Il cuore del problema

cuoreLa democrazia si presenta nel contempo l’obiettivo più inaccessibile e più vitale, l’ideale dato per scontato fra gli esseri umani, l’esercizio collettivo della loro libertà. Democrazia come organizzazione della nostra vita sociale determinata insieme al fine di tener conto quanto più è possibile dei bisogni e dei desideri di ciascuno.

Un’obiezione fa capolino: come raggiungere un simile obiettivo fra individui che hanno interessi divergenti, cioè opposti, cosa che si verifica in quasi tutte le società, compresa la nostra?

All’ideale democratico ne va dunque aggiunto un altro: bisognerebbe che le decisioni prese in comune lo fossero in condizioni di uguaglianza fra tutti. Per non accontentarsi di una mera uguaglianza politica, per cui i cittadini dispongono di diritti ma non di poteri effettivi, la vera democrazia esige un’uguaglianza socio-economica, senza ricchi né poveri: la ripartizione (e la ri-organizzazione) delle ricchezze permetterebbe una condivisione finalmente giusta del potere di decisione sulle grandi questioni, pervenendo così a una democrazia reale, oltre che formale. Ma, benché la condivisione, pratica umana elementare e raccomandabile, abbia addolcito la questione sociale, non l’ha risolta: nessun profeta, nessun moralista ha mai convinto i ricchi e i potenti a dividere equamente i propri beni e il proprio potere. Ci tocca constatare che questa democrazia reale manca di realtà.

La democrazia è di fatto una contraddizione: pretende di garantire un elemento essenziale che invariabilmente le sfugge. Eppure, ben pochi ne tollerano la critica, tanto più in quanto la democrazia sembra offrire il miglior ambito possibile allo sforzo millenario condotto dagli esseri umani per emanciparsi. È un’ovvietà che ogni resistenza allo sfruttamento, ed ogni tentativo di instaurare un mondo senza sfruttamento, passi per la rimessa in causa del controllo degli sfruttatori sugli sfruttati. Meglio, la lotta contro il regolamento interno di fabbrica, contro le sanzioni assortite di multe o minacce di licenziamento, contro il miscuglio di autoritarismo e paternalismo che costituisce quel che dal XIX secolo si definisce dispotismo aziendale, anche contro la razzia padronale sulle casse di previdenza e di assicurazione, contro la sorveglianza dei luoghi di vita esterni alla fabbrica, non significa soltanto il rifiuto di dipendere da un capetto, da un padrone, da un dignitario religioso, oppure da un dirigente di partito e da un quadro sindacale. Questo negativo contiene del positivo: l’abbozzo di relazioni dirette, non concorrenziali, solidali, il che implica nuove forme di riunione e di decisione. Un movimento sociale è portato a porsi l’interrogativo «Chi comanda?».

Altrimenti, senza procedure e strutture differenti da quelle concesse dall’ordine stabilito, chi sta “in basso” si condanna eternamente ad essere trattato da inferiore. Si tratti di comune, comitato, collettivo, consiglio, soviet, o semplicemente assemblea generale, sono tutte forme che esprimono l’auto-riconoscimento reciproco dei partecipanti al movimento: attraverso queste la libertà e la fratellanza sono vissute nei fatti.

Il punto è sapere se tali forme creino movimento, o si accontentino di esprimerlo. Perché la caratteristica della democrazia è di presentare lo spazio-tempo del dibattito e della decisione, non come momento necessario della vita sociale (e cioè di ogni cambiamento positivo), ma come condizione primaria della vita sociale (quindi di ogni cambiamento positivo).