l’adeguamento mondiale degli stati nazionali


Definire gli Stati come entità o istituzioni ormai superate dalle necessità nuova che il capitale transnazionale si trova ad affrontare, credo che sia una palese esagerazione. Su un ridimensionamento, su un ridisegnarsi del ruolo statuale penso di essere senz’altro d’accordo, ma non ci sono certo avvisaglie per un superamento dello Stato nazionale, che, anzi, sta assumendo fisionomia più marcate e meno differenziate da Paese a Paese. Se infatti, storicamente lo Stato moderno ha assunto il ruolo di depositario unico del sistema di garanzie chiamato stato sociale, ha, nel contempo, continuato ad esercitare il mestiere di poliziotto, di repressore, di legislatore, di giudice, così come da secoli e secoli faceva per dare continuità alla classe al potere. È di fatto lo Stato il cardine su cui ruota la contraddizione tra proletariato e capitale.

Lo Stato è l’istituzione indispensabile, con il suo apparato di controllo e di repressione, alla buona riuscita del rito dell’estrazione del plusvalore. Tale istituzione non è certo statica, ma, fatta propria dal capitale, assume forme diverse, usa mezzi nuovi, reprime, è “generoso” in libertà costituzionali, a seconda dei momenti storici e delle necessità della società ad economia capitalistica. Proprio per questo suo ruolo di garante del meccanismo di sfruttamento, lo Stato non va certo verso l’estinzione, ma permane nel tempo, per organizzare un tipo di socialità collettiva consona alla realtà economica.

Soltanto la mancanza di classi presuppone che gli uomini possano fare a meno dell’apparato statale; la stessa dittatura del proletariato, fase di transizione, è una forma di Stato – in questo caso testimonianza del dato storico – è quella di un continuo adeguamento alla fase economica, alle esigenze dell’accumulazione capitalistica. L’apparato statale costituisce per i capitalisti – tutti assieme – una spesa costante, un’erogazione di valore che può, sì, tornare utile in alcune fasi economiche, ma rivelarsi non redditiva in altre fasi. Di qui la necessità per il capitale, in tutto il mondo, di ri/formare lo Stato nazionale, affinché si adegui ai nuovi bisogni della mondializzazione e della crisi economica.

Non si può parlare di estinzione dello Stato nazionale, quindi, così come della nascita di uno Stato planetario che superi le strettoie fisiche (le frontiere), burocratiche (i dazi doganali, i protezionisti) o di forma (stato rappresentativo, di diritto, liberale, socialista, fascista, dittatoriale, monarchico, ecc.). Al massimo può oggi verificarsi la coesistenza degli stati nazionali ri/formati con un sovra/Stato mondiale, formato dagli apparati economici (Fmi, Bm, Omc, Nafta, ecc.), giudiziari (tribunali internazionali) e politico-militari (Nato, Ueo, ecc.) internazionali collegati tra loro. Agli Stati nazionali il capitale sta demandando sempre più le sole politiche repressive, fiscali e il controllo parcellizzato sul territorio. Alle sue derivazioni sovranazionali, la gestione dell’economia ed il compito di uniformare le politiche giuridiche, la legislazione, la “difesa” integrata. L’utilizzo degli apparati statali nazionali è ben lungi dall’essere defunto, anzi, a ben vedere, lo Stato è ridotto in prospettiva all’essenziale, al nocciolo delle sue funzioni, spogliandolo del suo ruolo di “mediatore” e “garante” tra i due poli della contraddizione principale.

Non siamo assolutamente di fronte ad una situazione tendenziale di “meno Stato più mercato”, come affermano i ciarlieri uomini del potere. Lo stato delle cose è ben diverso. Agli apparati nazionali vengono tolte solo le prerogative che garantivano quel po’ di redistribuzione di reddito alle clientele o alla gran parte delle popolazioni (a seconda del Paese e del grado di welfare raggiunto negli scorsi decenni), mentre vengono rafforzate le attività di controllo e repressione. Siamo quindi in presenza di un “meno stato sociale e più stato repressivo”. Il tutto, in funzione di un’apparente “armonizzazione” internazionale, che malcela la profonda crisi capitalistica mondiale ed il bisogno di uniformare, per sfruttare meglio il proletariato. Agli Stati nazionali si affiancano le istituzioni sovranazionali, proprio perché l’attuale fase dell’accumulazione capitalistica va necessariamente verso l’accentramento del potere decisionale, pur mantenendo forme “diffuse” di democrazia economica e tutte le proprie contraddizioni storiche.