Primavera 1946: lampi d’epoca tradita


Occhi sporgentiOgni anno con la primavera ricordiamo tante cose: la Liberazione dall’occupazione nazista, la fine della dittatura fascista, la prima Assemblea Costituente della Repubblica. Un indubbia vitalità che, tuttavia, svelò una un’Italia conservatrice, solo di misura Repubblicana e piuttosto devota ad altri Stati, Vaticano e statunitense.

L’8 giugno 1946 Alcide De Gasperi, in uno dei suoi primi discorsi alla Camera, chiese al Ministro della Giustizia di preparare uno schema di amnistia. Il Guarda Sigilli era Palmiro Togliatti, uomo del Partito Comunista Italiano (PCI).

In un lampo di tempo, il 22 giugno, cioè a soli 20 giorni di vita del primo governo democratico della storia italiana, le Camere approvarono il Decreto presidenziale di amnistia e indulto per i reati politici e militari n. 4.

L’amnistia Togliatti aprirà ferite profonde, dissidi anche violenti e contese mai sopite. Il lampo di tempo impiegato per l’approvazione e l’attuazione di quella amnistia è un particolare tutto italiano, cui non solo mancò adeguata epurazione ma ricondusse migliaia di criminali fascisti ai posti di comando ed inasprì la repressione poliziesca nei confronti dei partigiani.

La Repubblica inizia così, con eventi torbidi. Altri ne seguiranno. Concordia e pacificazione nazionale erano le motivazioni di quell’amnistia. Agli italiani, al contrario, apparve subito inopportuna e frettolosa, troppo!

Un colpo di spugna su crimini di guerra (Africa, Jugoslavia, Albania etc); stragi efferate (Fosse Ardeatine, Marzabotto, etc); sui responsabili dell’OVRA, dei tribunali speciali nazi-fascisti e le loro turpi manovalanze (banda Koch, banda Carità, banda Finizio). Criminali affrancati e restituiti alla vita sociale. Ma la probabile saggezza e straordinaria sensibilità degli statisti, non coincise col dramma della popolazione fondato sul martirio dei propri affetti.

Dopo la fulminea approvazione delle Camere, Togliatti affidò il decreto n.4/1946 al magistrato Vincenzo De Ficchy, tessera fascista del 29 ottobre 1932. A quella riconciliazione forzata e alla mancata epurazione si aggiunse la rinuncia al rinnovamento di codici e leggi. È il caso del Codice penale del 1932, redatto da Alfredo Rocco (premio Mussolini 1932) nel quale si legge “ai ruoli dell’ordinamento della magistratura sono ammessi cittadini di razza italiana e di sesso maschile iscritti al partito nazionale fascista”.

Decine di migliaia di collaborazionisti del regime nazi-fascista rimasero al loro posto, nella magistratura, nel sistema carcerario, nei ministeri, negli enti locali, nelle banche, nell’esercito, nelle scuole, nelle chiese, in tutti i partiti politici ed inevitabilmente nella vita sociale del paese.

Già nell’ottobre ‘46 si tennero molte mobilitazioni fasciste per l’anniversario della “marcia su Roma”; nel dicembre ‘46 viene fondato a Roma il Movimento Sociale italiano che riportò molti fascisti amnistiati in Senato e in Parlamento; nel ‘49 nasce l’organizzazione paramilitare Gladio, stipendiò molti fascisti graziati, alcuni di questi, più il là, tentarono un golpe e tanti altri orrori tra impuniti e assolti.

Oscenità che lo storico del Diritto Pietro Saraceno non esitò a definire disumane, umilianti per gli italiani e per chi ci osserva. Lo storico britannico Denis Mack Smith osservò: fu concessa velocemente un’amnistia valida per delitti atroci (…) ha lasciato nell’oblio diverse lezioni utilizzabili per l’avvenire.

La rabbia degli italiani è scritta nelle migliaia di lettere inviate agli statisti. I parenti delle Fosse Ardeatine contestarono in più occasioni il ministro Togliatti. Per anni dilagò una giustizia fai da te spesso orrenda. Molti partigiani in armi tornarono sui monti (Santa Libera, Mottarone, Curino etc) altri in clandestinità (Volante Rossa, Gruppo 808); il 27 agosto fu assaltato il carcere di Pallanza; il 7 ottobre si ribellò quello romano di Regina Coeli.

Gli operai, da Milano a Terni, scioperarono. Proteste assorbite dal governo con promesse e concessioni, altre sedate con arresti e repressione. Il prematuro scioglimento nel ‘46 del Comitato di Liberazione Nazionale e dei CLN territoriali, dichiarò la fine della Resistenza come esperienza politica e rivendicativa. Sbriciolata poi nel congresso romano del ‘47 in diverse associazioni (ANPI, FIVL, FIAP etc) spinte dai vertici nell’innocua deriva delle celebrazioni.

Gli altri paesi europei, per buona parte, epurarono i luoghi di potere infestati dall’occupante nazista!

Dopo la Liberazione i gerarchi processati a Norimberga furono impiccati. La Francia, in tempo di pace eseguì circa 11mila fucilazioni, 350mila processi, 50mila licenziamenti, 28mila sanzioni; solo nel 1951 fu varata un’amnistia parziale; nel 1960 in carcere rimanevano 60 casi gravi. Più o meno ciò accadde anche in Norvegia, Olanda, Danimarca, Belgio, Austria e Lussemburgo. La civilissima Jugoslavia, al pari degli altri, applicò la sua epurazione (oggi sede di tanta sciocca revisione), l’oculatezza delle iniziative di Tito, all’epoca, furono addirittura apprezzate dallo stesso Winston Churchill. Rerum Ecclesiae gestarum memoriam… nel 1937, mentre 11milioni di persone morivano nei lager nazisti, lo Stato Vaticano predicava l’anticomunismo per enciclica. Nel ’46 Cardinal Ferrari disse che a fare festa nelle piazze c’erano i “glorificatori di Barabba”. Mons. Montini poi Paulus sextus, usò il collegio di San Giosafat a Roma ed il convento dei salesiani a Grottaferrata per nascondere molti criminali nazifascisti, poi scortati dai preti a Ciampino per farli volare in Brasile o in Canada. Dettagli…