Scordatevi la rivoluzione

ORANGOScordatevi la rivoluzione come catarsi, come evento a sé capace di produrre un cambiamento immediato e un abbattimento del capitalismo. La rivoluzione occorre pensarla come un insieme di lacerazioni che si stanno aprendo nel tessuto del dominio del capitale, spazi o momenti di rifiuto, creazione, rigenerazione del sistema, nei quali uomini e donne sanno dire “NO, ADESSO FACCIAMO LE COSE IN UN ALTRO MODO”.

La rivoluzione come espansione e moltiplicazione di questi strappi, dei tanti “NO” da urlare in faccia all’organizzazione del capitale.

La formula di Holloway è semplice e si richiama ad una delle argomentazioni centrali di Marx: il capitale è un insieme di relazioni sociali, il punto non è come distruggerlo ma come fare per smettere di riprodurlo in eterno. Pensare a forme di autodeterminazione sociale che facciano emergere il ribellismo sopito tra la “gente comune”.

L’invito di Holloway è a non cercare un soggetto rivoluzionario puro, bensì cominciare dalle nostre contraddizioni o limitazioni e cercare di risolverle. Forte la critica alla rappresentanza, concetto che per il pensatore irlandese include definizione, esclusione, separazione, spinte che vanno in tutt’altra direzione del processo per autodeterminazione. “Quando scegliamo un rappresentante escludiamo noi stessi, ci escludiamo come soggetti”.

Rappresentanza dunque come parte di quel processo generale di separazione che è il capitalismo: la democrazia rappresentativa per Holloway non è una forma di opposizione al capitale, ma un’estensione dello stesso.

Non delegare, ma assumersi la responsabilità della propria partecipazione nella costruzione di un sociale altro e contro. Un concetto, quello dell’autodeterminazione, che risulta centrale nel suo libro e definisce i contorni della critica alla “conquista del potere”, allo Stato, che senza una reale autoemancipazione collettiva, frutto di una partecipazione diretta di ogni uomo e ogni donna, altro non fa che incanalare la ribellione rendendola compatibile con le relazioni sociali capitaliste, essendo lo Stato esso stesso una forma di relazione sociale in un modo determinato, che impone determinate forme di organizzazione. Incompatibile con l’autodeterminazione perché processo di determinazione in nome di.

Che sia Stato borghese o Stato post-rivoluzionario. Perché se rappresenta una forma specifica di relazioni storicamente sviluppatasi con l’obiettivo di amministrare in nome di, non può esistere, è un non senso, uno Stato della classe operaia.

Per Holloway non serve e non c’è bisogno di un’avanguardia, né di un partito, né della presa del potere statale, per superare il capitalismo. L’autore prende le distanze dalla tradizione politica del movimento operaio che scandisce la fase rivoluzionaria in tre tempi: prima il partito, poi la presa del potere, infine la trasformazione dei rapporti sociali.

Anche il tempo è una forma di restrizione, separazione, che non valorizza le forme di ribellione vive nel tessuto sociale.

La critica è a quella sinistra concentrata sull’attesa: quella socialdemocratica, che invita a pazientare fino alla prossima scadenza elettorale. Quella “leninista”, che aspetta la rivoluzione, la presa del potere. In questo frattempo si radica e rafforza il continuum del capitalismo, che intanto avanza e distrugge il mondo e le nostre vite.

Holloway allora attinge alla dialettica negativa di Adorno, rovesciando il “NO” in positivo. Come spezzare questa continuità del capitale?
Semplice, rifiutandola.

Lottando contro la dimensione temporale dell’attesa. Il capitalismo esiste ma non ha alcuna durata predeterminata che non dipenda da noi: se il capitalismo esiste non è perché fu creato 200 anni fa, ma perché noi, quotidianamente, lo creiamo.

Se impareremo a dire “NO”, a non crearlo ancora, il capitalismo sarà vinto. Il problema della rivoluzione non è abolire il capitalismo ma smettere di crearlo, smettere di convertire il nostro fare in lavoro alienato.

Basta dire no, il Ya basta dell’esercito zapatista, il rifiuto come prima chiave del cambiamento radicale della società. Al tempo dell’attesa sostituire il tempo dell’impazienza.

Un “NO” esperienziale, che parte dalla nostra vita vissuta.
Un “NO” insolente, figlio della rabbia.
Un “NO” urgente, un “NO” che rompe, che spinge a pensare alle nostre lotte come fessure nella trama del capitalismo.
Un “NO” che deve lasciarci insoddisfatti.
Infine, un “NO” deciso all’imitazione, nella lotta di classe, delle forme di organizzazione proprie del capitale, per evitare di riprodurre forme di relazione capitaliste.

Ritorna, Holloway, sull’andare contro e oltre la società capitalista, sfuggendo alle scorciatoie, al colpo al cuore concepito come momento totalizzante.
Se per alcuni la rivoluzione è nel futuro, l’autore si concentra sul “mentre”, il lavoro di costruzione di un movimento di massa, per evitare che quel “mentre” duri per sempre. Senza nascondere le contraddizioni tutte presenti per chi vive nella società capitalista, che resta oggi la struttura dominante tale da poter anche riassorbire e chiudere le crepe prodotte. Ma è importante concentrarsi sul fare, sapendo che la rivoluzione sta già succedendo: non la pugnalata al cuore, dunque, ma con molta meno enfasi un milione di punture di api.

Il movimento che rifiuta le politiche del liberismo globalizzato deve però state attento a non ridursi, segregarsi, al recinto di opinione pubblica.
Ma se si rifiuta la sottomissione al capitale, occorrerà la costruzione di un mondo alternativo. Incamminarsi sulla strada di altri modi di organizzazione della vita. La costruzione di un potere, di che è cosa diversa da prendere il potere.

Su questa strada inutile cercare certezze nel libro di Holloway, dal quale parte l’invito a forme di sperimentazione di autogoverno. Le aguascalientes del Chiapas, le assemblee di quartiere in Argentina, i centri sociali italiani, sono parte dello stesso processo.

Non ricorre a facili sociologismi nella presunta ricerca della scomparsa della classe e della sua lotta, Holloway. Il titolo è un pretesto per analizzare l’ingessamento del marxismo rimasto in sospeso, un non luogo, quindi senza coordinate, tra idea di rivoluzione e conquista del potere.
Il riflettere, come nel suo primo lavoro, sull’illusione di chi pretende di distruggere lo Stato capitalistico conquistandolo. Sgravandosi della zavorra rappresentata dalla Storia, dalle sconfitte passate.

Partendo da queste, imparando dalle stesse, ma ricordando che il comunismo non è il compimento della storia bensì la sua rottura. Cita Veneigem, “un’ideologia della storia ha un unico obiettivo: evitare che la gente faccia la storia”.

Liberarsi dunque dalla determinazione che il passato può esercitare sulle nostre azioni del presente: se le lotte passate hanno rappresentato tentativi di fare tabula rasa, colpi contro il continuum della storia, che senso ha restare aggrappata ad esse, senza riscattarla nel presente?

Il quadro d’insieme per Holloway è chiaro: a chi ha sostenuto che cambiare il mondo senza prendere il potere potesse rappresentare nella sua critica al concetto tradizionale di rivoluzione, un invito alla smobilitazione delle lotte sociali, il pensatore irlandese contrappone la cecità di chi ostinandosi a non voler riconoscere che la crisi del concetto tradizionale era già lì, viva, ha spinto al pessimismo, alla rinuncia a immaginare che il superamento della società capitalistica fosse possibile, a rinunciare a sperimentare a forma di autodeterminazione, smettendo di sperare che cambiare il mondo è ancora possibile.