Risvegliare Golia!


Il colpo è stato assestato. La nave barcolla. E non si sa se cede. Fatto sta che gli oracoli scalpitano dietro le porte cadenti degli istituti superiori. Seduti ai banchi, in una rapida carrellata “all’americana”, possiamo vedere, adagiata su scomode sedie di ferro finto, dinanzi ai banchetti di formica, con gli zaini agonizzanti al suolo, l’ultima generazione dei garantiti. L’ultima classe per cui avrà ancora un senso parlare di “scuola pubblica”.

Perché nell’aria echeggia, appena percepibile il retro-suono del colpo. Scagliato, con violenza e prevenzione, dall’altezza idiota che solo un Ministro può avere. La Moratti, ripugnante semi-dea dell’Istruzione, un tempo “libera”, “laica” e “pluralista”, oggi anticamera della libera impresa e dello sfruttamento minorile.

Che poi, se andiamo bene a scavarci dentro (ai concetti), “libera”, “laica” e “pluralista” la scuola non è mai stata. Gli uomini, però (e le donne, parimenti) sperano sempre che ciò per cui si è combattuto sia all’altezza dei propri sforzi. La scuola è, da sempre, strumento di tortura, di inquadramento e di imbarbarimento delle coscienze. Luogo deputato alla non-differenza, all’omologazione, alla servitù. Specchio di un mondo, di un modo (di produzione), di uno stile di potere tanto arrugginito quanto divinamente incontestabile, fatto di appaltatori tanto abili nell’edilizia scolastica, quanto in quella carceraria e manicomiale.

Laddove la si pretese “libera” giunsero le mani in pasta, lerce di zucchero e di sangue, dell’imprenditoria e degli imprenditori. Costoro, additati a modello e amplificati dalla più visigota banda di professori di mestiere, anticiparono nelle aule magne, negli antibagni e nelle celle di rigore la morte del tanto ambito “posto fisso”. E, con l’acquolina in bocca, sbavanti come pastori corsi, si gettarono famelici su quella forza-lavoro che giaceva, inespressa e improduttiva, tra gessetti colorati e registri di presenza. Conversione industriale.

Laddove la si pretese “laica”, stormi di corvacci neri, abbigliati da preti, cominciarono a roderla dalle fondamenta. Il crocifisso campeggiò inanimato sulle prospettive ottiche delle scolaresche, mentre costoro – investiti dal potere della cristianissima Nazione – sermoneggiavano di pillola del giorno dopo, d’aborto, di fustigazioni. Ed oggi, che fortunatamente (o sarebbe il caso di dire: “grazie a Dio”) l’Italia si avvia ad essere un Paese multirazziale, costoro si convertono in capopopolo e guidano le rivolte della piccola borghesia impaurita, dei tanti – teneri – genitori inorriditi e spaventati dalle pretese di multireligiosità dei figli dei vicini, neri come la pece o gialli come il grano, ma certo non giunti sulla Penisola per coltivare la canapa da schiavi (come a molti, invece, piacerebbe pensare…). Messa in suffragio.

Laddove la si pretese “pluralista” entrarono di soppiatto i governanti, saturi di bacini elettorali e di impellenze nepotistiche, che ne proposero lo scorporo, l’abbattimento mascherato, la privatizzazione sostanziale. Nacquero le autonomie, i “presidi-manager” e le scuole sponsorizzate dalle marche di jeans. Risposero i movimenti, sempre meno massicci e sempre più logorati da una “lunga marcia” inappagante e apparentemente infinita. Ma che avevano intuito il problema: il progetto di smantellamento dell’Istruzione pubblica, dannosa e onerosa per Stato e imprese (o per lo Stato-Impresa?), e di sdoganamento dell’insegnamento privato, per attuali ricchi e futuri dirigenti; in contemporanea col processo di precarizzazione complessiva delle esistenze a cui stiamo assistendo nel mondo del lavoro. Il solito, piccolo e odioso Davide contro il gigante battuto, Golia.

Oggi i distruttori del concetto di “scuola pubblica”, abbagliati dal sonno del gigante e istigate da quanto di più marcio esista nella società italiana (Chiesa cattolica, consorterie ex-pre-post democristiane, intellettuali possibilisti, docenti retrogradi e conservatori, o iperattivi triplolavoristi) sono giunti al punto di non ritorno. Al colpo di cui si diceva, al finanziamento indiretto delle scuole private. A quei trentamilioni di sonanti euro l’anno che passeranno, dio solo sa come, direttamente dalle tasche del monoreddito stipendiato di Casoria a quelle, ben più capienti, del capitano di ventura, multiproprietario aziendale e accanito giocatore di golf di Villa Erba, Cernobbio. Affinché quest’ultimo possa crescere sano e bello nel suo diplomificio parificato. A spese nostre, con tanti baci dalla ripugnante semi-dea e l’augurio bonario dei frati, dei preti, delle suore, dei vescovi, dei cardinali (devo continuare?), proprietari della quasi totalità delle scuole cosiddette “private” in questo Paese papale.

Insomma, la scuola che abbiamo conosciuto fino ad oggi non era la scuola pensata da chi ha preteso che anche i figli delle prostitute nullatenenti potessero possedere una istruzione. Ma era comunque una garanzia. Modificabile, migliorabile, in linea d’ipotesi persino distruttibile. E ora che sappiamo che questa garanzia ci verrà portata via con le modalità di uno scippo lento e costante, vi invito ad avere gli occhi aperti: se vedete, nei vostri paraggi, una manifestazione studentesca, aggregatevi ad essa. Dobbiamo far risvegliare Golia.

Per quanto mi riguarda, pretendo il mio posto dietro il banco, anche se ho intenzione di marinarla a vita. Perché non sono fatti vostri, ministri e deputati, come intendo farmi inquadrare, come intendo perdere il mio tempo, dove pregare e dove consumare merendine stantie. Il principio, per dio, non voglio che lo si tocchi. Nessuno deve aver combattuto invano. Questo è quanto.