?

I mezzi d’informazione sono stati all’avanguardia nel plasmare l’opinione pubblica, nel determinarla, in direzione di un cambiamento del sistema elettorale prima (approvato con un referendum dai risultati ‘bulgari’) e della liquidazione di una classe di governo poi. Il loro sforzo teso a convogliare tutte le energie popolari in direzione del voto, presentato come il grande grimaldello della ‘rivoluzione’ innescata dal protagonismo dei servi per eccellenza dello Stato, i magistrati, è ben coordinato. Indicando al pubblico lubridio le livide facce dei potenti di un tempo, garantisce la continuità di uno spettacolo che deve continuare.

Occupare le intelligenze delle persone con le rese dei conti interne all’aristocrazia del potere, agitare la speranza taumaturgica del ‘nuovo’, sono ottimi strumenti per distogliere l’attenzione dei lavoratori, dei giovani, dal fatto che è lo Stato la vera fonte di scandalo e di corruzione.

Quale sia la posta in gioco dovrebbe infatti essere chiaro a tutti: il rafforzamento dell’apparato statale interrotto da una pesantissima crisi di credibilità del suo ceto politico ed il rilancio dell’economia del profitto in presenza di una crisi generale di ristrutturazione e di competizione internazionale.

L’operazione di ‘rinnovamento’ messa in atto con la demolizione della vecchia tangentopoli, la stessa mistica del ‘nuovo’ hanno per il momento consentito che il processo di rafforzamento dello Stato riprendesse vigore sotto l’impulso della cultura della legalità che, da vecchio feticcio dell’ordine statale, ritorna ad occultare prepotentemente, con la sua presunta neutralità, il manifestarsi dei rapporti di forza sociali.

Da sinistra, come da destra, la richiesta è unanime: rispettare il principio stesso della legalità di Stato.

L’adozione del sistema elettorale uninominale maggioritario esalta i contenuti di tale richiesta in quanto privilegia il territorio. Il ceto politico che uscirà vincente da queste elezioni sarà quello che dimostrerà, in maniera spettacolare, di cavalcare gli interessi del territorio raccogliendo la delega della maggioranza. Appare chiaro che, stante la composizione sociale media, i candidati che occuperanno meglio il centro, in termini sociali ovviamente e non ideologici, avranno maggiori garanzie di successo, progressisti o conservatori che siano.

Già le ultime elezioni amministrative hanno evidenziato i caratteri di novità apportati dal nuovo sistema: la personalizzazione dello spettacolo elettorale consente un livello di identificazione dell’individuo-massa superiore a quello precedente, ove la partitocrazia aveva affossato definitivamente il modello comunitario del partito militante.

Come se si fosse allo stadio, l’individuo-massa si sente parte integrante della partita senza mai toccare palla. E l’uso martellante del mezzo televisivo non fa che amplificare questa sensazione con l’invenzione del ‘partecipazionismo’ a tutto campo, da Costanzo a Santoro, agli ex- rivoluzionari di Lotta Continua (Lerner, Liotta e Deaglio).

Ma non cambia di sostanza, e non può cambiare, il processo di sostituzione del ceto politico ‘corrotto’ con un altro in grado di garantire oggi, con più credibilità, la solidità dello Stato.

Si tratterà, al più, per le classi dominanti di trovare forme di rappresentanza politica più spendibili, tenendo presente le esigenze di una società capitalisticamente ‘matura’ che ha bisogno di consenso e soprattutto di mercato per le merci prodotte. E in questo senso si possono interpretare le aperture di parte del grande ceto imprenditoriale (Berlusconi a parte) nei confronti dell’Alleanza di progresso, PDS in testa, che così ampie garanzie ha fornito in merito, sostenendo Ciampi e votando la finanziaria. Ed è proprio grazie alle garanzie legate alla continuità del sistema nei suoi pilastri fondamentali – e di cui il PDS rappresenta oggi l’elemento portante – che i padroni non si sentono orfani di alcuno.

Mai come in questo periodo i loro desiderata divengono legge, sia in termini di politica economica che sociale, dalla riforma elettorale alle privatizzazioni, dal controllo stretto sulla politica monetaria al condizionamento culturale. E questo mentre, non a caso, si registrano il progressivo deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, il peggioramento delle condizioni di libertà di questo paese, il crescente protagonismo dei militari, l’agitarsi delle destre, l’attacco ai servizi sociali, il contenimento furbesco delle spinte giovanili.

Dovrebbe venire il dubbio che la tanta enfasi spesa per ‘Mani pulite’ sia stato davvero originata da una sincera volontà di aria pulita, e non piuttosto da una diabolica operazione di ricambio di un ceto politico inadeguato all’Europa del dopo ’89 e di Maastricht.

Una semplice rilettura della storia d’Italia in questo dopoguerra evidenzia infatti la costanza della corruzione e del malaffare e l’uso ripetuto dello scandalo nella lotta politica dal farci diffidare dalle tante anime belle che si adoperano per convincerci della profondità della ‘rivoluzione’ in atto.

Dal ‘caso Montesi’, ai vari scandali urbanistici, finanziari, petroliferi, dalla Lockheed a Sindona, dalla P2 al crac del Banco Ambrosiano, dalle ‘carceri d’oro’ alla ‘ricostruzione’ dell’Irpinia, dal sacco dell’industria di Stato al commercio delle armi, solo per citare gli esempi più eclatanti, abbiamo di fronte una ricca casistica dell’economia della corruzione e della storia del potere nel nostro paese. Un cinquantennio di scandali ed intrighi, di poteri occulti e di servizi segreti, di potere politico e di ‘criminalità’ organizzata, per non parlare degli attentati e delle stragi.

All’indomani della caduta del muro di Berlino ci chiedevamo quale potesse essere l’evoluzione del sistema politico ed economico italiano, a fronte della perdita di ruolo del paese nei confronti dell’oriente europeo, in una situazione crescente di crisi e recessione. Come poteva reagire, pur in un quadro di diffusa prosperità anche se caratterizzato da perduranti squilibri sociali, un sistema economico capace di produrre risorse sufficienti per auto-alimentarsi e per alimentare abbondantemente il sistema della corruzione e delle mafie, al crescente indebitamento dello Stato ed all’espansione della sottrazione di risorse operata dall’economia mafiosa, in una situazione di aspro conflitto internazionale.

La risposta ce l’hanno data per interposta persona; con le briglie sciolte alla magistratura. L’assunzione di Ciampi, del governatore della Banca d’Italia, alla carica di capo del governo, ha rappresentato il resto. Ma non è finita.

In una recente intervista collettiva (Il Mondo, 10.1.1994) al pool di ‘Mani pulite’,il giudice Creco così si è espresso: “Temo che in Italia ci si stia convincendo che basti sostituire 600 parlamentari per aver chiuso con Tangentopoli. Non è così. C’è un tessuto di funzionari, manager, intermediatori finanziari e burocrati che ha fatto parte del sistema e che va avanti come prima. Inoltre esistono interi settori economici e finanziari ancora completamente inesplorati dai giudici. Ma più in generale la preoccupazione è questa: non basteranno i processi e non basterà neppure cambiare la classe politica”. E ancora: “Il paese ha un sistema bancario che ha finanziato gruppi privati per migliaia di miliardi, con criteri ben diversi da quelli del mercato. Come farà un sistema imprenditoriale che per vincere gli appalti paga¬va il sistema politico, come farà ora a stare sul mercato internazionale?”. E per finire il giudice D’Ambrosio, noto pidiessino ed affossatore dell’assassinio di Pino Pinelli :”la nostra indagine è importante anche al di là dei suoi risultati giudiziari: manda una serie di segnali alla società, che oggi è diventata più sensibile ai temi della legalità. Forse ora è più facile che av¬venga la ricostruzione di un sistema, anche finanziario…”.

Insomma voglia di Stato, uno Stato garante dell’ordine capitalistico, efficace ed efficiente, cui una sinistra collaborativa è pronta a dare tutta la sua disponibilità. Una sinistra che ha abdicato da tempo persino ad ogni seria politica riformista, sia in campo sindacale che politico, e che continua a mortificare, ricorrendo alleanze, agitando fantasmi, la ripresa di una reale opposizione sociale. D’altronde i sindaci del ‘nuovo’ hanno già dato qualche prova di cosa si intende per governabilità.

A Napoli Bassolino ha dato il via alle denunce contro gli operai che operavano un blocco stradale dichiarando che la città non poteva più consentire queste forme di lotta ‘corporative’. A Genova la giunta presieduta da Sansa ha fatto prontamente sgomberare i locali, appena, occupati di un nuovo Centro Sociale.

Voglia di Stato, dunque. Uno Stato da rafforzare e da orientare secondo i propri dettami; per alcuni sempre, e apertamente, in direzione della difesa delle classi proprietarie, della loro libertà basata sulla proprietà, contro i diritti naturali delle collettività e della distribuzione egualitaria della ricchezza sociale. Per altri con dei correttivi legati all’esigenza dello sviluppo di ammortizzatori sociali e di servizi pubblici in grado di sostenere al massimo livello lo sviluppo delle forze produttive in direzione della concorrenza a livello internazionale.

Certo, non si può sottacere l’esistenza dei contrasti interni al padronato sul modo di concepire il rafforzamento dello Stato e che motivano le difficoltà di coordinamento delle diverse opzioni politiche di riferimento. La nascita e lo sviluppo della Lega nel settentrione d’Italia manifesta, ad esempio, l’esigenza di un padronato piccolo e medio di essere maggiormente sostenuto, con fondi, con la detassazione, con politiche antisindacali, per reggere il confronto nel mercato.
La Fiat, dal canto suo, usando a piene mani del ricatto della cassa integrazione a zero ore, e minacciando la chiusura di fabbriche, detta il suo programma elettorale: il sostegno garantito¬gli da sempre non si tocca.

Berlusconi è addirittura costretto a scendere in campo, in prima persona, per difendere il suo impero.
Il sistema maggioritario uninominale costringe ad alleanze preventive, a restringere il campo delle diverse opzioni politiche per offrire un fronte compatto all’avversario. Ma quello che è più facile in altri paesi da noi urta contro la presenza ingombrante della Chiesa che esige un posto, adeguato al suo ruolo internazionale, nell’organigramma del potere. Una Chiesa che è tutt’uno con la storia del potere di questo paese, retroterra di una politica che della mediazione, a salvaguardia dell’ordine gerarchico, ha fatto la sua forza.

Una Chiesa pienamente coinvolta nell’economia della corruzione con i vari scandali del Banco Ambrosiano, con il riciclaggio delle tangenti tramite i suoi Istituti bancari, ma stranamente risparmiata dagli strali di ‘Mani pulite’. Una Chiesa pienamente coinvolta nel sostenere la ricostruzione di un ceto politico credibile in grado di riproporre una politica di annichilimento sociale, unica garanzia per il suo sostentamento.

Ma ‘Mani pulite’ non ha risparmiato solo la Chiesa. Quasi a prefigurare una possibile riproposizione da ‘compromesso storico’ anche il Partito Democratico della Sinistra ha qualche ‘santo’ in cielo da ringraziare. Certo è che la caduta delle preclusioni storiche, la vanificazione del fattore ‘K’ (=comunismo), le garanzie offerte sul piano dell’ingerenza clericale nel sociale, rendono possibili scenari una volta solo intravisti. Si tratterà ora di vedere se questi pilastri salvati dalla riprovazione popolare (per mancanza d’informazione, è ovvio) si salderanno per garantire un ordine gerarchico ammorbidito da una serie di ammortizzatori sociali, oppure se la spinta ‘liberistica’ dell’egoismo padronale condizionerà a tal punto il quadro politico da fare preferire soluzioni più drastiche, a costi popolari decisamente più alti.

Qualcuno potrebbe obiettare che c’è niente di nuovo sotto il sole; si potrebbe aggiungere che, quando avviene un cambio di regime, soprattutto un regime particolarmente infame – così come tutti lo si descrive – i primi a beneficiarne dovrebbero essere i prigionieri politici che in passato lo hanno combattuto. In realtà nulla di questo è avvenuto e perfino un timido progetto di amnistia, per altro molto parziale, è stato accantonato.

Non solo, quella magistratura così sollecita a scoprire l’acqua calda, si è ben guardata dal sollevare il coperchio dal pentolone dei misteri d’Italia. Da P.zza Fontana ad Ustica, da Bologna a Brescia, alle tante stragi che hanno insanguinato il paese, nulla è stato fatto per mettere a nudo le responsabilità del regime.
Non dice nulla questo fatto?

La sinistra dal canto suo cerca di raccogliere il vantaggio dell’ essere stata all’opposizione formale. Dietro parole che richiamano alti e nobili ideali sta occultando un’operazione di potere che richiama la governabilità di stampo craxiano, sollecitando all’opera uno schieramento opportunista che recupera a sinistra un Partito della Rifondazione Comunista che, con Cossutta, riporta in vita le ‘migliori’ tradizioni del PCI: estremismo verbale e moderatismo sociale.

Ma non si batte l’egoismo padronale, nè la volontà dirigista delle zone ricche del paese con semplici invocazioni al ‘nuovo’ ed alla legalità. Non si batte la riproposizione dei vecchi arnesi fascisti, riciclati in chiave moderata, su terreni congeniali alla perpetuazione dello sfruttamento e dell’oppressione.

Nella consapevolezza della posta in gioco occorre invece approfittare della crisi di credibilità in cui si dibattono le forme della politica autoritaria, che mai come oggi è apparsa nuda nel suo esercizio del potere,nelle sue pratiche criminali, nei suoi interessi privati, nelle sue miserie intellettuali. Dal presidente in giù, passando per capi di governo, ministri, alti burocrati, militari, magistrati, un filo comune si dipana ed è il filo della mistificazione democratica, della retorica liberale, della vacuità dello ‘stato di diritto’.

Occorre spezzare questo filo e farlo presto per sfuggire dal continuo gioco della torre che ci viene riproposto e che in realtà continua a disarmarci, infilandoci nel tunnel della falsa scelta tra opzioni che divergono tra loro sul contorno, non sulla sostanza, della questione sociale, del conflitto tra oppressi ed oppressori, tra sfruttati e sfruttatori.

L’accelerazione dei tempi della politica-spettacolo deve voler dire accelerazione delle energie e delle intelligenze per impedire che, sulla ristrutturazione del ‘vecchio’, si stabilizzi un ‘nuovo’ più arrogante ed aggressivo, che la combinazione dei poteri forti di questo paese metta insieme, con la complicità interessata di una sinistra imbevuta di legalismo, una camicia di forza che, dalla disgregazione sociale, ricavi elementi per la sua affermazione. E se l’accelerazione dei tempi della politica-spettacolo significherà invece maturazione dei vari immaginari che stanno dietro alle proposte strumentali della Lega in chiave sedicente federalistica oppure dietro il populismo nazionalista dei fascisti, con la conseguente radicalizzazione del conflitto interno, allora sarà proprio la forza che si sarà riusciti a mettere insieme sul terreno dell’autogestione e dell’autoorganizzazione che potrà rappresentare l’unica possibilità reale di uscita per quanti si battono per una società libertaria e solidale.