pensiero e dinamite

602694_490418621009894_789251897_nLa forza di seduzione di questo motto, assai in voga fra gli anarchici di fine ottocento, è uscita indenne da rivoluzioni tradite e guerre mondiali, giungendo miracolosamente fino a noi.

Per un secolo si è scommesso sul felice esito dell’incontro fra la teoria e la pratica.

Le idee anti-autoritarie e l’azione diretta contro il dominio erano le due componenti, indissolubili perché complementari, da miscelare con cura e diffondere per ottenere magici risultati.

Il loro contatto avrebbe dovuto provocare quell’esplosione capace di scardinare le porte dell’avvenire sigillate in un eterno presente di obbedienza.

Inutile girarci tanto attorno.

Questa scommessa è andata persa.

Dalla parte del dominio hanno lavorato molto e bene.

Battaglioni di intellettuali e giornalisti sono stati assoldati col compito di addomesticare ogni teoria sulfurea.

Nei laboratori dell’intellighenzia l’idea feconda è stata sterilizzata in opinione, banale e intercambiabile.

La critica è scaduta in commentario, talvolta erudito ma privo di conseguenze. La coscienza è stata lobotomizzata da decenni di propaganda mediatica che ha colonizzato i nostri sensi. Insomma, non si sono mai visti prima d’ora così tanti deboli incapaci di mettere in discussione la propria debolezza. Quanto alla pratica, si ritrova imbrigliata in una tecno-sorveglianza onnipresente che non risparmia né i luoghi pubblici né i domicili privati, e in un futuro che promette “tolleranza zero” nei confronti del minimo gesto che non sia la genuflessione.

Al di fuori dell’impazienza solitaria, ogni tensione ardita si ritrova così intrappolata fra inibizione e punizione.

Mai prima d’ora si erano visti tanti potenti ostentare il proprio potere mostrando di sentirsi così al sicuro.

Dalla parte della sovversione, le note sono dolenti. Il pensiero, che prima voleva cercare di spaziare in tutti gli ambiti, ora si ritrova accartocciato su se stesso, rivolto fisso davanti a sé. La trappola dell’ideologia si è rovesciata. È difficile che il pensiero corra oggi il pericolo di gonfiarsi nella logorrea di pesanti tomi, semmai rischia di prosciugarsi fra slogan di striminziti volantini.

Dopo aver esaurito la lista delle nocività da combattere, con tutte le loro brave caratteristiche tecniche, sembra non rimanere molto altro da dire.

È un caso se i tentativi di coinvolgimento puntano sempre più spesso sul dovere morale, come se non resti altro da fare che ricattare il senso di colpa, oppure sulla conta dei gettoni di presenza all’agenda del movimento?

È un caso se capita sempre più spesso di ricorrere a concetti e a linguaggi altrui?

Quanto alla dinamite… per avere un’idea del terreno perso, basti pensare che un secolo fa gli illegalisti francesi armati fino ai denti si spostavano in veloci automobili per evitare poliziotti in bicicletta spesso disarmati.

Mentre oggi?
Oggi, di generalizzabile, non rimangono che i brindisi alle rivolte altrui.

In questo panorama desolante, non mancano le consolazioni.
Ad esempio che i deboli non meritano di essere sollevati, ma spesso e volentieri disprezzati.
Oppure che quel che si fa è più importante di quel che si dice e i rapporti che si creano sono più importanti di quel che si fa, con risultati facili da immaginare.
O magari che c’è sempre qualcuno da cui trarre espressioni da ripetere a pappagallo.

E se è inutile lamentarsi di quanto si ha sottomano, tanto vale appassionarsene.
E che dire dei resoconti più o meno compiaciuti di quanto realizzato da snocciolare pubblicamente per confermare che si è ancora vivi.
In fondo, gli scranni dei potenti continuano a lanciare apocalittici scricchiolii.

Quanto sarebbe meglio ammettere che assomigliamo anche noi a quelle galline che razzolano di qua e di là, nella speranza di beccare il chicco di grano!

Loro, con un occhio laterale che le costringe a guardare ora a destra e ora a sinistra.

Noi, con una situazione sociale la cui urgenza ci lancia in un moto perpetuo senza prospettiva, pronti a correre di qua e di là, a seconda della bisogna, della contingenza, del vento che tira.

Animali e umani, entrambi accecati.

Diciamolo fuori dai denti.

Siamo davanti a un presente sempre più intollerabile, che ci spinge ad agire.

Ma l’azione, per lo meno un’azione che sia degna dei nostri sogni, non pare attualmente praticabile.

In questo vuoto, annaspiamo.

Libero chiunque di riempirlo a colpi di espedienti tattici.

Ma noi, sarà per orgoglio, sarà per ottusità, non intendiamo rinnegare né quel che abbiamo amato e amiamo, né quel che abbiamo odiato e odiamo.

E il nichilismo ci è triste come gli interstizi in cui prospera.

Cos’altro rimane?
Se non il silenzio, ritrovare e riaprire la scommessa sul futuro.

Ma come ridare vigore ad un pensiero reso evanescente dall’erosione del significato?

Dove cercare orecchie non intasate dal chiacchiericcio ambientale?

Dove trovare una dinamite che non sia inumidita da un controllo sociale capillare?

Come evitare i continui freni che vengono imposti alla nostra presenza?

È solo a condizione di una spietata ricognizione della propria impotenza che si possono sperimentare le proprie potenzialità.

Qui, la fantasia che cavalca il caso è in grado di fornire assai più risposte della strategia che si organizza attorno all’ordine del giorno.