Potere economico e democrazia

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L’essenza della democrazia rappresentativa, consiste nel fatto
che coloro che detengono il potere sono eletti dal popolo attraverso
uno strumento che consenta la maggiore partecipazione
e rappresentanza possibili. Si discute da tempo se garantisca
una maggiore rappresentatività un sistema di elezione
proporzionale o un sistema maggioritario, ma non è questo
il punto che interessa in questa sede.

Altro elemento caratterizzante una democrazia è che gli eletti
sono assoggettati alla legge, e che la loro attività è sempre
controllabile, da istituzioni specifiche.
Il presupposto della democrazia è, quindi, che il potere sia
gestito nell’interesse di tutti, e che sia in grado di mediare tra
gli interessi contrapposti tra i cittadini e gruppi di cittadini.
Il potere finanziario si è sottratto da tempo ad ogni controllo
democratico, senza che peraltro, nessuno abbia mai assunto
nessun provvedimento né abbia informato i cittadini di questo fatto.

La gestione del credito per secoli è stata sempre lasciata alla
iniziativa privata. Assolutamente legittimo finché questa gestione
non si è trasformata in un modo di gestire il potere e
non di disporre di ricchezze private. E’ ovvio che ciascuno ha
il diritto di fare ciò che vuole delle proprie ricchezze, e se un
gruppo di cittadini facoltosi si mette insieme per fondare una
banca e prestare i propri denari dietro il pagamento di interesse,
questo fatto non viola alcuna norma né giuridica né morale.
Il fatto è che quando il meccanismo bancario diventa una maniera
surrettizia per creare ricchezza dal nulla, che si impadronisce
di ricchezza prodotta da chi lavora, allora non stiamo
più parlando di un’attività privata lecita, ma di una necessità
pubblica che è stata delegata senza alcuna decisione popolare
a dei privati.

Sappiamo, infatti, che la moneta è essenziale
per la crescita e l’esistenza stessa delle attività economiche,
e sappiamo che, ormai da oltre trent’anni, questo denaro
viene creato in base alle necessità dell’economia.
Il denaro, però viene dato ai produttori a debito e gravato da
un tasso di interesse. Ciò comporta che l’indebitamento dei
produttori aumenta in misura proporzionale alla crescita della
loro produzione. Anche i consumatori sono assoggettati alla
stessa legge, poiché, anche per essi, il denaro viene creato in
funzione della loro capacità produttiva e concesso in prestito
ad un interesse.

La creazione del denaro per i consumatori
viene effettuata o direttamente dal sistema bancario o dallo
Stato attraverso l’indebitamento che questi assume nei confronti
del sistema finanziario per fare fronte alle proprie spese.
E poiché i costi dello Stato sono coperti dalle entrate fiscali,
assistiamo impotenti da circa trent’anni alla crescita
inarrestabile della pressione fiscale reale sui contribuenti,
nonché alla crescita anch’essa inarrestabile del debito pubblico.
Le conseguenze di questa crescita dell’indebitamento di tutti
i soggetti dell’economia, imprese di produzione, famiglie
consumatrici e Stati è che il debito ha raggiunto livelli intollerabili
e non più incrementabili per nessuno o quasi di questi soggetti.

Il fatto che l’intero sistema economico dipenda dal debito
comporta, come abbiamo visto, una soggezione di persone,
aziende ed istituzioni pubbliche al sistema bancario. Le loro
scelte, da quelle personali a quelle più generali, dipendono
sempre più dalle decisioni degli uomini della finanza.
In Italia, fino agli anni ottanta, il sistema bancario era in parte
ancora controllato dal potere politico, che nominava gli amministratori
ed i manager delle banche pubbliche. Non che
questo sistema fosse esente da difetti, anzi. Gli anni del dopoguerra
sono stati segnati da numerosi scandali nati da rapporti
non proprio cristallini, tra potere politico e banche.
Però, almeno per via indiretta, un certo controllo sulla gestione
del credito quel sistema lo consentiva.

Adesso, invece, i dirigenti delle banche sono scelti secondo
criteri di pura managerialità, cosa che sarebbe perfettamente
legittima, se la loro funzione fosse limitata all’assunzione di
decisioni di tipo manageriale. Essi svolgono, invece, una funzione
preminentemente politica, poiché il meccanismo bancario
si appropria di ricchezze e le ridistribuisce secondo criteri
che non tengono in alcun conto l’interesse pubblico.
Possiamo paragonare il sistema bancario e l’attuale sistema
di creazione di denaro al fisco. Ebbene, l’attuale funzionamento
equivale ad un sistema fiscale in cui una struttura provata
fosse delegata non solo a riscuotere le tasse ma a ridistribuirle
tra i cittadini secondo il proprio arbitrio.

E’ chiaro che in questo sistema non c’è spazio per la democrazia,
né per la tutela degli interessi collettivi. Non solo una
banca non finanzierà mai un’impresa in crisi solo per salvare
i suoi dipendenti dalla perdita del posto di lavoro, ma, soprattutto,
pretenderà garanzie di redditività per concedere un finanziamento,
e questo tende ad escludere sempre di più le
imprese a rischio dal sistema di finanziamento bancario.
Le imprese a rischio sono quelle che adottano coraggiosamente
nuove tecnologie e che innovano il sistema produttivo.
La loro emarginazione dal mercato rende sclerotica l’economia,
e riduce la crescita e la ricerca.

In conclusione, l’economia della produzione tende a diventare
sempre più dipendente dal sistema finanziario che appare e
si comporta con crescente consapevolezza come un sistema
di potere. Questo potere riduce fino ad annullarli, gli spazi di
tutela dell’interesse pubblico e di ingerenza della politica nelle
decisioni che coinvolgono i cittadini, le imprese e lo Stato.
Si tratta, dunque, di un potere che tende a divenire dispotico
ed a comportarsi come tale.

Il potere politico diviene sempre più succube del potere finanziario.
Non solo non ha alcuna voce in capitolo nella scelta
degli uomini che gestiscono il credito, dietro la considerazione,
apparentemente ragionevole, che quegli uomini svolgono
una funzione meramente imprenditoriale, ma non è in
grado in nessun modo di interferire sulle scelte di politica
economica generale che vengono assunte dalle banche centrali.
Alzare o abbassare il tasso di sconto di un punto percentuale,
può significare la vita o la morte di migliaia di imprese
e il lavoro o la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone
e delle loro famiglie.
Queste decisioni, che un tempo venivano quantomeno concertate
con il potere politico, adesso sono assunte ad arbitrio
del potere finanziario, rappresentato in questo caso dai governatori
delle banche centrali, i quali le assumono in funzione
della propria visione dell’economia e del potere che ad essi
deriva. In altri termini, se una decisione sui tassi o sulla quotazione
delle monete, può incidere negativamente su un settore
di produzione ed allo stesso tempo, incidere positivamente
sul sistema bancario, non ho dubbi che la decisione sarà quella
di salvare le banche ed affossare le imprese di produzione.

Ma a parte queste decisioni di “politica spicciola” come potremmo
definirle, anche se l’espressione sembra riduttiva se
pensiamo che spesso coinvolge centinaia di migliaia di persone,
quello che conta è che l’intera società civile è assoggettata
alle decisioni dei signori della finanza, e che questa è l’essenza
del potere nella nostra società.