Non piango i morti, li celebro in attesa di un mondo senza nazioni e senza più governi.


I politici, incapaci di ammettere la propria inutilità a risolvere la questione, dichiarano un lutto nazionale per risolvere almeno la questione con la propria coscienza, che in gergo politico significa il proprio elettorato. I fascisti del terzo millennio, incapaci di cogliere il ridicolo di chiamarsi fascisti nel terzo millennio (come satira questa definizione sta sopra persino ai Fascisti su Marte di Guzzanti) ovviamente sono incapaci di cogliere il nesso tra i venditori di armi (anche italiani) e il barcone dei morti di Lampedusa. I leghisti, quelli dell’ognuno a casa sua, sono incapaci di capire che se nei secoli scorsi ce ne stavamo veramente a casa nostra forse somali ed eritrei non sarebbero messi come adesso. E poi c’è il popolo degli indignati, quelli dell’adesso basta, che si muovono a seconda dei numeri: 1 morto non va bene. 10 morti è uno scandalo. 100 morti, adesso basta. In nessun giornale leggo la domanda fondamentale:
perché migliaia di persone prendono su bagagli e famiglia per cercare fortuna in Europa quando sanno che la contropartita, prima ancora della povertà, è la morte?

Vi posto una frase presa a caso da uno dei tanti blog che si occupano delle situazioni dell’Africa, una polveriera che non è ancora esplosa.

“Ora i sostenitori dell’assassino di Asmara (in Italia ce ne sono più che in Eritrea) diranno che non è vero niente, che la commissione internazionale per la demarcazione dei confini è in torto e che i trattati di Algeri dicono con chiarezza che l’Eritrea ha ragione ecc. ecc. Forse sarà anche vero che i trattati di Algeri dicono questo, ma resta il fatto che con questa scusa il tiranno Afeworki continua a tenere il suo popolo soggiogato e in continuo stato di guerra e non contento si è anche intromesso in Somalia pur di mantenere questo stato di cose”.

È una frase scritta nel natale del 2006. In queste questioni, il problema evidente è uno solo: il riflesso condizionato dell’arricchimento che porta le nazioni (o meglio, le elite delle nazioni) a fare guerre per difendere, rinnovare, allargare, espandere, i confini nazionali. Finché non si arriverà a fare della specie umana un unico gruppo sulla terra, finché non la si smetterà con lo scempio della ragione rappresentato dai confini nazionali, anche le parole di papa Francesco risuonano vuote, anche le parole di chi pensa che l’accoglienza possa prescindere da una umanità più giusta, risuonano ipocrite. Come si può pensare univocamente all’accoglienza di profughi senza nemmeno chiedersi il perché costoro siano profughi e come si possa fare perché costoro possano vivere una vita serena nel territorio in cui si trovavano?

Nel giorno in cui la politica, ipocritamente, piange quei morti causati anche dall’inettitudine dei politicanti, il mio pensiero si rivolge ai vivi, a tutti gli sbarcati che vagolano nella fame accanto all’obesità di un continente ostile, a tutti coloro che non sono nemmeno riusciti a partire e che sono comunque morti, sotto il business della guerra e degli assassini in giacca e cravatta, a tutti coloro che oggi sono sopravvissuti ma sono vittime della così detta politica di criminali locali che noi trattiamo come governanti i quali, esattamente come noi, sono tanto attenti all’identità e alla mattanza della libertà che si chiama “autodeterminazione delle nazioni”.

Non piango i morti, li celebro in attesa di un mondo senza nazioni e senza più governi.