Vixerunt


rome008nMutiam dolore!
Queste mura furono mute spettatrici d’uno dei più clamorosi drammi della vita politica di Roma: il supplizio dei complici di Catilina.

Cicerone, il cui nome è indissolubilmente legato alla repressione della famosa congiura, con la sua eloquenza e valendosi dello sgomento che regnava nell’ animo di tutti, forzò il senato – nonostante la ragionata orazione di Cesare – a decretare la sera del 5 dicembre del 64 a. C. l’immediata morte dei congiurati già arrestati laddove Catilina dopo la violenta invettiva del console si era allontanato da Roma. La notte stessa Lentulo, Cetego, Statilio, Gabinio e Cepario vennero rilevati dalle case private dove erano tenuti in custodia – altra prova che il carcer non sempre serviva come prigione preventiva – e condotti sotto la personale vigilanza del console e di un gran numero di magistrati e di soldati nel Tulliano.

Ma lasciamo qui la parola a Sallustio che così scolpisce la scena: « assentito che ebbe il senato alla sentenza di Catone, il console giudicò necessario di antivenire nella prossima notte ogni novità col supplizio dei rei. Fatta perciò apprestare l’esecuzione dai triumviri capitali e disposte le forze, conduce egli stesso Lentulo in carcere, e vi fa gli altri condur dai pretori.

Lentulo là entro fu calato nel Tulliano e gli esecutori delle sentenze capitali, secondo che era stato loro comandato, con un laccio gli spezzarono la gola. Così quel patrizio discendente dalla nobilissima gente dei Corneli, che aveva tenuto in Roma la carica di console, trovò una fine degna dei suoi costumi e delle sue imprese.

Per Cetego, Statilio, Gabinio, Cepario nello stesso modo si eseguì il supplizio.» Cicerone assistè allà terrificante scena che si svolse tra le fosche muraglie al fumigante e rossastro baluginar delle torcie.

Immensa folla attendeva fuori del carcere e quando il console riapparve essa ondeggiò tumultuante e oppressa.

Allora rispondendo alla muta e angosciosa domanda, Cicerone nel repentino e grave silenzio non pronunciò che una parola: « han vissuto! vixerunt » !

Le urla incomposte di gaudio, le ebbrezze partigiane, il clamore che segui questa parola, il trionfale ritorno fino alla casa sul Palatino dovevano tornare più volte in mente a Marco Tullio quando pochi anni dopo per tali esecuzioni ritenute arbitrarie e illegali, egli dovè, per le mene di Clodio, andare in esilio.