Tanto peggio, tanto meglio


presaNelle polemiche è una cosa molto comoda e perciò stesso molto in uso, quando si vuole aver l’aria di aver ragione, attribuire all’avversario uno sproposito e poi confutarlo trionfalmente. Certamente se la cosa è comoda, non è per questo onesta; ma gli scrupoli non disturbano certi giornalisti e certi oratori.

Così mi è accaduto varie volte di sentirmi attribuire la teoria del tanto peggio, tanto meglio, ed ora mi capita sotto gli occhi il «Lavoro» di Genova (20.6.1920) dove, riproducendo un mio articolo, troncato ad arte per cavarne delle conseguenze opposte alle mie intenzioni, si afferma che il tanto peggio, tanto meglio è teoria «nettamente anarchica».

Ora la verità è che quella teoria è, se mai, di origine marxista, e che se degli anarchici hanno potuto qualche volta affermarla, è perché si erano lasciati influenzare dalle idee marxiste e non già perché essa avesse nulla da fare con l’anarchismo propriamente detto. I marxisti, che concepiscono, o almeno concepivano, l’evoluzione sociale come governata da leggi fatali ed ineluttabili, essi che aspettavano la trasformazione sociale dalla supposta automatica concentrazione del capitale in mano ad un numero sempre minore di capitalisti, essi che avevano proclamato come una verità generale ed inevitabile la miseria crescente, potevano perfettamente rallegrarsi se le condizioni del proletariato peggioravano.

Noi no: perché per noi il fattore principale che determina il senso dell’evoluzione sociale è la volontà umana; e quindi appoggiamo tutto ciò che sviluppa e fortifica la volontà e deprechiamo tutto ciò che la deprime.

Se volessimo, cosa pericolosa, compendiare in una formula le nostre idee sulla questione dell’influenza che le condizioni materiali hanno sullo sviluppo morale degli individui e quindi sulla loro volontà, noi anziché tanto peggio, tanto meglio diremmo piuttosto l’appetito vien mangiando.

La miseria deprime ed abbrutisce e per miseria non si fanno rivoluzioni: tutto al più si fanno sommosse senza domani. Ed è perciò che noi spingiamo i lavoratori a pretendere ed imporre tutti i miglioramenti possibili ed impossibili, e non vorremmo che essi si rassegnassero a star male oggi aspettando il paradiso futuro. E se siamo contro il riformismo non è già perché siamo incuranti dei miglioramenti parziali, ma perché crediamo che il riformismo è ostacolo non solo alla rivoluzione ma anche alle stesse riforme.

Chi si rassegna al male finisce con l’abituarvisi e a non sentirne più il peso. A prova il fatto che, normalmente, le regioni più povere e le categorie più misere del proletariato sono anche le meno rivoluzionarie.

Una recrudescenza di miseria, una grande crisi industriale e commerciale, può determinare un movimento insurrezionale ed essere il punto di partenza di una trasformazione sociale, perché viene a colpire della gente che si è abituata ad un relativo benessere e che mal sopporta un peggioramento. Ché, se il movimento non avvenisse subito e si lasciasse passare il tempo necessario perché il popolo si abitui gradatamente ad un tenore inferiore di vita, la sopravvenuta miseria perderebbe il suo valore rivoluzionario e resterebbe come causa di depressione e di abbrutimento.

E la situazione in Italia è oggi così eminentemente rivoluzionaria appunto perché le condizioni del proletariato sono migliorate, le sue pretese sono cresciute in conseguenza, ed invece lo stato attuale dell’economia nazionale è tale che, perdurando il presente ordinamento statale e capitalistico, un grande imminente peggioramento è inevitabile.

Oggi, o la rivoluzione e con essa il riordinamento della produzione a vantaggio di tutti, o la miseria abbietta. Ed il proletariato trova che di miseria ce n’è già troppa così.