Volontà di potenza

volareDunque l’anarchismo come teoria politica e sociale della rivoluzione viene invalidata a causa delle contraddizioni che emergono nel suo concetto di soggettività umana? Io non credo. Ho messo in luce l’occulta tendenza verso il risentimento presente nelle categorie e nelle strutture oppositive che sostengono il discorso anarchico, in particolare nell’idea di una società armoniosa governata da leggi naturali e dall’innato comunitarismo umano, e la sua opposizione alla legge artificiale dello Stato. Comunque sostengo anche che l’anarchismo, se riesce a liberarsi da queste categorie essenzialiste e manichee, può superare il risentimento che lo avvelena e lo limita. L’anarchismo classico e’ una politica del risentimento perché cerca di capovolgere il potere. Vede il potere come il male, qualcosa di distruttivo, qualcosa che ottunde la piena realizzazione dell’individuo. L’essenza umana e’ un punto di partenza incontaminato dal potere, e che oppone una certa resistenza al potere. C’e’ una stretta separazione manichea tra soggetto e potere. Ma come ho cercato di dimostrare, questa separazione tra l’individuo e il potere in sé è instabile e viene messa in pericolo dal “naturale” desiderio per il potere. Nietzsche direbbe che questo desiderio di potere – volontà di potenza – è veramente “naturale” e che la sua soppressione ha un effetto debilitante sull’uomo, lo mette contro se stesso e produce l’atteggiamento del risentimento.

Si potrebbe sostenere che questo desiderio di potere nell’uomo e’ prodotto proprio dai tentativi che l’uomo fa di negare o di estinguere le relazioni di potere nell’ordine “naturale”. Forse il potere può essere visto in termini del “Reale” lacaniano – come la mancanza irreprimibile che non può essere simbolizzata e che continuamente torna a infestare l’ordine simbolico, distruggendo ogni tentativo fatto dal soggetto di formare un’identità completa. Per Jacques Lacan: “…il reale e’ ciò che sempre torna nello stesso posto – al posto in cui il soggetto in quanto pensa, dove la res cogitans non lo incontra”. L’anarchismo tenta di completare l’identità del soggetto dividendolo, in senso assoluto e manicheo, dal mondo del potere. Il soggetto anarchico, come abbiamo visto, e’ costituito in un sistema “naturale” che e’ dialetticamente opposto al mondo artificiale del potere. Inoltre, poiché il soggetto e’ costituito in un sistema “naturale” governato dalle leggi etiche della mutua cooperazione, gli anarchici possono teorizzare una società libera da relazioni di potere, capace di sostituire lo Stato quando questo sarà rivoluzionato. Ma, come abbiamo visto, il mondo libero dal potere e’ minacciato dal desiderio di potere latente in ogni individuo. Più l’anarchismo cerca di liberare la società dalle relazioni di potere, più esso resta paradossalmente imprigionato dal potere. Il potere qui ritorna come il “reale” che infesta ogni tentativo di liberare il mondo dal potere. Più si cerca di reprimere il potere, più il potere alza la testa. Questo perché i tentativi di negare il potere, attraverso i concetti essenzialistici di legge “naturale” e di moralità “naturale”, sono essi stessi costituitivi del potere, o comunque sono condizionati dai rapporti di potere. Queste identità e queste categorie essenzialistiche non possono essere imposte senza la radicale esclusione di altre identità. Questa esclusione e’ un atto di potere. Se si cerca di escludere radicalmente il potere, come fanno gli anarchici, il potere “ritorna” proprio attraverso le strutture dell’esclusione stessa.

Nietzsche credeva che questo tentativo di escludere il potere e di negarlo sia una forma di risentimento. E quindi come può l’anarchismo superare questo risentimento che ha mostrato di essere così autodistruttivo e contrario alla vita? Affermando positivamente il potere, invece che negarlo, “dicendo di sì” al potere, come direbbe Nietzsche. E’ solo affermando il potere, riconoscendo il fatto che noi veniamo dallo stesso mondo da cui viene il potere, non da un mondo “naturale” esterno ad esso, e che non possiamo mai essere interamente liberi da relazioni di potere, che possiamo impegnarci in una serie di strategie politicamente rilevanti di resistenza contro il potere. Questo non significa ovviamente che l’anarchismo dovrebbe abbandonare le sue armi e abbracciare lo Stato e l’autorità’ politica. Al contrario: l’anarchismo può efficacemente contrastare la dominazione politica confrontandosi col potere – e non negandolo.
30. Forse a questo punto e’ appropriato distinguere tra relazioni di potere e relazioni di dominazione. Per usare la definizione di Michel Foucault, il potere è “il modo di azione sulle azioni degli altri”. Il potere e’ semplicemente l’effetto dell’azione di qualcuno sull’azione di qualcun’altro. Anche Nietzsche vede il potere in termini di effetto su un soggetto: “non c’e’ un essere dietro un azione, i suoi effetti e le sue trasformazioni; il soggetto e’ inventato come retropensiero”. Il potere non e’ un bene che possa essere posseduto, e non ha il suo centro ne’ in un’istituzione ne’ in un soggetto. E’ solo un rapporto di forze, forze che scorrono tra diversi attori e attraversano le nostre azioni quotidiane. “Il potere e’ dappertutto” secondo Foucault. Il potere non viene emanato da istituzioni come lo Stato – piuttosto esso e’ immanente attravero l’intera rete sociale, attraverso i diversi discorsi e conoscenze. Per esempio, i discorsi razionali e morali, che gli anarchici vedono come innocenti e come armi nella lotta contro il potere, sono essi stessi costituiti da rapporti di forza e sono utilizzati nelle pratiche del potere: “il potere e la conoscenza si implicano direttamente a vicenda”. Il potere in questo senso e’ produttivo invece che repressivo. E’ quindi insensato e impossibile cercare di costruire, come fanno gli anarchici, un mondo estraneo al potere. Noi non saremo mai interamente liberi dalle relazioni di potere. Secondo Foucault: “Mi sembra che non si possa mai essere estranei (al potere), che non esistano margini in cui rifugiarsi per quelli che rompono col sistema”.

Comunque, il fatto che non ci si possa mai liberare dal potere non significa che non ci si possa mai liberare dalla dominazione. La dominazione deve essere distinta dal potere in questo senso: per Foucault, le relazioni di potere diventano relazioni di dominazione quando il libero e instabile flusso di relazioni di potere viene bloccato e congelato, quando si formano gerarchie ineguali e non sono più possibili relazioni reciproche. Queste relazioni di dominazione sono le basi di istituzioni come lo Stato. Lo Stato, secondo Foucault, è semplicemente l’assemblaggio di diverse relazioni di potere che in questo modo si sono congelate. Questo modo di considerare le istituzioni come lo Stato è radicalmente diverso. Mentre gli anarchici pensano che il potere deriva dallo Stato, per Foucault lo Stato deriva dal potere. Lo Stato, in altre parole, è solo l’effetto del cristallizzarsi di relazioni di potere in relazioni di dominazione.

Qual’è la differenza tra potere e dominazione? Questa idea non ci riporta forse alla posizione anarchica di partenza, secondo la quale la società e le nostre azioni quotidiane, benché oppresse dallo Stato, sono ontologicamente separate da esso? In altre parole, perché non chiamare semplicemente la dominazione col nome di “potere” e ritornare all’originale distinzione manichea tra vita sociale e potere? Il punto centrale di questa distinzione e’ appunto dimostrare che la separazione e’ impossibile. La dominazione – le istituzioni politiche repressive, come lo Stato – deriva dalla stessa origine del potere. In altre parole essa distrugge la stretta separazione manichea tra società e potere. L’anarchismo, e tutte le teorie politiche radicali, non possono più restare nella confortevole illusione che noi come soggetti politici non siamo in qualche modo complici del regime che ci opprime. Secondo la definizione che Foucault fa del potere che io ho utilizzato, noi siamo tutti potenzialmente immersi, attraverso tutte le nostre azioni quotidiane, in rapporti di dominazione. Tutte le nostre azioni quotidiane, che implicano necessariamente il potere, sono instabili e si possono facilmente trasformare in relazioni che dominano noi stessi.

In quanto soggetti politici non possiamo mai rilassarci e nasconderci dietro identità essenzialiste e strutture manichee – dietro una stretta separazione dal mondo del potere. Invece, dobbiamo stare continuamente in guardia contro la possibilità della dominazione. Foucault dice: “il mio punto di vista non e’ che tutto e’ cattivo, ma che tutto e’ pericoloso. Perciò la mia posizione non porta all’apatia ma a un iperattivismo pessimista”. Per resistere alla dominazione dobbiamo essere consapevoli dei rischi – della possibilità che le nostre stesse azioni, anche le azioni politiche dirette in modo netto contro la dominazione – possono facilmente generare ulteriore dominazione. C’e’ sempre la possibilità dunque, di contestare la dominazione, e di minimizzare le sue possibilità e i suoi effetti. Secondo Foucault, la stessa dominazione e’ instabile e può generare rivolgimenti e resistenza. Assemblaggi come lo Stato sono basati su instabili relazioni di potere che possono essere facilmente rivolte contro le istituzioni stesse di cui formano la base. Per cui c’e’ sempre la possibilità di resistere alla dominazione. Ma questa resistenza non può mai avvenire nella forma di una rivoluzione – intesa come grande rivolgimento dialettico del potere, come gli anarchici sostengono. Voler abolire le istituzioni centrali, come lo Stato con un colpo solo significa non comprendere le multiformi e diffuse relazioni di potere su cui esso e’ basato, permettendo nello stesso tempo la creazione di nuove istituzioni e di nuove relazioni di dominazione. Vuol dire ricadere nella stessa trappola riduzionistica del marxismo, e corteggiare la dominazione. Invece, la resistenza deve prendere la forma di quello che Foucault chiama “agonismo” – una continua contestazione strategica del potere – basata su reciproci incitamenti e provocazioni – senza la speranza di potere un giorno essere finalmente liberi da esso. Non si può mai sperare di sovvertire il potere completamente, perché ogni sovvertimento e’ in sé l’imposizione di un diverso regime di potere. Il meglio che possiamo sperare e’ una riorganizzazione delle relazioni di potere, attraverso le lotte e la resistenza, secondo modalità che siano meno oppressive e dominanti. La dominazione può quindi essere ridotta riconoscendo il nostro inevitabile coinvolgimento col potere, non cercando di porci al di fuori del mondo del potere. L’idea classica di rivoluzione come sovvertimento dialettico del potere – l’immagine che ha infestato tutto l’immaginario della politica radicale – deve essere abbandonata. Dobbiamo riconoscere il fatto che il potere non potrà mai essere cancellato del tutto, e dobbiamo affermarlo lavorando dentro questo mondo, rinegoziando la nostra posizione in modo da aumentare le nostre possibilità di libertà.

La definizione di potere che ho proposto – quella di una relazione instabile che scorre liberamente lungo tutta la rete di relazioni sociali – può essere vista come una nozione di potere “libera dal risentimento”. Essa fa saltare la politica opposizionale, manichea, del risentimento perché il potere non viene esteriorizzato nella forma di Stato o di un’istituzione politica. Non esiste alcun nemico in opposizione del quale possiamo definire noi stessi e su cui dirigere la nostra rabbia. Questo distruggere la distinzione apollinea tra il soggetto e il potere centrale dell’anarchismo classico e della filosofia politica radicale e manichea. L’uomo appollineo, il soggetto umano, e’ sempre perseguitato dal potere dionisiaco. Apollo e’ il dio della luce, ma anche quello dell’illusione: egli: “garantisce il riposo agli esseri umani, creando attorno ad essi dei confini.” Dioniso, al contrario, e’ la forza che occasionalmente distrugge questi “piccoli cerchi”, facendo saltare la tendenza apollinea a “congelare le forme nella rigidità e bella freddezza egiziana.” Al di là dell’illusione apollinea di un mondo della vita senza potere, sta la realtà dionisiaca di un potere che strappa il “velo di maya”.

Piuttosto che porsi un nemico esterno – come lo Stato – in opposizione al quale formare la propria identità politica, dobbiamo lavorare su noi stessi. Come soggetti politici dobbiamo superare il risentimento, trasformando la nostra relazione col potere. Questo si può fare solo, secondo Nietzsche, attraverso l’eterno ritorno. Affermare l’eterno ritorno e’ riconoscere e quindi affermare con forza il continuo ritorno della stessa vita, con le sue dure realtà. Fare ciò e’ un’affermazione attiva di nichilismo e quindi un superamento del nichilismo stesso. Forse, allo stesso modo, l’idea di eterno ritorno si riferisce anche al potere. Dobbiamo riconoscere e affermare il ritorno del potere, il fatto che il potere resterà sempre con noi. Per superare il risentimento noi dobbiamo, in altre parole, volere il potere. Dobbiamo affermare una volontà di potenza – volontà dei suoi valori creativi, che dicono sì alla vita, secondo la definizione di Nietzsche. Fare questo vuol dire accettare la nozione di “auto-superamento”. Oltrepassare se stessi in questo senso, significa superare le identità essenziali e le categorie che ci limitano. Come Foucault ha dimostrato, noi in quanto soggetti politici siamo strutturati secondo modalità che ci dominano – questo e’ quello che lui chiama “soggettivazione”. Noi ci nascondiamo dietro ad identità essenzialiste che negano il potere, e produciamo con questa negazione una politica manichea di opposizioni assolute che riflettono soltanto la dominazione cui essa pretende di opporsi, riaffermandola. Questo l’abbiamo visto nel caso dell’anarchismo. Per evitare questa logica manichea, l’anarchismo non deve più basare la propria teoria su identità e concetti essenzialisti, e deve affermare invece positivamente il ritorno del potere. Questa non deve essere una realtà dura da accettare, ma una forma di “felice positivismo”, caratterizzato da strategie politiche volte a minimizzare le possibilità di dominazione, e ad accrescere invece le possibilità di liberazione.

Se si rifiutano le identità essenzialiste, che cosa ci rimane? E’ possibile mantenere le idee di una politica radicale e di resistenza senza avere un soggetto? Ci si può fare anche la domanda opposta: come può una politica radicale a continuare ad esistere senza superare le identità essenzialiste, senza, per usare i termini di Nietzsche, “superare” l’uomo”? Nietzsche scrive: “I più preoccupati si chiedono oggi: “come può sopravvivere l’uomo?”. Zarathustra invece chiede, primo e unico: come può essere superato l’uomo?”. Io direi che l’anarchismo migliorerebbe molto come filosofia politica ed etica se abbandonasse le categorie essenzialiste, aprendosi a identità diverse e contingenti: un post-anarchismo. Affermare la differenza e la contingenza vorrebbe dire diventare una filosofia dei forti invece che dei deboli. Nietzsche ci esorta a “vivere pericolosamente”, ad abbandonare le certezze e rompere con l’essenza e le strutture, abbracciando l’incertezza. “Costruite le vostre città sulle falde del Vesuvio! Salpate con le vostre barche su mari sconosciuti!” La politica della resistenza contro la dominazione si svolge in un mondo senza garanzie. Restare aperti alle differenze e alla contingenza, affermare l’eterno ritorno del potere, vorrebbe dire diventare quello che Nietzsche definisce “superuomo” o “oltreuomo”. L’oltreuomo e l’uomo superato, il superamento dell’uomo: “Dio e’ morto: ora noi vogliamo, – che viva il superuomo”. Secondo Nietzsche il superuomo prende il posto di Dio e dell’uomo – egli viene a redimere l’umanità paralizzata dal nichilismo, affermando con gioia la potenza e l’eterno ritorno. Io invece proporrei una versione più gentile, più ironica del superuomo adatto alla politica radicale. Ernesto Laclau parla di “un eroe di tipo nuovo che ancora non e’ stato creato dalla nostra cultura, ma la cui creazione e’ assolutamente necessaria se il nostro tempo giungerà fino alle sue più radicali ed esilaranti possibilità”.

Forse l’anarchismo diventerà una nuova filosofia “eroica”, non più basata sulla reazione, ma sulla creazione di valori. Per esempio, l’etica dell’assistenza reciproca, proposta da Kropotkin, potrebbe forse essere utilizzata nella costruzione di nuove forme di azione ed identità collettive. Kropotkin aveva in mente lo sviluppo dei gruppi collettivi basati sulla cooperazione – sindacati, associazioni di ogni tipo, società e clubs, ecc. Come abbiamo visto, egli credeva che queste forme fossero lo svelamento di un principio insito nella natura. Ma forse si potrebbero sviluppare questi impulsi verso il collettivo senza circoscriverli in idee sull’essenza della natura umana. Le azioni collettive non hanno bisogno di un principio dell’essenza umana per giustificarsi. Piuttosto è la contingenza dell’identità – la sua apertura alla differenza, alla singolarità, all’individualità e alla collettività – ad essere in sé etica. Perciò l’etica anarchica dell’aiuto reciproco può essere separata dai propri fondamenti essenzialiste e applicata all’idea non-essenzialista e aperta di un’identità’ politica collettiva.

Una concezione alternativa dell’azione collettiva può per esempio essere sviluppata a partire da una riarticolazione delle relazioni tra l’eguaglianza e la libertà. A grande credito dell’anarchismo va attribuito il fatto che esso ha rigettato la convinzione dei liberali per cui l’eguaglianza e la libertà agiscono come limiti una sull’altra e sono in definitiva concetti inconciliabili. Per gli anarchici, l’eguaglianza e la libertà sono impulsi inestricabilmente connessi, e non possono essere concepiti l’uno senza l’altro. Per Bakunin:
Io sono libero quando tutti gli esseri umani che mi sono accanto – uomini e donne – sono ugualmente liberi. La libertà degli altri non limita né nega la mia libertà, ma al contrario e’ la sua condizione e la sua affermazione. Io divento veramente libero solo in virtù della libertà altrui, così più grande e’ il numero delle persone attorno a me e più profonda e più grande e’ la loro libertà e più grande e più profonda diventa la mia libertà.

L’interrelazione di eguaglianza e libertà può formare la base di un nuovo ethos collettivo, che rifiuta di considerare la libertà individuale e l’eguaglianza collettiva come limiti reciproci – che rifiuta di sacrificare la differenza nel nome dell’universalità e l’universalità in nome della differenza. L’etica anti-strategica di Foucault può essere un esempio di questa idea. Nella sua difesa dei movimenti collettivi come la rivoluzione iraniana, Foucault dice che l’etica anti-strategica che egli adotta è “essere rispettosi quando nasce qualcosa di singolare ed essere intransigenti quando il potere reca offesa all’universale”. Questo approccio anti-strategico condanna l’universalismo quando esso disdegna il particolare, e condanna il particolarismo quando esso si realizza a spese dell’universale. In maniera simile, una nuova etica dell’azione collettiva dovrebbe condannare la collettività quando essa attacca la differenza e la singolarità, e condannare la differenza quando essa è contro la collettività. E’ un approccio che permette di combinare le differenze individuali e l’uguaglianza collettiva non con un metodo dialettico ma in modo da preservare un antagonismo positivo e vitale tra di esse. Ciò implica la nozione di rispetto per le differenze, senza sovrapporsi alle libertà altrui – un uguaglianza di libertà di differenza. L’azione collettiva post-anarchica dovrebbe in altre parole essere basata sul rispetto e il riconoscimento dell’autonomia, della differenza e dell’apertura all’interno della collettività.

Forse si potrebbe anche tratteggiare una forma di comunità politica o di identità collettiva che non restringa le differenze. La questione della comunità e’ centrale per la politica radicale, e quindi anche per l’anarchismo. Non si può parlare di azione collettiva senza almeno porsi il problema della comunità. Per Nietzsche, la maggior parte delle aspirazioni radicali verso l’idea di comunità erano una manifestazione della mentalità del gregge. Ma comunque è possibile costruire un’idea di comunità libera dal risentimento, usando il concetto nietzschiano di potenza. Per Nietzsche la potenza attiva è l’istintivo uso delle forze e delle capacità dell’individuo, che produce in lui una maggiore sensazione di potenza, mentre la potenza reattiva, come abbiamo visto, ha bisogno di un oggetto esterno su cui agire e si definisce in opposizione ad esso. Forse si potrebbe immaginare una forma di comunità basata sulla potenza attiva. Per Nietzsche questa sensazione aumentata di potenza può derivare dall’assistenza e dalla benevolenza verso gli altri, da un aumento della sensazione di potenza degli altri. Come l’etica dell’aiuto reciproco, una comunità basata sulla volontà di potenza può essere composta da una serie di relazioni intersoggettive che comprendano l’aiuto e l’assistenza verso gli altri senza pretendere di dominarli e di negare le differenze. Questa apertura alla differenza e all’autotrasformazione, e l’etica della mutua assistenza, possono essere le caratteristiche distintive della comunità democratica post-anarchica. Questa sarebbe una comunità di potenza attiva – una comunità di padroni invece che di schiavi. Potrebbe essere una comunità che tende a superare se stessa – trasformandosi continuamente e rivelandosi nella consapevolezza del proprio potere di attuare questo processo.

Il post-anarchismo può essere considerato come una serie di strategie etico-politiche contro la dominazione, senza garanzie essenzialistiche e strutture manichee che condizionano e restringono l’anarchismo classico. Esso afferma la contingenza dei valori e delle identità, incluse le proprie, e afferma, invece che negare, la propria volontà di potenza. Sarebbe, in altre parole, un anarchismo senza risentimento.