#oltre il totalitarismo della #democraziaspettacolare


altalenaChiunque si ponga la questione sociale nei suoi termini radicali si assume immediatamente l’improbo compito di sottrarre le parole e i concetti che ne compongono la trama contemporanea al senso teleguidato e falsificante che la pseudocultura spettacolare diffusa appiccica loro addosso.

Che prima di ogni rivoluzione la cultura dominante sia sempre la cultura della classe dominante resta vero anche oggi quando, andando ben oltre gli interessi di una classe particolare, il dominio si è infiltrato tra le caste umiliate e confuse di un capitalismo antropomorfizzato per diffondervi l’interclassismo dello spettacolo che educa ovunque gli uomini capitalizzati all’addomesticamento.

A questo proposito, ho trovato nel libro di Nico Berti Libertà senza rivoluzione (che ho consultato rapidamente) un esempio palese della difficoltà incontrata dal pensiero critico radicale (al di fuori, quindi, delle elucubrazioni accademiche e della malafede dei mercenari della cultura) per non aderire al “buon senso” conformista che scrive i suoi teoremi usando delle parole pesantemente ideologizzate.

Le derive di significato dei termini fondamentali che compongono la storia delle dottrine politiche e delle loro mutazioni tendono sistematicamente a falsare il senso delle passioni che le articolano e i progetti sociali nei quali esse sono iscritte. Ciò è vero da sempre, ma è ancor più vero oggi quando quasi tutto si esprime sul palcoscenico della società dello spettacolo.

Il peso dell’ideologia ci accompagna sempre per spingerci ineluttabilmente verso i territori amministrati dal nemico, laddove alcune parole fondamentali sono intese acriticamente secondo il sistema di valori dell’ideologia dominante ormai diffusa in tutto l’arco, costituzionale e non, della società spettacolare; un arco che va da destra a sinistra, dai Parlamenti e dallo Stato alle Borse e al Mercato, dal riformismo pragmatico al rivoluzionarismo astratto.

Seguendo una moda settaria piuttosto frequente tra gli anarchici antimarxisti (soltanto in parte giustificata dall’odioso autoritarismo ideologico dei bigotti teologi marxisti-leninisti), un Nico Berti “liberal-libertario” identifica piattamente il progetto comunista con il cosiddetto comunismo reale; mentre, con una facilità sconcertante per un libertario, concede invece, il labello di qualità democratica alla democrazia virtuale e fittizia che da secoli è la forma più alta ed efficace del dominio del capitalismo e dei suoi servitori volontari sull’ultima classe della storia, la classe della coscienza.

Porre semplicisticamente l’alternativa tra democrazia e totalitarismo, senza prendere in conto lo scivolamento semantico controllato che ho appena denunciato, spinge, dunque, a ignorare il distinguo necessario tra la democrazia fittizia esistente (parlamentare, maggioritaria e gerarchica) e la democrazia reale insita nel progetto rivoluzionario di autogestione generalizzata della vita quotidiana.

Per un libertario – e assumo pienamente per me questo qualificativo – l’alternativa radicale non si pone tra democrazia e totalitarismo quanto, ben prima e più a fondo, tra una democrazia reale, inesistente, e la democrazia spettacolare, diffusa come rappresentazione ideologica del totalitarismo affinato della società dello spettacolo.

Non c’è bisogno di scomodare l’anarchia per denunciare il totalitarismo nelle sue forme becere, tradizionali. L’antifascismo ha unito in un primo interclassismo tanto inevitabile che ambiguo, atei e credenti, borghesi e proletari, liberali e comunisti, libertari e autoritari non totalitari nella lotta contro “la bestia immonda” conclusasi con l’istaurazione delle democrazie parlamentari della seconda metà del ventesimo secolo, dimostratesi, in qualche decennio, il peggior prodotto del fascismo, finalmente sconfitto unicamente nella sua forma politica arcaica.

Quale esempio più lampante della dimensione spettacolare delle democrazie contemporanee, potrebbe competere con quello della giovane repubblica italiana costituzionalmente “nata dalla resistenza” antifascista e passata da mezzo secolo di clericalismo democristiano a un ventennio di berlusconismo conclusosi con un’ammucchiata di destra e sinistra nelle stanze putride di un potere mafioso?

Destre e sinistre confuse e complici nella corruzione produttivistica, ben oltre le loro diatribe ideologiche di facciata, tutta l’Europa si è accontentata di un governo dispotico direttamente in mano al potere economico ben prima che la gerarchia mondializzata dell’economicismo imperante togliesse la maschera democratica per consegnare esplicitamente i cittadini sovrani di ventisette pseudodemocrazie alla finanziarizzazione capitalistica di un Super Stato Europeo che nessuno ha scelto e ancor meno democraticamente.

In realtà, in una continuità intrinsecamente coerente ma umanamrente inaccettabile, l’orribile visione del mondo dei fascisti era stata ampiamente supportata e finanziata, fin dai suoi albori anche da capitalisti internazionali, membri riconosciuti delle democrazie occidentali prebelliche. Questi mecenati capitalisti bipartisan, cinici umanisti del business, hanno abbandonato gli appestati in camicia bruna ai loro potenziali suicidi solo in vista della vittoria finale di un antifascismo nato sulle rovine della seconda guerra mondiale.

In nome di una retorica antifascista che non ha impedito a Stati e Chiese di correre in soccorso a un numero considerevole di gerarchi nazisti e fascisti in fuga, fino a reintegrarli poi nella piovra statale democratizzata, gli alleati di un’alleanza opportunista sono serviti a instaurare una democrazia planetaria fittizia opposta a un capitalismo di Stato autoritario autoproclamatosi comunista (spettacolo diffuso contro spettacolo concentrato).

Attraverso lo spettro dell’arma nucleare e l’obsolescenza programmata dell’uomo, la guerra ha potuto allora mostrarsi sempre minacciosa e potenzialmente apocalittica pur se congelata nel frigorifero ideologico in cui si pavoneggiava una democrazia puramente virtuale.

Per orribili decenni, da entrambi i lati di una cortina di ferro vergognosa, gli eredi di due fascismi contrapposti si sono mostrati uniti nello sbandierare spettacolarmente diritti umani quasi inesistenti. Tanto i diritti dell’uomo liberale che di quello proletario si sono mostrati, infatti, l’alibi mercantile per un ben più redditizio diritto della merce teso a sottomettere l’umanità intera al suo perpetuo delirio di valorizzazione.

Il fascismo, le cui radici caratteriali precedono di gran lunga le sue ramificazioni politiche, è dunque servito in un primo tempo come cane da guardia dello Stato autoritario (tautologia) contro le occupazioni delle fabbriche che, sulla spinta del forte movimento operaio di quegli “anni venti”, preannunciavano il “rischio” dell’avvento di una possibile democrazia reale.

Spinto all’autodistruzione dal un morboso delirio di onnipotenza marchiato dal riflesso di morte, il fascismo sconfitto sul piano militare è stato parzialmente rimosso nel dopoguerra e ridotto a un folklore patologico tenuto al guinzaglio in attesa degli eventi.

In Europa, un suo ritorno esplicito e massiccio si è presentato raramente come possibile (vedi la Grecia dei colonnelli) e il solo fascismo conquistatore esplicitamente al potere per decenni è stato quello rosso sponsorizzato dall’Unione pseudosovietica.

Il fascismo nero è sopravvissuto come una malattia incurabile, come una nostalgia demente, come il sogno di un boia che attende il ripristino della pena di morte. Il potere pretendeva ipocritamente ignorarlo, salvo qualche scampagnata finanziata dagli interessi più segreti di Stati che dovevano qui far fuori un presidente scomodo, là impaurire una popolazione che tendeva un po’ troppo a rialzare la testa o a resistere al totalitarismo economico sempre più invadente.

Dallas, Piazza Fontana, il palazzo della Moneda, esempi diversi che sorgono da un passato recente e che sottolineano l’antifona che porta al presente.

Di fronte ai soprusi sempre più ingiustificabili di banksters e multinazionali, il fascismo torna infatti oggi a proporsi come un’eventuale scappatoia di soccorso contingente per il capitalismo, impelagato nell’illusoria attesa di un’impossibile uscita dalla crisi strutturale che lo attraversa e lo fragilizza.

I Chamberlain dello spettacolo di destra o di sinistra, maggiordomi che gestiscono da politicanti impotenti la catastrofe sociale in atto, sono i migliori sponsors di un eventuale ritorno demenziale di fascismi opportunisti, in attesa, da mezzo secolo, di una rivincita certamente possibile ma destinata, comunque, ineluttabilmente all’effimero. Neppure loro, infatti, servitori mafiosi di un capitalismo su cui sputano le loro tare razziste e xenofobe per meglio servirne sordidamente gli scopi più occulti, potrebbero durare al potere nel deserto nichilista che il capitalismo in fase terminale sta preparando agli esseri umani.
Oggi le Albe dorate e i vari fascismi xenofobi, mascherati in movimenti sociali, alzano la testa e sguainano i pugnali assassini ma i loro deliri mortiferi sono agitati come un drappo rosso destinato, nella contingenza attuale, a distrarre le popolazioni dall’espropriazione sistematica, concreta e definitiva di tutti i loro diritti nella vita quotidiana.

La guerra civile tra fascismo e antifascismo torna come un ultimo tragico diversivo spettacolare voluto dal capitalismo nichilista in via di estinzione. Non si tratta certo d’ignorarla, ma ancor meno di farne il punto cruciale della lotta tesa a superare la follia capitalista che sta distruggendo il vivente.

Si ha l’impressione fallace di essere tornati ai tempi dell’occupazione delle fabbriche, ma senza le fabbriche occupate. Quest’ultime, infatti, tendono sempre di più a essere disoccupate mentre la coscienza di classe prodotta da quella che i galoppini mediatici mercenari continuano a definire crisi, comincia a capire che non si tratta di appropriarsi di questo mondo infetto, di combattere al suo interno, quanto di inventarne uno nuovo che ne sia il superamento.

Il fascismo può poco contro la creatività. Può solo aspettare che essa manifesti la sua poesia per violentarla pubblicamente.
Il fascismo è negazione senza superamento laddove la rivoluzione sociale è superamento dialettico della negazione.
Il fascismo può solo giocare sulla paura ma c’è un punto oltre il quale il ricatto alla paura non funziona più. Non siamo lontani da questo punto e per questo il nemico da temere di più è lo Stato e non i suoi pittbulls.

A partire da lì, il fascismo si riduce spontaneamente a una malattia opportunista del capitalismo in fase terminale.
L’odio non può costruire nulla se non dei ghetti e delle prigioni. Non solo per i nemici, ma anche per i suoi adepti, per i beceri soldati di una guerra sociale combattuta dietro la bandiera psicotica della peste emozionale e l’ossessione mortifera della redditività.

Si tratta ormai di andare contro questa follia oltre gli estremismi spettacolari che ne rinforzano le gerarchie e ne giustificano la repressione da parte di un’opinione pubblica confusa e senza autonomia di giudizio…

Non si combatte l’alienazione usando i suoi metodi in un’ottica ottusamente vendicativa senza rinforzare di fatto quel che si pretenderebbe abolire.

Da modo di produzione a tendenza totalitaria, il capitalismo di Stato e Mercato si è trasformato in un impulso nichilista che nel suo delirio finale insegue ormai la morte chiamandola crescita. Non resta che costruire un nuovo mondo sociale che abroghi positivamente il nichilismo spettacolare-mercantile.

Esclusa la terza via di una rivolta democratica radicale, la scelta sembra ristretta tra il subire il terrore profuso da tutte le parrocchie ideologiche (terrore per ora soltanto puntuale ma proiettato a ripetizione sugli schermi di uno spettacolo sociale trasformatosi in minaccia permanente di un peggio imminente) o farsi avvelenare dall’aria, dal cibo e dall’acqua inquinati, oppure farsi direttamente massacrare e intossicare dai lacrimogeni e dalla violenza di uno Stato che difende la democrazia fittizia contro quegli stessi cittadini che la sua propaganda più volgare continua ridicolmente a definire sovrani.

La violenza della repressione nella penisola calcidica, in Val di Susa e a Notre Dame des Landes è già un inquietante segno – in Grecia, in Italia e in Francia – della vera guerra sociale senza quartiere che il capitalismo ha ormai dovunque dichiarato all’umano, riducendo la democrazia ad alibi per il totalitarismo.

La fase terminale del capitalismo, reso assolutamente disumano dal suo morboso riflesso di morte, è stata inaugurata un undici settembre meno sbandierato di quello del 2001, ma probabilmente anche più importante dal punto di vista storico.

Nel 1973, in un’America latina avvezza ai sussulti autoritari di dittature talvolta effimere ma reiterate fino alla banalizzazione, il colpo di Stato perpetrato da Pinochet contro il socialista Allende nascondeva ben altro che la smania di potere di un ennesimo caudillo. Dietro il cinico sterminio di ogni spirito libero in Cile, c’era la lucida follia di una patologia totalitaria intrinseca alla fase finale del capitalismo e alle sue smanie valorizzatrici.

In attesa che il crollo dell’impero pseudosovietico consegnasse il mondo al liberalismo come un gigantesco supermercato planetario, Friedman e i suoi Chicago Boys hanno rappresentato la Hitler Jugendbewegung del capitalismo reale, cioè del modo di produzione assunto al suo presunto dominio totalitario sul mondo.
L’ideologia economica, vera e propria religione atea di un mondo alienato, ha trovato in quel drappello di economisti esaltati il progetto di soluzione finale alleggerito dalle tesi razziali del fascismo arcaico e ridotto all’essenziale di un rovesciamento totale, radicale e definitivo del rapporto uomo/merce.

Il feticismo della merce di Friedman e camerati è emerso come una patologia aggressiva da parte del sistema dominante, proprio nel momento in cui gruppi sempre più ampi delle giovani generazioni internazionali confermavano il loro dissenso di fronte all’assurdità della società liberale appena attraversata da un’imprevista sconfitta epocale: la rivolta inaspettata e radicale di ampie fasce di lavoratori e di giovani cittadini innamorati di libertà contro i consumi e la felicità mercantile, ma anche contro ogni comunismo autoritario al servizio del capitalismo di Stato.

Fedele al detto che la miglior difesa è l’attacco, l’ultraliberalismo dispotico dei Chicago Boys si è incaricato della distruzione sistematica del tessuto sociale umano mostratosi refrattario e ribelle di fronte alla dittatura del Mercato.

L’obiettivo di un capitalismo resosi conto che il fattore umano gli si opponeva ovunque, dal Vietnam all’Europa, si è concentrato allora, laddove era possibile, sull’imposizione della sua disumanità redditizia con i metodi spicci e indiscutibili del colpo di Stato.

Nell’arco di un decennio circa, dal Cile, all’Argentina, dal Brasile all’Indonesia, la lunga tradizione del putch politico-militare ha permesso di imporre il dogma delle liberalizzazioni economiche come un primo passo verso il preteso paradiso terrestre del libero Mercato.

Il terrore per dimenticare l’emancipazione, l’addomesticamento forzato per umiliare ogni istanza di libertà. Gli anni ottanta sono stati il laboratorio demenziale che ha imposto la propaganda dell’assurdo Eden economicista, fondato sul peccato originale del debito, come la magia planetaria imperversante. Degli analfabeti politici disumani come Reagan e la Thatcher, l’hanno messianicamente reclamizzato con tronfia prosopopea a masse di consumatori dopati.

Mancava solo la caduta del muro e il crollo della burocrazia sovietica per dare l’ultima spinta al delirio ultraliberale. Anche i più sinistri burocrati di sinistra si sono allora fatti adepti dell’ideologia delle privatizzazioni ad oltranza, contribuendo all’instaurarsi della più macabra delle superstizioni: il dogma del libero Mercato emancipatore.

Anziché affrancarsi dall’autoritarismo del fascismo rosso e dei burocrati che lo incarnavano, salvando le buone intenzioni miseramente fallite di una società più giusta e fraterna, si è gettato a mare il progetto tradito di una società egualitaria finito nell’incubo di un comunismo dal volto altrettanto disumano che i suoi atti.

Destre e sinistre parlamentari, ossessionate dalla conservazione dei loro privilegi si sono dunque accordate per integrare i burocrati e approffittare dell’autoritarismo cancellando definitivamente l’ipotesi di una democrazia consiliare osteggiata da tutti i partiti politici formali e informali occupati a spartirsi il bottino di un economicismo assurdo e volgare.

L’iperproduttivismo patetico e irrazionale di un capitalismo in fase terminale ha preso corpo in questo nodo della storia confiscata, laddove la mitologia economicista ha demolito ogni possibile lettura umana dell’emancipazione.

Per rispondere al pericolo insito nella prima rivolta antiproduttivistica della storia che ha attraversato il mondo alla fine degli anni sessanta (Maggio 1968 e dintorni), l’ideologia dominante ha saputo falsare e in parte appropriarsi di quel cruciale momento storico fino a farne un magma recuperabile ideologicamente alla continuità del dominio.

Come recitava uno slogan profetico di quei tempi andati, il vecchio mondo perverso e sempre più nichilista che era dietro di noi ha raggiunto e fagocitato i più confusi e i più corruttibili, finendo per installarsi anche dentro al carattere (antropomorfosi del capitale), laddove è più difficile da isolare e da estirpare.
Del resto, i peggiori ideologi della conservazione sono sempre assoldati tra gli strateghi delle rivoluzioni fallite, indipendentemente dal grado di autoritarismo dell’ideologia rivoluzionaria immessa sul mercato.

Ogni ideologia della libertà, con o senza rivoluzione, è un passo ulteriore non verso la libertà, ma verso l’ideologia, nel cui ambito nessuna libertà reale è mai praticabile.

Non a caso l’attenzione dei situazionisti, libertari irrecuperabili e inclassificabili all’interno delle categorie politiche abituali, si appuntava già mezzo secolo fa sulla denuncia di ogni ideologia rivoluzionaria, situazionismo incluso: “La teoria rivoluzionaria è ormai nemica di ogni ideologia rivoluzionaria e lo sa” (G. Debord, La società dello spettacolo, Tesi 124).