Per grazia ricevuta


Gallerie_Ex_Voto_III«All’Italia serve una rivoluzione e non una scossettina».
Giusto, era ora che qualcuno lo dicesse!
Ma chi lo ha detto?
È Matteo Renzi, il sindaco piacione di Firenze futuro leader del centrosinistra, quello talmente reazionario da risultare antipatico persino a molti suoi elettori. Quindi aggiunge di volere che «il governo vada avanti, tutto sommato se fa le cose per bene, davvero, bisogna continuare a dare una mano».
«Ragazzi, siate ribelli e non accettate le cose come sono. Cambiate questo mondo, è lì che vi aspetta». Sì, siamo d’accordo! Ma chi lo ha detto? Il ministro dell’istruzione Maria Grazia Carrozza, in occasione della sua visita ad un liceo romano distrutto tempo fa da un incendio. La signora non è impazzita, sa bene quale sia il suo compito istituzionale: «in ogni caso dobbiamo orientare i ragazzi verso il percorso più adatto».

«Senza prospettive per il futuro, l’unica prospettiva diventa la rivolta. Le istituzioni democratiche vengono contestate e possono arrivare alla dissoluzione, quando non riescono a dare risposte concrete ai bisogni economici e sociali». Ha ragione, perdio! E chi è a dirlo? Ma è Jacopo Morelli, il presidente dei giovani imprenditori di Confindustria. Non esattamente un sovversivo, tant’è che poi precisa la sua ambizione: «Non un governo che faccia miracoli ma che agisca sulla competitività del Paese. Miracoli no, statisti sì».

Ma se questi toni barricaderi vengono usati da esponenti del partito dell’ordine, cosa oseranno mai dire coloro che incitano al disordine nelle strade?
«Vi rivolgiamo innanzitutto i nostri saluti e Vi esprimiamo l’ammirazione e il rispetto che ha suscitato in noi l’operato che Voi state svolgendo in questo breve periodo che è trascorso da quando siete stato chiamato alla Vostra funzione pastorale. Le Vostre dichiarazioni, i gesti che avete compiuto sino ad oggi, hanno ridestato la nostra attenzione nei confronti dell’operato della Chiesa, dal quale ci sentivamo estranei e lontani. La semplicità e la naturalezza con le quali Voi avete affrontato tematiche controverse della vita, quali la solidarietà, i diritti civili e infine, la guerra, ci hanno spinto a ricercare un incontro con Vostra Santità». Ma chi avrà scritto questa accorata missiva al Papa, ben diversa da quella [1] scritta quasi un secolo fa da Artaud? No, non sono i focolarini, sono i militanti di un centro sociale di Roma – l’Intifada. Chissà? magari l’autogestione funzionerà meglio unta dalla benedizione – un po’ come quando la sovversione fa rima con sovvenzione.

Questo nuovo Papa è un vero drago, ha attratto l’attenzione anche degli autonomi piemontesi (a onor del vero, già fulminati dalla Madonna del Rocciamelone). Pur «non essendo dei baciapile», loro, possono ben dirlo: la Chiesa si mostra «più all’altezza dei tempi della Politica secolarizzata», perciò «un’istituzione da noi molto lontana è almeno in grado di cogliere la crisi, non solo di sistema ma di civiltà, che stiamo attraversando».

Non è nuova questa cantilena. Nello scorso Sherwood Festival (non chiamateli disobbedienti, che al momento si offendono; oggi sono i «centri sociali del nord-est»), non si è forse discusso di «Tempo di apocalisse, tempo di rivoluzioni»? Perché, che oramai sia tempo di rivoluzione, anche loro pare non abbiano più dubbi! Così ne discutono, onorando la memoria di don Gallo, assieme all’ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, al fine di cogliere «la straordinaria capacità mostrata dalla Chiesa cattolica nell’includere figure e istanze anche potenzialmente eversive nell’affrontare un’epoca di profondi rivolgimenti e la propria crisi, rigenerando se stessa e la propria immagine. I funerali di don Gallo così come l’elezione a papa di Francesco I testimoniano una vitalità maggiore dell’istituzione-Chiesa rispetto alle istituzioni politiche statuali». Non ci si capisce più nulla. Politici e capitalisti che evocano la rivolta, antagonisti che rendono omaggio alla Chiesa…

Ma, per fortuna, ci sono gli “anarchici” – i Cavalieri dell’Idea, come venivano chiamati un tempo. Sì, loro, gli intramontabili sbeffeggiatori della politica, i fustigatori della morale collettiva, fulgidi esempi di radicalità, ci sapranno indicare la strada. Forse. Ma no, a ben pensarci, forse è meglio lasciar perdere anche questi odierni autostoppisti delle opinioni…

Eccola qua, la miseria di un’epoca in cui il negativo, la critica radicale dell’ordine costituito, la rivolta irriducibile degli sfruttati, l’utopia inaddomesticabile, sono stati sradicati dall’immaginario sociale a profitto – è la parola giusta – delle strategie di accompagnamento del dominio, condite con le salse del cittadinismo, dei diritti dell’uomo e della democrazia.

Oggi tutto fa brodo, anzi no, tutto fa marmellata, quella sostanza zuccherina di varia consistenza, ottenuta facendo bollire a lungo la frutta. È «la grande marmellata contemporanea» che ricopre totalmente questo «spazio senza alto e senza basso, senza sinistra e senza destra, senza ombra e senza luce, dove il tempo non ha più che una sola dimensione: subito, e dove la memoria si rivolta come un guanto talmente bene che non si distingue più il diritto dal rovescio».