Utopia e realtà


Il pensiero umano nell’approccio al problema politico è antitetico, perché lo ha sempre sostanzialmente affrontato in due maniere, presentate e sentite come contrapposte. O realistico, quindi aderente alla realtà intesa come quella in atto, oppure utopico, lanciandosi in voli immaginari tendenti a un futuribile desiderato e improbabile, ricchi di prefigurazioni architettoniche sociali e più attenti alle connessioni logiche di concatenazioni possibili che alla imprevedibilità e complessità delle contorsioni umane, che in definitiva ne sono l’oggetto.

I realisti poi s’incazzano con gli utopisti perché, dicono, parlano di ciò che non ci può essere, con la conseguenza che parlano al vento, diventando, loro malgrado, dei sabotatori anche di quel poco di buono che c’è sempre nell’esistente. Gli utopisti a loro volta restituiscono l’attacco con gl’interessi, perché sostengono che il parlare solo di ciò che c’è diventa inevitabilmente una sua giustificazione e nobilita anche il marcio, che guarda caso è sempre tanto, mentre bisognerebbe tendere a trasformarlo in funzione di una tensione continua di tipo euristico verso il meglio possibile.

Frattanto, mentre infuria questa guerra furiosa tra realismo e utopismo, divenuta ormai fattore endemico che a dire il vero viaggia per i fatti suoi, nuotando irrimediabilmente in un oceano teoretico che fa felici gli accademici e i militanti degl’esercizi puramente intellettuali, la realtà così come si svolge, ben poco preoccupata delle battaglie teoriche che si fanno in nome suo, procede nell’affanno del divenire quotidiano curandosi essa stessa di selezionare, nel tempo, quello che è veramente reale da quello che è puramente fantastico.