Senza via d’uscita

Rimbomba nelle orecchie, balla davanti agli occhi, si insinua attraverso le narici, occupa i nostri sensi. È la menzogna sociale di massa che ci viene quotidianamente ammannita. La si potrebbe definire, fra uno sbadiglio e l’altro, oggettivazione del mondo in cui viviamo. Consiste nell’affermazione onnipresente di scelte già fatte in tutti gli ambiti della nostra esistenza. Il compito di travestire l’essenza dei rapporti e dell’organizzazione sociale spetta principalmente ai cortigiani intellettuali (giornalisti, filosofi, scienziati, sociologi, esperti …), che elaborano i discorsi e le griglie di percezione mentale che consentiranno di spiegare la realtà astraendola dalla sua natura sociale.

Si tratta di prodotti immateriali, fabbricati e spacciati sotto forma di opinioni, giudizi e pregiudizi, veri e propri brandelli di una coscienza fatta letteralmente a pezzi. Possono consentire a chiunque di avere un parere su tutto, tranne che sull’essenziale. Un tempo, dopo aver dato per scontato che è nostro dovere produrre, consumare ed obbedire, ci veniva concessa la “libertà” di scegliere la modalità di adempimento.

Bisogna lavorare, ma quale mestiere?
Bisogna votare, ma quale partito?
Bisogna guardare la tv, ma quale canale?

Ora ci stiamo accorgendo che anche questa è una menzogna, una semplice illusione. Il precariato non ci darà mai la sensazione di conoscere un mestiere, le elezioni presentano candidati perfettamente intercambiabili, quanto alla televisione è un’unica merda. Non possiamo esprimerci sul cosa, non possiamo interrogarci sul perché, e non abbiamo molta voce in capitolo neppure sul come.

Restano però le conseguenze. Di quelle sì, che possiamo ancora discutere appassionatamente.