Punk’s not…

Sì, lo so. Mai niente e nessuno ha potuto impedire a ribelli ventenni pieni di rabbia di diventare imprenditori quarantenni pieni di buon senso. Sono trascorsi tanti anni, ma ho ancora davanti agli occhi i reduci sessantottini che ci guardavano con compassione dall’alto dei loro scranni o delle loro cattedre. Ho ancora nelle orecchie le loro parole piene di scherno: «noi sì che abbiamo fatto la rivoluzione, ma voi? Voi cosa vi credete di poter fare? Siete destinati a rientrare nella normalità, molto prima e molto peggio di noi». Forti della consapevolezza che nulla ci avrebbe mai fatto piegare la testa, che il loro fallimento non era il nostro destino, era divertente mandare al diavolo quei ruderi incravattati. Ma in cuor nostro sapevamo che quella determinazione per molti di noi — ma per chi? — si sarebbe rivelata solo un’illusione.

Io questo lo so, ecco perché continuo a ripetermi che non vale la pena prendersela se anche per il punk è venuto il momento del revival interessato, degli album di famiglia da smerciare, dei concerti commemorativi da organizzare, dei vecchi dischi da ristampare, delle mostre retrospettive da esibire. In fondo, perché no, non è sempre andata così? Un periodo di oltre vent’anni è più che sufficiente per smaltire antichi furori, per rifarsi il guardaroba, per ricoprire un posto adeguato in società. Gli sputi di ieri si possono anche ricordare, in allegria, dopo averli sostituiti con le pacche sulle spalle di oggi. Due generazioni ci separano dai primi anni 80, dagli anni in cui ci sentivamo schiavi nelle città più libere del mondo, ed agli occhi di alcuni questo spazio temporale costituisce la giusta distanza di sicurezza per poter fare i conti — anche economicamente parlando — con il proprio passato.

È sufficiente entrare in libreria e dare un’occhiata ai titoli che da alcuni mesi a questa parte si stanno accumulando sull’argomento. Libri che, mi si dice, incontrano un certo interesse. A me, quei libri danno la nausea. Soprattutto se i nomi dei loro autori risvegliano antichi ricordi, riaprono vecchie ferite, non essendo del tutto sconosciuti. Sono la più atroce prova della capitolazione dei sogni e dei desideri che animavano molti punk. Al di là della giustificata curiosità che questi libri suscitano in chi non ha vissuto direttamente quel periodo, mi sembra ovvio che questa frenesia di ricordare come eravamo nasca dalla constatazione che non lo siamo più. È solo grazie a questo oblio di ciò che si è stati, alla rimozione di quello per cui ci si è battuti, che il punk può diventare un capitolo chiuso da consegnare ai libri di storia. Per quanto scontato sia questo fenomeno resta il fatto che questo passato, per alcuni così spento e lontano, per qualcun altro brucia come se fosse appena ieri.

Polvere fastidiosa
Eravamo polvere, polvere negli occhi di chi ci guardava. Non cercavamo consenso, non volevamo comprensione, non bramavamo riconoscimenti. Anzi, facevamo del nostro peggio per disturbare chiunque. Quasi tutti storcevano il naso di fronte alla nostra necessità di sconvolgere, scambiando per mania di protagonismo quello che era (ma lo era davvero? che illusione!) ossessione di bruciarsi i ponti dietro alle spalle per essere certi di non poter più tornare indietro. Un piccolo giornalista di provincia ci definì i nuovi barbari, mentre un non ancora grande giornalista metropolitano ci accusò di girare con un topo di fogna sulle spalle alla ricerca di un bersaglio. Divertente o irritante che fosse, il disprezzo della gente per bene ci rassicurava e lo preferivamo sia ad una approvazione che avremmo scambiato per umiliante condivisione d’intenti, sia ad una indifferenza che avrebbe indicato in noi un’imbarazzante inoffensività. E poi, lo ammetto, questo disprezzo era reciproco. Non potevamo essere compiacenti con chi sembrava più che rassegnato a morire democristiano.
Anarchici? Sì, anarchici! Ma l’anarchia era più nei nostri cuori che nelle nostre teste. Non era quella di Bakunin o di Malatesta, non era l’adesione ad un progetto insurrezionale o ad un programma sociale. Non credevamo nel sole dell’avvenire e ci facevano ridere, ridere, ridere a crepapelle i militanti rivoluzionari dalle barbe bianche, sia che ci invitassero a criticare «l’epistemologia del dominio» dal punto di vista libertario sia che ci esortassero a fermare «l’imperialismo della borghesia» seguendo la strategia marxista-leninista. Anche noi, come qualcun altro prima di noi, pensavamo che le persone serie hanno l’odore di carogna e seguivamo la nostra inclinazione al piacere, ovunque potesse condurci, senza preoccuparci né di Dio, né della Società, ascoltando soltanto la nostra inquietudine, noi stessi, la trasformazione che avveniva in noi. Il rifiuto di questo mondo non nasceva dal lavorìo del nostro cervello, ma dal ribollire delle nostre viscere davanti all’orrore per il presente, davanti a questa ripetizione seriale di un’esistenza priva di significato, di bellezza, di autonomia, da trascorrere fra quaderni di scuola e pratiche d’ufficio, chiacchiere da caffè e tifo da stadio, il tutto inframmezzato da pause in discoteche e sotto gli ombrelloni; un’esistenza miserabile votata alla carriera, alla famiglia, alla pensione. Guardavamo gli adulti, a cominciare dai nostri genitori, e sapevamo solo cosa non volevamo — mai e poi mai come loro!
Con un bagaglio così leggero non si poteva fare molta strada, si dirà. E va bene, inutile nasconderlo: non avevamo una coscienza di classe, non provavamo alcuna solidarietà verso chi come noi subiva l’esistente, ce ne fottevamo della ristrutturazione dei processi produttivi in corso, sapevamo a malapena chi fossero Makhno e Durruti (ma anche voi, signori anarchici, non avete fatto granché per attizzare la nostra curiosità nei loro confronti, sapendo solo sbandierarci sotto gli occhi dei santini mummificati), le nostre conoscenze teoriche galleggiavano in un mare di superficialità e ignoranza. Ma una qualità, almeno una, l’avevamo: eravamo pieni di rabbia, una rabbia che travolgeva ogni cautela politica e sbriciolava qualsiasi museruola.
Non tentavamo di costruire qualcosa, perché volevamo distruggere tutto. Rispolverando la vecchia arma dello scandalo, amavamo presentarci alle cerimonie pubbliche per salire sui tavoli imbanditi e mettere i piedi nel piatto. I seri e noiosi militanti scuotevano la testa, non capivano perché volessimo essere guastatori e non capipopolo, perché cercassimo gli insulti che dividono e non gli applausi che uniscono. Ci rimproveravano che bisogna “difendere e diffondere” le proprie idee se si vogliono conquistare le masse; ma a noi bastava trovare pochi complici con cui divertirci. In tutto quello che facevamo miravamo più ad esprimere la nostra individualità che a convincere la collettività.
Una rabbia, la nostra, che non è mai riuscita a mettere a ferro e fuoco le città. In generale l’ideologia della non-violenza aveva troppa influenza sul punk, un simbolo del quale era l’A cerchiata che spezza il mitra («la libertà non ha valore se il prezzo da pagare è la violenza/non voglio la tua rivoluzione: voglio anarchia e pace» cantavano disgraziatamente gli amati Crass). E forse anche la voglia di differenziarsi dalla generazione del ‘77 ha contribuito in questo senso. L’assalto al cielo condotto dai nostri “fratelli maggiori” ha avuto molti aspetti gioiosi, anche armati, ma noi per lo più li ignoravamo. Per cui, non volendo né vivere per una Reazione borghese che odiava, né morire per una Rivoluzione proletaria che non amava, il punk ha espresso altrimenti il suo mal di vivere; attraverso il non-conformismo assoluto, la diserzione dai ruoli sociali imposti. Se non si vuol arrivare (al successo, alla fama, al potere), basta non partire. Aggrappato a questo presupposto, il punk ha messo in atto la sua linea d’azione: uno scrupoloso non collaborazionismo su tutti i fronti. Al suo interno, l’ipotesi di prestare la propria opera a un qualsiasi ente, associazione, organizzazione commerciale, istituzionale o filoistituzionale non veniva nemmeno presa in considerazione, pena il venire marchiati dal disprezzo. Era la vecchia concezione dell’indissolubile legame che intercorre fra mezzi e fini, fra teoria e pratica. Non si può sconvolgere il mondo e al tempo stesso servirlo. Ben pochi di noi erano consapevoli che questa concezione etica aveva illustri precursori — anarchici, surrealisti, situazionisti. Più semplicemente ci bastava sapere che «chi si scopa una suora, poi si unisce alla Chiesa» (Clash).
Col senno del poi, appare quasi una banalità riconoscere come il disinteresse generalizzato da parte nostra nei confronti di chi e cosa ci avevano preceduto sulla via della rivolta ci abbia indebolito, facendoci cadere in errori e tranelli che altrimenti sarebbe stato facile evitare. Ma nessuno conosceva a fondo la storia dell’avanguardia storica, istruttiva da molti punti di vista. E poi — maledizione! — nessuno, nessuno, nessuno che ci abbia fatto scoprire che il movimento anarchico non vanta solo una tradizione di filosofi, sociologi, economisti e inarrivabili eroi, ma anche di romantici teppisti ed aggressivi burloni (il solo Albert Libertad era riuscito a sfuggire all’epurazione storiografica attuata dal perbenismo anarchico). L’esempio di tutti quegli “al-di-fuori” libertari ci avrebbe forse spronato, galvanizzato ed aiutato. Riconoscendoci nei loro desideri e nelle loro emozioni, saremmo stati più disponibili ad ascoltare le loro parole. Scartati in partenza da chi preferiva proporre maestri che fossero presentabili scienziati sociali, non c’è da stupirsi se agli occhi dei nostri vent’anni l’àncora dell’esperienza venisse vista solo come una palla al piede.
Fatto sta che nel giro di pochi anni quella rabbia punk che sembrava inestinguibile si è consumata in una fiammata, assieme all’etica che la accompagnava. Con rare eccezioni, il destino tanto predetto ai punx non si è avverato: né anarchici in lotta contro lo Stato né barboni ai margini della società. In compenso il gusto per la rottura ed il look iconoclasta si sono rivelati una trovata autopromozionale, utile per attirare l’attenzione in vista di andare a battere cassa ad una industria discografica o editoriale in difetto di originalità. Ed oggi, chi è uscito dal punk per entrare nel mercato sta invitando tutti a fare una rimpatriata e vorrebbe sfruttarne la memoria.
Non potendo rifiutare una così garbata richiesta, sono lieto di poter dare il mio piccolo contributo.

Costretto a commerciare
Ricordo Marco Philopat, era fra i principali animatori del Virus di via Correggio a Milano. Facevano un bel trio, lui («l’autonomia totale dall’istituzione e l’autogestione reale sono le uniche forme che ci permettono di vivere ed esprimerci liberamente»), Fabio («Non ci scusiamo né di essere come siamo, né di cercare di essere coerenti con le nostre idee. Per l’autogestione che è tutta la nostra vita!») e Cristina («Il fatto di non appoggiarsi alle normali ragnatele del sistema è fondamentale»). All’epoca volevano sperimentare una “alternativita” punk fuori da ogni percorso prestabilito. Non so cosa abbia riservato il destino agli altri due componenti del terzetto, ma purtroppo so bene cosa sia Philopat. Non è più un giovane «punk-anarchico», adesso che si è fatto ometto si definisce un «libero professionista». Non si interroga più «sulle reali possibilità che abbiamo noi oggi di opporci efficacemente a questo sistema traboccante di capitalismo» né sollecita l’azione diretta contro i «punti avanzati dell’invasione americana», giacché con simili preoccupazioni non avrebbe mai potuto trovare ospitalità sulle pagine patinate di XL. Non è più nemmeno coinvolto in «un progetto di cultura autonoma ed autogestita senza fini di lucro», quale era a suo stesso dire il Virus, ma «concepisce idee per la realizzazione di prodotti culturali» interagendo «con organizzazioni ed enti animati dalle stesse finalità».
Detto terra terra, adesso che ha capito che «tutte le controculture finiscono fagocitate dal mercato, svuotate di significato» e che quindi «si degnano di attenzione i linguaggi nuovi solo quando si esprimono nell’arte pura, nella letteratura», Philopat si divide fra la neonata Agenzia X e l’Einaudi dal cui catalogo fa capolino il suo cipiglio ossigenato (fra lo psichiatra televisivo Crepet e la rockstar del culatello Ligabue). La casa editrice piemontese, dopo aver conquistato la sua fiducia («Siccome preferisco definirmi agitatore culturale piuttosto che scrittore la mia collocazione in una grande azienda mi sembra alquanto improbabile, anche se non escludo a priori la possibilità di provarci»), ha ristampato i suoi due libri già editi alcuni anni fa dalla Shake. Per convincere i nuovi lettori all’acquisto le iperbole si sprecano: «grande romanzo epico» che narra le gesta di un gruppo divenuto «mitico» l’uno (La banda Bellini), «romanzo di un’epoca» che racconta uno spazio punk «storico» l’altro (Costretti a sanguinare). C’è da arrossire al pensiero di come si sia ridotta la casa editrice di Calvino, Fenoglio, Levi, Pavese…
Per non essere costretto a vomitare non ho letto né il suo diario immaginario punk, né la sua mitizzazione di una banda di sprangatori stalinisti. Non sopporto chi per uscire dal ghetto, per rompere la gabbia, non trova di meglio che estetizzare e commerciare la propria rabbia. Ma a giudicare dalla sua foto promozionale presente sul catalogo, dove indossa una maglietta incitante alla guerra di classe, si capisce come il suo cuore batta sempre dalla stessa parte. Peccato che sopra il cuore questo cialtrone sia ormai solito portare il portafoglio, e che oggi la sua trincea sia scavata sul fronte del mercato editoriale e non dell’autogestione della vita. Il suo istinto del vivere si è estinto, sopraffatto dal bisogno di sopravvivere.
Non potrebbe più sottoscrivere che «una naturale predisposizione libertaria ha portato il punk a rifiutare sempre più ogni contatto con qualsiasi organo istituzionale», dal momento che lui questa «naturale predisposizione» ha dimostrato di non possederla. Ecco alcune delle odierne preoccupazioni che turbano i suoi sonni: «per scrittori ed editori oggi ci sono difficoltà, soprattutto per chi ha dai 45 anni in giù, nel trovare gli interlocutori giusti ai piani alti del potere», oppure «purtroppo la ricerca storico/teppistica/letteraria non riceve alcun sovvenzionamento». Che peccato! Un governo illuminato non tratterebbe così gli ex punk anarchici. Philopat è persuaso che essi siano « diventati una preziosa risorsa per un possibile rilancio dell’intera galassia culturale nel nostro paese. E mi chiedo come mai la sinistra ufficiale non sia ancora in grado di capirlo» (ma dal meridione si intravedono sprazzi di luce: «la candidatura di Nichi Vendola, bravo a parlare con la gente, al di fuori dalla sinistra arroccata nel Palazzo»).
Per quanto mi sforzi, mi è difficile conciliare queste sue parole con «il carattere insurrezionale, internazionalista ed esplicitamente anarchico» che lui stesso attribuisce al punk. Né capisco come possa assicurare senza vergognarsi che l’esperienza punk «non sarà stata così eclatante ma possiamo contare su pochissimi abiuri. Quasi nessuno è diventato un segretario di Forza Italia o un portaborse di Tronchetti Provera» — ma per abiurare il punk, non bastava lusingare i politici o finire sul libro-paga di una azienda che conta?
Ravvedutosi rispetto alla lotta «contro la falsità di tutta la stampa borghese e non», guarito dal pernicioso morbo che porta al «completo rifiuto di apparire o partecipare a qualsiasi loro giornale o a qualsiasi loro progetto di pseudocultura», Marco Philopat è la dimostrazione che il capitalismo offre davvero un’occasione di redenzione a tutti. Se ne è accorto perfino Giancarlo De Cataldo, che lo definisce «un signor scrittore che rivendica l’eredità migliore del Sessantotto: la libertà e le scorribande ormonali». Detto da un magistrato, per altro giudice a latere del processo tenutosi alcuni anni fa contro decine di anarchici nell’ambito dell’inchiesta Marini, è una garanzia. Ognuno ha gli ammiratori che merita.

Una storia sporca di sangue e di merda
Ricordo Gomma, la sua è proprio una storia sporca. Nel 1984 fu tra i punx che sabotarono lo svolgimento di una rassegna sulla “bande spettacolari giovanili” organizzata dalla Provincia di Milano, che poteva vantare la presenza di teste-molli come Giorgio Bocca, Goffredo Fofi o Francesco Alberoni. In quell’occasione, Gomma si tagliuzzò il petto di fronte agli odiati sociologi per consegnar loro il proprio sangue da analizzare. Un regalo che i vivisezionatori della vita altrui non presero molto bene, ma che commosse i punx di tutta Italia.
Qualche anno dopo, ammaliato dalla tecnofilia cyber, passato di moda il rifiuto punk del mercato e avendo già utilizzato un finanziamento pubblico per dare vita alla Shake, Gomma invitava dalle pagine di Decoder ad usare la lingua per amare e non per leccare il culo ai padroni… ma allora, mi domando, perché dalla sua bocca cola così tanta merda? Dopo aver chiarito che i frequentatori degli spazi sociali vengono «soprattutto a fruire di questa merce che offriamo loro e che il potere non ha avuto l’intelligenza di mettere in circolazione», da un certo tempo a questa parte si sta dando un gran da fare per realizzare un archivio digitale dove far confluire le immagini di se stesso, ma anche di chi un tempo gli fu compagno. A questo scopo ha creato un suo blog, nonché curato per la solita Shake la pubblicazione di Punx. Creatività e rabbia, un dvd+ libro dall’imperdibile introduzione.
In questa «ricostruzione storica» voluta per ragioni «di cuore», Gomma ha incluso anche la contestazione ai sociologi che lo vide fra i protagonisti. Deve essere bello guardarsi sullo schermo, ah i bei tempi andati… Solo che oggi è costretto a riconoscere che gli antichi nemici qualcosa di vero l’hanno detto: «come sempre accade per i movimenti… il “mercato”, che si incarna nelle grandi società di comunicazione (editoriali, discografiche, pubblicitarie, televisive), quando lo ritiene opportuno, ingurgita e sputa ripuliti comportamenti, vissuti, utopie». E chi meglio di lui può dirlo, lui che oggi è curatore del sito web della Feltrinelli, colosso dell’industria editoriale di cui è stato anche consulente, lui che può vantare collaborazioni con Rai Tre (quella stessa Rai Tre che un tempo, quando era ancora una rete pressoché sperimentale, venne allontanata a malo modo dal Virus), lui che ha sedato tutta la rabbia punk per metterne in vendita solo la creatività? Per questa Gomma venire masticati e sputati dal mercato è un fatto normale che — udite, udite — «talvolta può essere letto addirittura alla stregua di un buon segnale, se diventa possibilità e stimolo per cambiare qualche aspetto di un mondo così imperfetto». Impossibile dargli torto. Grazie al suo aiuto, la Feltrinelli o la televisione di Stato potranno ben aver cambiato «qualche aspetto» dei loro mortiferi progetti. Ma questo tocco di colore non ne ha mutato la sostanza, che per altro è ulteriormente peggiorata.
Senza alcun imbarazzo, Gomma ora ci confessa di «essere tra i pochi ad aver scattato una cinquantina di ritratti di punk tra il 1979 e il 1982». Amerebbe esporli, ma è assalito da scrupoli morali: quasi tutti quei punk oggi non hanno fatto carriera come lui, ma sono morti. La generazione punk «ha pagato per ragioni esistenziali e non è facile pertanto cantarne le gesta». No, non è facile ma lui, lui che a differenza della stragrande maggioranza dei punk si fa pagare per farlo, ci vuole provare. Ecco perché ha pubblicato questo dvd, e ancor prima un video sul Virus. Ma cosa ne penseranno gli altri punk di queste sue operazioni? È lui stesso a dirlo: «significativamente ci sono tanti ex punk che oggi non vogliono che la loro storia sia narrata… Loro, che rispetterò sempre per questa scelta così diversa dalla mia, hanno chiuso la porta in faccia alla comunicazione. Ma sono un segno tangibile dell’incredibile, inarrivabile duplicità del punk, “non comunico/comunico alla massima potenza”. Sono la memoria inconoscibile del dramma punk, sono il simbolo di ciò che non si può dire».
Gomma rispetta la scelta di chi non ha rinnegato il proprio passato, sperando così che in base alla legge della reciprocità questi irriducibili punk rispettino lui. Ma si sbaglia (forse non per tutti, ma di certo per qualcuno). La sua ipocrita e strumentale alternativa «non comunico / comunico alla massima potenza» se la può ficcare su per il culo. Sa perfettamente che il punk non ha MAI rifiutato di comunicare, ma ha sempre rifiutato di farlo attraverso i canali del mercato e delle istituzioni. Cos’altro erano i dischi, i concerti, le fanzine, le scritte sui muri, i volantini, lo stesso abbigliamento, se non il tentativo disperato e totale di mettere in atto una forma di comunicazione che fosse propria, autodeterminata, autonoma? Altrimenti, meglio il silenzio. Quel silenzio in cui oggi sono sprofondati molti punk e che è segno di una dignità di cui Gomma è privo, lui che pensa che la comunicazione alla “massima potenza” passi attraverso gli uffici della Feltrinelli e gli studi di Rai Tre.

Da provocazione vivente a fenomeno da baraccone
Mai e poi mai potrò dimenticare Helena Velena, la cui memoria pensavo fosse sepolta per sempre sotto una montagna di sterco. Invece il revival punk a cui stiamo assistendo è riuscito in un’impresa che ha quasi del paradossale. C’è chi riesce ad invitare Helena Velena a parlare del punk, a rinverdire quegli anni, a decantarli pure, in virtù del fatto che ne è stato uno dei protagonisti. E ciò è indiscutibile, ma chi inviterebbe Giuda Iscariota a parlare del cristianesimo?
Quando si faceva chiamare Jumpy, era cantante dei Raf Punk di Bologna, fondatore della Multimedia Attack (la prima etichetta punk anarchica italiana), redattore dell’omonima fanzine, distributore dei dischi della Crass Records. Vi assicuro che chiunque lo abbia conosciuto in quei giorni non se lo poteva scordare, perché Jumpy era una sfida vivente alle convenzioni e al bigottismo. Per questo era rispettato anche da chi non condivideva del tutto alcune sue idee o atteggiamenti. Sapeva perfettamente cosa volesse dire punk: «NON CONFORMARSI, non accettare, non voler essere parte e sostegno del presente stato di cose… perché chi saprà mantenere lo scontro provocato dal suo aspetto e dal suo essere punk, se non cederà e non tornerà più indietro sarà pronto per prove più impegnative per diventare un buon anarchico, ma chi cederà e svenderà perfino la sua personalità, la sua diversità ed accetterà di far parte della massa servile e poliziesca, sarà pronto solo per accettare qualunque compromesso». Ma poi…
Ma poi il mercato ha bussato alle porte del punk. Quel mercato criticato, disprezzato, rifiutato in tutte le maniere — a parole non con il rancore di chi si sente snobbato, ma con l’odio di chi si sente nemico — si è fatto avanti con le sue sirene. E ad aprirgli la porta non sono stati i punk musicofili tutti bandana e pogo. È stato Jumpy, è lui che piazzando i CCCP (fedeli alla lira) alla Virgin nel 1985 ha letteralmente iniziato la svendita del punk italiano. E che ha anche teorizzato la legittimità di questa decisione nelle note di copertina di un disco della Attack, annunciando l’inutilità di proseguire sulla strada delle autoproduzioni. Oggi è quasi impossibile descrivere l’effetto che questo passo ebbe sul movimento. Se fino a quel momento l’evidente voglia di “sfondare” commercialmente da parte di certi gruppi era tenuta a freno da un rifiuto di scendere a patti che non conosceva crepe, il varco aperto da Jumpy fece crollare in breve periodo la diga. Soprattutto perché a dare il via libera all’ingresso nel mercato, con tutto ciò che questo comporta, era stato proprio colui che ne aveva affermato chiaro e tondo l’incompatibilità con il punk: «Da un parte la volontà di vivere, dall’altra la determinazione ad uccidere. E non c’è nessuna possibilità d’intesa» giacché «dischi indipendenti ed alternativi sono soprattutto quelli AUTOPRODOTTI, alieni da ogni circuito ufficiale, da ogni compromesso & schiavitù con la SIAE, col prezzo massimo imposto, chiarezza di idee & amore per ciò che si fa, senza interesse né riguardo per la sua vendibilità».
Fu l’inizio della fine. Ma sarebbe sciocco imputargli la responsabilità di aver distrutto il movimento, perché non fece altro che prendere per primo una strada che in parecchi erano già intenzionati a percorrere. Il punto debole delle difese immunitarie del punk era il suo amore per la musica, la sua ingenua convinzione che «usando lo strumento musicale tu porti via spazio al normale mercato discografico e musicale». Sì, ci hanno ucciso al suono della nostra musica. Terminato lo slancio e l’entusiasmo dell’esplosione iniziale, è da lì che è venuto il recupero. È stato un risveglio brusco, ed amaro. Privato della rabbia di cui si nutriva, dell’assoluta estraneità a questo mondo che costituiva uno dei suoi principali fondamenti, il movimento cominciò a liquefarsi e di fronte al dilagare della diarrea del compromesso molti preferirono ritirarsi, annientarsi, scomparire.
Quanto al non più Jumpy, dopo aver sciolto l’Attack ed aver fatto per un breve periodo il manager dei CCCP (capito il gioco?) si è dedicato all’apologia delle nuove tecnologie e alla trasformazione del suo corpo portando avanti tutte le attività professionali connesse a questa mutazione. A dare retta alle sue sobrie e modeste note (auto)biografiche presenti su Wikiartpedia, in realtà il suo curriculum vitae, Helena Velena «ha la qualifica di esperta e scrittrice, ma fa parte di quella categoria di terroriste pornografiche e pedofile» e «combina una mente brillante dotata di un approccio estremamente critico, ad un look molto vistoso e volutamente provocatorio, il cui risultato è quello della agitatrice sociale totale». Deve essere proprio per questa sua straripante carica sovversiva che «è sempre più spesso ospite di note trasmissioni televisive come TG2 Dossier, Tenera è la Notte, Uno Mattina e L’Italia in Diretta», o che durante le ultime elezioni ha partecipato alla campagna elettorale in favore della Rosa nel Pugno.
Che tristezza. Jumpy era l’incarnazione della provocazione punk anarchica, che ad un certo punto ha rinnegato per diventare la primadonna del transgender. Fallito questo obiettivo a causa del successo elettorale e mediatico riscosso da Vladimir Luxuria, oggi Helena Velena è solo un fenomeno da baraccone che tira a campare esibendosi ovunque venga chiamata, dalle trasmissioni spazzatura della tv nazional-popolare alle feste di partito di vecchi stalinisti o giovani socialisti.

Da virus a ogm
Milano, 1 giugno 1985, centro sociale Leoncavallo. In occasione del loro concerto i CCCP, che hanno da poco firmato un contratto discografico abbandonando le autoproduzioni e sono per questo nell’occhio del ciclone, diffondono un volantino contro i punk anarchici del Virus. Vi si afferma che l’autogestione è solo una parola vuota (tranne nel Leoncavallo in cui dovevano suonare!) e si bolla come oscurantista la «volontà di purezza» che avrebbe animato gli attacchi nei loro confronti. Loro, i CCCP, non vogliono avere nulla a che fare con questa «volontà di purezza» che ha acceso i roghi degli eretici e recintato i campi di sterminio. Loro «si portano addosso gli insulti del Virus e di tanti altri, e ce la fanno».
Io che sono uno dei «tanti altri» non posso fare a meno di pensare a questo episodio da quando ho saputo dell’iniziativa che si è tenuta a Milano: Marco Philopat (ex Virus) che legge un testo di Andrea Bellini (ex sprangatore stalinista) in sua presenza, accompagnato dalla musica di Massimo Zamboni (ex CCCP). Mi sembra un perfetto esempio della grande marmellata contemporanea con cui da troppi anni veniamo imboccati, questa estetizzazione di fatti e passioni che annullando ogni diversità, ogni conflitto, li anestetizza. Dietro alla «memoria» tutta virtuale accumulata da Gomma, dietro alla «affabulazione» cara a Philopat, si staglia la visione di un mondo privato di ogni contenuto organico e consegnato sotto forma di merce al mercato. Se non nutrono troppa simpatia per la ricerca storiografica non è tanto per la muffa d’accademia che questa emana, ma per il rigore che in teoria comporta. Per questi accaniti fautori della tecnologia non esistono più fatti da riportare o idee da mettere in pratica, queste imperfezioni umane, esistono solo dati che possono essere registrati, scambiati e corretti a proprio piacimento. Smaterializzazione che cancella ogni consequenzialità e trasforma la realtà in una variopinta girandola in cui tutto si equipara e si capovolge. Se Berlusconi è un presidente operaio e Bush un paladino della libertà, non c’è da meravigliarsi se Philopat riesce a definire Andrea Bellini «uno Spartaco moderno insofferente a qualsiasi tentativo di addomesticamento», o se rivendica al Virus (cioè in parte a se stesso) l’organizzazione del «movimento contro i Cruise, i missili a testata nucleare installati dalla Nato in Sicilia» (come sostiene in un’intervista riportata nel sito della Shake!). Chi ha vissuto nella Milano degli anni 70 o era presente in Sicilia nel 1983, sa perfettamente che Bellini era solo un picchiatore al soldo dei racket politici stalinisti e che a Comiso i punx si limitarono a partecipare all’iniziativa anarchica contro la base. Ma i libri di storia “militanti” non vendono come quelli di letteratura.
Nonostante questa società abbia la capacità di presentare ogni gesticolazione dei suoi domestici intellettuali come fosse un avvenimento culturale, il revival del punk è l’ennesima squallida razzia contro un passato che non vuole essere mansuefatto. Esperienze teoriche, pratiche e sensibili da consegnare ai legittimi eredi nel presente affinché ne facciano uso, vengono trasformate in un data-base per letterati a corto di fantasia e assetati di “storie forti” con cui scalare le classifiche di vendita.
Dopo essere stato ingurgitato dal mercato, il virus del punk viene ora sputato ripulito nei nostri piatti come un ogm. Chi ne vuole scoprire lo spirito deve cercare fra la feccia, fra la canaglia, non presenziare alle inaugurazioni di targhe di marmo e aggregarsi ai party letterari. Quanto a chi vuole sfruttarlo dopo essere passato dall’altra parte, un ultimo ricordo:
Ci guardano ma non ci vedranno mai.