Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!

Questo famoso slogan che spiccava sui muri di Parigi nel maggio 1968 era effettivamente rivoluzionario, giacché capovolgeva ogni comune concezione di realismo.

Oggi le “realtà” artificiali, virtuali, sono arrivate a dominare i rapporti sociali. La vita non viene più vissuta, viene guardata, e tutto può essere osservato con le nuove tecnologie. Considerato ciò, non è sorprendente che uno slogan un tempo così provocatorio per un intero ordine sociale sia ormai diventato un annuncio pubblicitario. Nel regno del virtuale, ogni cosa è possibile ad un prezzo.

Ogni cosa, certo, tranne un mondo senza prezzi, un mondo di rapporti attuali, autodeterminati, diretti, in cui si scelgono da sé le proprie attività e si agisce concretamente sulla realtà.
I circhi che ci vengono offerti con il pane ci presentano spettacoli mai visti prima. Luoghi esotici, strane creature con poteri magici, esplosioni fantastiche, battaglie e miracoli: tutto ciò ci viene propinato per intrattenerci, tenendoci incollati alla sedia dello spettatore, limitando la nostra attività al premere di tanto in tanto un pulsante. Così «l’impossibile» che questa società ci offre è costituito solo da spettacolari effetti speciali su di uno schermo; la droga della virtualità ci intontisce nella miseria della realtà che ci circonda, in cui le possibilità di una vita autentica si stanno chiudendo.

Se vogliamo sfuggire a questa miserabile esistenza, la nostra rivolta deve essere precisamente contro la realtà sociale nella sua totalità. Il realismo, all’interno di questo contesto, diventa accettazione. Parlare oggi sinceramente di rivoluzione — dello sforzo di rovesciare la realtà presente al fine di aprire la possibilità di un’attività umana concreta, autodeterminata, e di una libertà individuale — è irrealistico, persino utopico. Ma esiste per caso qualche pretesa minore in grado di porre fine all’attuale miseria?

Dinnanzi alla mostruosa e malefica potenza della civiltà, si sente dire sempre più spesso: «È necessario essere realisti; farò solo quello che mi è possibile nella mia esistenza». Questa non è la dichiarazione di una forte individualità che si pone al centro di una rivolta contro il mondo del dominio e dell’alienazione, ma piuttosto un’ammissione di rassegnazione, una ritirata mentre il mostro incombe. I progetti “positivi” sviluppati in nome di questo genere di realismo non sono che modi alternativi di sopravvivenza all’interno della società attuale. Essi non solo non riescono a minacciare il mondo del capitale e dello Stato; attualmente allentano la pressione verso chi si trova al potere fornendo servizi sociali volontari sotto l’egida della creazione di “contro-istituzioni”. Usando la presente realtà come luogo da cui guardare il mondo, chi non può fare a meno di considerare la distruzione rivoluzionaria di questa realtà in cui viviamo come impossibile, come un obiettivo pericoloso, si rassegna a procurarsi un’alternativa all’interno della realtà presente.

Ma esiste anche una forma più attivista di realismo. Essa si fonda su una prospettiva che ignora la totalità della realtà attuale, scegliendo di considerare solo qualche sua componente. Così la realtà dell’alienazione, del dominio e dello sfruttamento viene spezzettata in categorie di oppressione considerate separatamente, come il razzismo, il sessismo, la distruzione ambientale e via dicendo. Sebbene un simile approccio possa invero risultare utile per comprendere le caratteristiche del funzionamento dell’attuale ordine sociale, di solito tende a trattenere le persone dal prendere in considerazione l’insieme, consentendo il progredire di un progetto che produce specializzazioni in forme particolari di oppressione, sviluppando metodi ideologici per spiegare tali oppressioni. Questo approccio ideologico separa la teoria dalla pratica e conduce ad una ulteriore scomposizione in argomenti sui quali agire: parità di salari per le donne, accettazione di omosessuali nell’esercito o nei boy scout, protezione di una particolare zona forestale — la ruota delle richieste gira senza sosta. Effettuata la frantumazione, al punto d’aver fatto scomparire qualsivoglia analisi della società nel suo insieme, si stanno ancora guardando le cose da un luogo che è all’interno della realtà attuale. Per l’attivista realista, detto anche “di sinistra”, l’efficacia è il valore primario. Qualsiasi cosa funzioni va bene. Perciò viene messa tanta enfasi sulle vertenze, sulla legislazione, sulle petizioni alle autorità, sui negoziati con chi ci governa, perché questi offrono dei risultati — almeno finché il risultato che si vuole è solo quello di migliorare un problema particolare o di assimilare un gruppo o una causa particolare all’interno dell’ordine attuale. Ma questi metodi si basano sull’accettazione della realtà presente, nella prospettiva del «questo è quello che c’è e questo dobbiamo usare». E questa è la prospettiva di una logica di sottomissione.

Per liberarsi da una simile logica è necessario effettuare un rovesciamento di prospettiva, che richiede la ricerca di un luogo diverso da cui percepire il mondo, una posizione differente da cui agire. Invece di iniziare dal mondo così com’è, si può scegliere di partire dalla volontà di afferrare la vita nei propri termini. Questa decisione pone immediatamente in conflitto con la realtà attuale, perché qui le condizioni di esistenza, quindi le opzioni di vita, sono già state determinate dall’ordine dominante. Ciò avviene perché poche persone riescono ad assumere il controllo delle condizioni dell’esistenza di chiunque — precisamente, in cambio di pane e circhi, sopravvivenza abbellita da un pizzico di intrattenimento. Perciò la rivolta individuale ha bisogno di armarsi con un’analisi di classe che estenda la propria critica, risvegliando una prospettiva rivoluzionaria. Quando si cominciano a comprendere i mezzi istituzionali e tecnologici con cui la classe dominante mantiene, rafforza ed espande il suo controllo, questa prospettiva assume una dimensione sociale e luddista.

La logica della sottomissione ci chiede d’essere realisti, di limitarci alle sempre più ristrette possibilità offerteci. Ma allorché questa realtà sta, di fatto, marciando verso la morte — verso l’eclissi permanente dello spirito umano e la distruzione dell’ambiente vivente — è davvero realistico «essere realisti»? Se si ama la vita, se ci si vuole espandere e prosperare, è assolutamente necessario liberare il desiderio dagli alvei che lo costringono, lasciare che travolga le nostre menti e i nostri cuori con la passione che scatena i sogni più selvaggi. Allora è possibile afferrare questi sogni per affilare l’arma con cui attaccare questa realtà, un’appassionata ragione ribelle in grado di formulare progetti che mirino alla distruzione di ciò che esiste e alla realizzazione dei nostri desideri più meravigliosi. Per quelli fra noi che vogliono appropriarsi della propria vita, qualsiasi altra pretesa minore sarebbe irrealistica.