La democrazia diretta alla lettera


ballerinaSecondo i suoi sostenitori, essa ha come obiettivo:
1) Il rispetto della maggioranza.
2) L’espressione delle minoranze, cui è garantito un ampio margine d’azione.
3) La possibilità di una libera discussione, al fine di evitare la coercizione, le pressioni, la violenza: «Innanzitutto, parliamo…».
4) Il primato di una volontà collettiva, non quella di un individuo o di un pugno di individui.
5) Il rispetto della decisione comune. Esaminiamo questi criteri uno per uno.


1) La regola maggioritaria
Molti movimenti sociali sono partiti da minoranze, anche ridotte. Si obietterà che qui la minoranza assume l’iniziativa di atti che rapidamente diventano maggioritari, e dunque non è vera minoranza. Senza dubbio, ma il fatto mostra la poca pertinenza della maggioranza come criterio.

I partecipanti ad un picchetto di sciopero antepongono i loro interessi e quelli del lavoro in generale agli interessi (immediati, in ogni caso) dei non-scioperanti, e al diritto al lavoro di questi ultimi. I democratici faranno valere che lo sciopero è sostenuto da una forte maggioranza del personale, dimenticando che la democrazia comporta il rispetto delle minoranze. E comunque, dove incomincia la maggioranza? Chi decide a che punto una minoranza cessa di essere tale e diventa abbastanza numerosa da vedersi qualificata maggioranza degna di incarnare una volontà generale? al 51%? al 60%? al 95%?… Decisione maggioritaria (anche ultra maggioritaria) e rispetto delle minoranze non possono servire da criterio.

2) Il diritto delle minoranze
Ogni movimento significativo, rivendicativo o sovversivo, è portato a trascinare nella sua dinamica gli esitanti e a pretendere da loro qualcosa che inizialmente non avrebbero voluto fare. Inutile negare lo scarto o le contraddizioni fra l’insieme della base ed i suoi elementi più risoluti, ma il fatto che questi ultimi assumano l’iniziativa di una lotta non basta a trasformarli in nuova élite dirigente. La burocratizzazione è generalmente un prodotto del riformismo, non viceversa, e non deriva dalle minoranze agenti più che dalle maggioranze consenzienti. Base o quadri, minoranza o maggioranza, non abbiamo dati sufficienti per comprendere una situazione ed intervenirvi.

Del resto, chi approva una decisione ritiene comunque che questa provenga da una maggioranza sufficiente. Mentre, per chi contesta una decisione, una maggioranza non è mai abbastanza tale, e ne chiede una migliore, quantitativamente più numerosa… Tra il 1970 e il 1973, uno degli argomenti della destra cilena (e degli Stati Uniti) contro Allende era di aver raccolto “soltanto” un terzo dei suffragi espressi, superando di “appena” 39.000 voti il suo concorrente immediato, su un totale di circa tre milioni. Il candidato dell’Unità Popolare aveva un bell’essere stato democraticamente eletto, l’opposizione lo considerava illegittimo. Così va la democrazia borghese. Ma anche quella operaia è recalcitrante ad accettare una maggioranza insufficientemente maggioritaria…

3) La libera discussione
È superfluo domandarsi se la parola venga prima, dopo o durante l’atto di rivolta. Nel 1936, nella fabbrica General Motors di Toledo, un’assemblea riunì il personale ma — racconta un testimone — «si sarebbe detto che ciascuno si era fatto la sua opinione prima che una sola parola venisse pronunciata»: lo sciopero con occupazione doveva cominciare, e ogni misura sarebbe stata presa o convalidata dall’assemblea generale degli scioperanti. Quegli operai non agivano come automi senza cervello. Lo scambio di parole era inutile perché aveva già avuto luogo, in centinaia di discussioni e riunioni informali. L’atto scaturito “parlava” da sé.

Se democrazia significa scambio, possiamo ben definire democratica questa pratica, ma non è il principio democratico ad averla resa possibile.

Inversamente, invitare o obbligare nel corso dei conflitti i partecipanti a riunirsi e a parlare interrompe il gesto cominciato e ne smorza lo slancio. Verbalizzare è spesso esplicitare l’atto e rafforzarlo. Spesso è anche trasformare l’energia in discorso. Un’espressione che non è azione e apprendimento equivale a una parola vuota. Allo stesso modo, la ricerca delle “informazioni” nega in generale l’informazione essenziale: la volontà presente di lottare.

Contrariamente al Verbo divino che avrebbe creato il mondo, le parole umane si accontentano di esprimere, di prendere parte, di rafforzare. È già molto. Durante uno sciopero o una sommossa ci si trova certo dinnanzi a delle scelte da fare. Ma non le si affronta come farebbe un filosofo o un ricercatore che passa successivamente al vaglio della ragione diverse ipotesi al fine di decidere senza pregiudizio, lui crede, quella buona. La parola serve prima di tutto per mettere in luce ciò che matura in testa, e per scegliere coerentemente la via migliore.

4) La volontà comune
La democrazia viene considerata una protezione: essa garantisce che i partecipanti non ricorrano alla violenza verbale o fisica, perché i democratici si trattano reciprocamente da eguali.

Se lo scopo richiesto è l’uguaglianza, essa sarà il risultato dell’azione comune, non un condizione preliminare. Invocarla è quasi sempre confessare che si sono già instaurate relazioni discriminatorie. Con la disgregazione della comunità di lotta, ciascuno è rinviato a se stesso, come se il gruppo fosse una somma di libere decisioni da far convergere, ma che non convergono più e non decidono alcunché. A un certo punto ognuno si paragona all’altro. Ciò che erano differenze diventano gradi di superiorità e d’inferiorità che la democrazia misura.

Agire per gli altri non trasforma in leaderini: il burocrate forgia il proprio potere riparandosi dietro una massa di cui sa sposare le oscillazioni. Sempre modesto ai suoi inizi, il burocrate nega ogni ambizione personale e si dice al servizio della base, e uno dei suoi giochi di prestigio è di esserne persuaso. Se non bisogna attendere leader carismatici, non bisogna nemmeno temere le iniziative individuali.

Certo, raramente si ha ragione da soli. Ma privilegiare per principio la comunità ci riporta all’insormontabile dilemma maggioranza/minoranza.

L’intuizione di una possibilità da cogliere non nasce allo stesso ritmo in ciascuno di coloro che condividono una prospettiva. Chi ritiene che sia possibile agire cerca di convincere gli altri, in una discussione in cui gli argomenti posti non sono un semplice esercizio intellettuale, e lo scambio implica verosimilmente un conflitto di volontà. Se la coerenza esige confronto e libertà, non deriva da un incontro su un terreno neutro di argomenti che si tollerano reciprocamente fino a quando il migliore la spunta per superiorità logica.

5) Il rispetto della decisione comune
Tutti sono a favore del rispetto delle decisioni… tranne quando la decisione viene ritenuta non buona. Per cominciare, quale decisione? Nel 1914-15, nel SPD tedesco, per Spartakus e gli altri gruppi a sinistra rispettare la decisione largamente maggioritaria avrebbe significato rinunciare ad un’azione contro la guerra e lo Stato tedesco. È nel nome del voto (approvato dalla base) della totalità della frazione parlamentare socialista, e dei responsabili regolarmente eletti del partito e dei sindacati decisi a sostenere lo sforzo bellico, che l’apparato di partito combatteva gli internazionalisti. A cosa rimanere fedeli: all’approvazione della guerra nell’agosto 1914 da parte dell’immensa maggioranza del movimento socialista, in Germania e altrove? o alle precedenti risoluzioni internazionali che promettevano di rispondere allo scatenamento di un conflitto in Europa con azioni insurrezionali in tutti i paesi belligeranti?

Nel 1968, dopo un primo sciopero (con occupazione) iniziato il 20 maggio, seguito da una ripresa del lavoro votata a forte maggioranza il 10 giugno, la fabbrica Peugeot di Sochaux era stata di nuovo occupata da una minoranza di scioperanti. Quando la mattina dell’11 i celerini sgomberarono violentemente gli occupanti, le squadre di non scioperanti che arrivavano in macchina per riprendere il lavoro si unirono agli scioperanti contro le forze dell’ordine. Gli scontri causarono due morti fra gli operai. Alcune voci evocarono l’uso di fucili da caccia da parte degli insorti e di alcuni morti fra i poliziotti che le autorità avrebbero tenuto segreti. Vere o false, voci del genere attestano la violenza degli scontri e il modo in cui sono stati vissuti: come un confronto diretto con lo Stato.

Così, dopo aver votato la fine dello sciopero, non solo un gran numero di operai non ritornarono al lavoro, ma si unirono agli estremisti rimasti fino a quel momento isolati: la prima occupazione aveva mobilitato solo un migliaio di persone su oltre 30.000 salariati, di cui 3.000 sindacalizzati. Si può certo far valere la scarsa democrazia delle assemblee manipolate dalla CGT, che si tenevano sotto la pressione dei media e sotto la minaccia di una polizia sempre presente. Ma il fatto di contraddire così massicciamente il proprio voto, e senza essersi riuniti nella buona e dovuta forma per deciderlo, mostra che lo spazio-tempo del voto non è mai primario né decisivo, contrariamente a quanto vorrebbe il principio democratico.

L’esame di questi cinque criteri della democrazia diretta mostra innanzitutto che una miriade di atti e di avvenimenti per noi positivi hanno luogo senza partire da essi, e perfino in contrasto con gli stessi; inoltre, che la loro applicazione non può impedire le manovre, le pressioni e le manipolazioni che si ritiene siano in grado di evitare. Questi criteri sono inefficaci.