Il diritto


Se una società si accontenta delle regole della giustizia e non si arroga il diritto di distorcere quelle regole, o di aggiungervi alcunché, in quel contesto il diritto diviene evidentemente un’istituzione meno necessaria. Le regole della giustizia verranno apprese più chiaramente e più efficacemente grazie ad una concreta interrelazione con la società umana, libera dai ceppi della prevenzione, e non più attraverso codici e catechismi.

Uno dei risultati dell’istituzione legislativa è che, una volta dato inizio a questo processo, non si riesce mai a portarlo a termine. Gli editti si aggiungono agli editti, i volumi ai volumi. Il caso è più frequente dove il governo è più popolare, e dove le sue azioni rispondono di più alla logica della deliberazione. Sicuramente si tratta di un segnale rilevante di quanto sia sbagliato il principio; di conseguenza, più procederemo lungo la strada che ci indica più piomberemo nell’incertezza.

Non c’è massima più chiara di questa: «Ogni caso fa regola a sé». Nessuna azione umana è mai stata eguale a un’altra; mai due di esse hanno avuto un identico grado di utilità o danno. Sembrerebbe che sia compito della giustizia distinguere le qualità degli uomini, e non, come è successo finora, di confonderle.

Ma qual è stato il risultato di un tentativo di questo genere nel campo del diritto?
Si presentano casi sempre nuovi e la legge è costantemente in difetto. Come potrebbe essere altrimenti?
I legislatori non hanno la facoltà dell’illimitata preveggenza e non possono limitare ciò che è illimitato. Resta una sola alternativa: o si torce la legge per includere un caso mai contemplato dai suoi autori, oppure si promulga una nuova legge che gestisca questo nuovo caso.

Per quanto riguarda la prima ipotesi, molto è stato fatto. I cavilli degli avvocati e le arti che usano per raffinare e distorcere il senso delle leggi sono proverbiali. Ma, sebbene molto sia stato fatto in questo campo, non si può fare tutto. L’abuso risulta a volte troppo evidente. Per tacere del fatto che lo stesso addestramento che mette l’avvocato in grado, quando funge da accusa, di trovare reati mai intesi dal legislatore, lo mette analogamente in grado, quando funge da difensore, di scovare sotterfugi che vanificano la legge. È quindi costantemente necessario promulgare nuove leggi. E queste leggi, allo scopo di evitare scappatoie, sono spesso tediose, minuziose e circonlocutorie. Il volume in cui la giustizia annota le sue prescrizioni aumenta sempre più, e il mondo potrebbe anche non riuscire a contenere tutti i libri che si potrebbero scrivere La conseguenza di questo carattere infinito del diritto è la sua incertezza. Cosa che intacca il principio stesso su cui si basa.

Le leggi sono state fatte per metter fine all’ambiguità, in modo che ogni uomo possa sapere cosa aspettarsi. Come hanno risposto a questo scopo?

Facciamo un esempio che riguarda la proprietà.
Due uomini si rivolgono alla legge per una certa proprietà. Non si sarebbero rivolti alla legge se entrambi non ritenessero di avere una probabilità di vittoria. Ma possiamo pensare che siano parziali verso se stessi. Non continuerebbero a rivolgersi alla legge, però, se i loro avvocati non promettessero ad entrambi la vittoria. La legge è stata fatta in modo che un uomo semplice possa sapere cosa aspettarsi; e tuttavia i più abili professionisti divergono sul risultato finale della causa. Talvolta potrebbe accadere che il più celebrato avvocato difensore del regno o il primo avvocato al servizio della Corona mi assicurino una vittoria infallibile cinque minuti prima che un altro funzionario regio, noto come il custode della coscienza del re, con alcuni insospettati giochi di prestigio decida contro di me. La questione sarebbe forse stata altrettanto incerta se io mi fossi affidato ad una giuria di miei vicini, fondata sulle loro idee riguardanti la giustizia generale?

Un’ulteriore considerazione, che dimostra l’assurdità del diritto nella sua più generale accettazione, è che si tratta di una forma di profezia. Il suo compito è di descrivere quali saranno le azioni dell’umanità e di dettare decisioni in proposito.

Il linguaggio di tale procedura è il seguente: «Siamo così saggi che dai fatti così come si producono non possiamo trarre alcuna conoscenza addizionale; ci impegniamo quindi, nel caso si verificasse il caso contrario, a non permettere che la conoscenza addizionale acquistata produca effetto alcuno sulla nostra condotta».

La legge, non meno dei credo, dei catechismi e delle professioni di fede, tende a fissare la mente umana in una condizione stagnante, e ad imporre un principio di permanenza in luogo di quel progresso sempiterno che è l’unico elemento salubre della mente.

Il mito di Procuste ci fornisce una pallida ombra dello sforzo perpetuo del diritto. Sfidando il grande principio della filosofia naturale secondo cui non ci sono due atomi di materia della stessa forma nell’intero universo, esso tenta di ridurre le azioni degli uomini, composte da migliaia di elementi evanescenti, a un unico criterio.

Non c’è giustizia reale nel tentativo di ridurre le azioni umane a una sola classe, non più di quanta ve ne sia nello schema cui abbiamo appena alluso, cioè ridurre tutti gli uomini a una sola statura. Se al contrario la giustizia risultasse dalla considerazione di tutte le circostanze dei casi individuali, se il criterio della giustizia fosse l’utilità generale, ne conseguirebbe inevitabilmente che tanto più giustizia avremo, tanto più avremo verità, virtù e felicità.

Non possiamo esimerci dal trarre da tutte queste considerazioni la conclusione che il diritto sia un’istituzione altamente perniciosa.

L’argomento sarà ulteriormente chiarito se considereremo la perniciosità del diritto nella sua relazione immediata con quanti lo mettono in pratica. Se siamo convinti che il diritto non debba esistere, abbiamo indubbiamente il titolo necessario a disapprovare la professione forense. Un avvocato non può evitare di essere disonesto. E non è questione di rimprovero, quanto piuttosto di rammarico. Gli uomini sono, in gran misura, frutto delle circostanze in cui si trovano. Chi viene in genere pungolato dagli incentivi del vizio non riuscirà ad evitare di esser vizioso.

Analogamente, chi si occupa costantemente di cavilli, sfumature fasulle e sofismi non può coltivare le generose emozioni dell’anima e il positivo discernimento della rettitudine. Se anche si trovasse un singolo individuo solo superficialmente contaminato, quanti altri uomini, in cui traspariva la promessa di virtù sublimi, sono invece stati resi da questa professione indifferenti alla logica o propensi alla corruzione?

Quando la filosofia del diritto verrà rettamente compresa, si troverà probabilmente la vera chiave del suo spirito e della sua storia, ma non come alcuni hanno ingenuamente immaginato nel desiderio di assicurare la felicità all’umanità, quanto piuttosto nel patto venale con cui i superiori, i tiranni, hanno comperato la connivenza e l’alleanza degli inferiori.

Può esserci insulto più grave di quello di scrivere sulle nostre aule di giustizia, come noi di fatto facciamo, «questa è la Casa della giustizia, in cui i princìpi del giusto e dell’errato vengono giorno dopo giorno disprezzati sistematicamente, e in cui le mille diversità delle offese subite vengono confuse tutte insieme dall’insolente inerzia del legislatore e dall’insensibile egoismo di chi monopolizza per il proprio particolare tornaconto il prodotto generale del lavoro»?

Nel bel mezzo di una riflessione malinconica ho messo alla prova la mia memoria contando le porte, le serrature, i chiavistelli, le catene, le massicce mura e le finestre a grate che mi separano dalla libertà. Tutto ciò, mi son detto, è la macchina che la tirannia, assorta in fredde e gravi meditazioni, si è inventata.

Questo è il dominio che l’uomo esercita sull’uomo. Così viene limitato e inebetito un essere formato per spaziare, agire, sorridere e godere. Quanto grande deve essere la depravazione e l’indifferenza di chi difende questo progetto che scambia la salute, l’allegria e la serenità con il pallore di una segreta e con i profondi solchi dell’agonia e della disperazione.

Grazie a Dio, esclama l’inglese, da noi non c’è la Bastiglia! Grazie a Dio, da noi nessuno può essere punito se non ha commesso un crimine! Sciocco senza cervello! Questa è forse una terra di libertà, con migliaia di persone che si struggono in una segreta, in ceppi? Vai, vai, stupido ignorante, visita gli scenari delle nostre prigioni. Osserva la loro sgradevolezza, la loro sporcizia, la tirannia dei direttori, la miseria dei rinchiusi! E dopo di che mostrami un uomo abbastanza svergognato da dire trionfante che l’Inghilterra non ha alcuna Bastiglia!

È strano che gli uomini, in ogni epoca, acconsentano ad avere le loro vite sospese alla bocca di un altro, solo perché così ognuno di loro può, a sua volta, avere il potere di agire come un tiranno secondo la legge! Oh Dio! Dammi la povertà! Versami addosso tutte le asprezze immaginabili della vita umana! Le riceverò con tutta la gratitudine possibile. Fammi diventare preda delle bestie selvagge del deserto, così non sarò mai più la vittima dell’uomo vestito con gli insanguinati abiti dell’autorità! Permettimi però di chiamare mia la mia vita e miei i miei obiettivi. Lasciali in balìa degli elementi, della fame, delle bestie o della vendetta dei barbari, ma non dei calcoli freddi di monopolisti e re!