Twitter e la democrazia


Dei deliranti dibattiti televisivi, degli scellerati appelli politici e delle saggezze giornalistiche dell’ultima settimana, ci porteremo dietro la certezza che esistono due classi, i politici ed i cittadini, ed una domanda: disorientati dal contatto con la realtà, che i twitter e social hanno permesso? o finti tonti dell’ultima ora?

Divisi da mura fortificate e protette, con i loro stipendi mediamente sei volte superiori a quelli dei cittadini normali, sfrecciano in auto blu, all’occorrenza di grandi campagne di disinformazione usano la bici per fare l’angolo e montare su un auto con la scorta, impauriti che “l’anti-politica”o meglio la “buona politica” li travolga, hanno provato a cambiare pelle.

Non più loro, i soliti noti, ma una manica di giovanotti ringalluzziti ed impettiti, ripetono il copione dei maestri burattinai. Parlano di legge elettorale, intessendo le solite reti di alleanza che li porterà a vincere, dimenticandosi l’unica alleanza che dovrebbero cercare, quella con i cittadini. Usano i social, scrivono e si aggiornano sui tablet, dicono che il tempo è finito da quando il tempo era già finito, si lavano la bocca di parole trovate qui e lì nella rete e cavalcano i temi più discussi sui blog.

Insomma si sono aggiornati ma come al solito restano dietro un fortino. Scioccati da tanta volgarità e violenza, chiedono civiltà e democrazia nella rete. “Insopportabili minacce ed offese di anonimi vigliacchi nella rete”, sostengono. Resta da capire allora se ci sono o ci fanno. Chi di noi, quelli che stanno al di qua del fortino sono sconvolti dalla volgarità della rete? Per caso non sapevano lor signori che il Paese è rozzo? che la cittadinanza è scontenta e a volte violenta e mentre loro hanno tesserini per parcheggi riservati, gli italiani se le promettono anche per un posteggio “rubato”?

Ed ora che con i social, un pizzico, e solo quello grazie a Dio, altrimenti sai che macello, giusto un pizzico di realtà è entrata nel fortino? Sono terrorizzati, il contatto con la realtà li ha distrutti, sconvolti, annichiliti.

Si sono accorti che questo Paese non parla il “politichese”, in questo Paese, quello reale che non vivono più da anni, si parlano i dialetti. La volgarità, quella che credono sia violenza verbale, è nel DNA del popolo, cresciuto per le strade, a lavorare quando va bene, ad arrancare quando va male.

Noi siamo quelli in coda alle poste, al supermercato, ai distributori di benzina in offerta. Siamo quelli che all’ennesima tassa da pagare non possiamo che farlo, altrimenti la situazione non può che peggiorare. Siamo quelli che dopo anni di lavoro, i fortunati, si vedono spostata l’età pensionabile, come in un sadico giochino idiota: prima di due anni, poi di cinque e poi di sette, senza considerare proporzionalità di lavori usuranti e meno, tanto l’usura fisica del lavoro quando mai l’avete considerata.

Siamo quelli che almeno con la rete possono mandarvi a “quel paese”, perchè sarebbe la prima volta che, almeno nei sogni, vi togliamo da questo. Siamo gli stessi delle parolacce, bestemmie, insulti che vi abbiamo sempre dedicato negli stadi, nei bar e nelle strade e che adesso grazie alla rete vi arrivano dritte dritte nei vostri lussuosi mondi. Siete da anni i campioni di fuga dall’intervista del giornalista scomodo, del salto di partito, della retorica incondizionata. Da anni dite di andare nelle piazze, non capendo che “piazza” non è solo un luogo dove allestire un palco e propagandare. La piazza non è lo specchio di una città, solitamente è solo la parte più bella, e come tutti i centri nascondono le periferie. La piazza non sono i baristi gentili, gli sguardi dei turisti che vi salutano o gli italiani che si chiedono “ma quello non è….”. La piazza è ben altro, e parte di questo “ben altro” è ciò  che la rete vi fa sentire, quello che dicono i cittadini. La piazza a volte, anche se non è piacevole è quella esasperata e stanca, oppure feroce e reazionaria. La piazza è quella che ha trovato nei social una fonte di sfogo, uno spiraglio di democrazia, un tentativo di non strozzare l’urlo in gola ma di battere forte i polpastrelli su un touch screen. La piazza è nei social.

Quanta violenza dietro quei polpastrelli vero? Non spaventatevi, sono solo dei polpastrelli sporchi di grasso o di farina, di carne o di pesce o ancora di pazienti e clienti e se quei polpastrelli vi fanno paura, allora non vi  resta che leggere quei tweet, ascoltare davvero la piazza e capire che non sono semplici tweet ma sono uccelli senza zucchero, o meglio: sono proprio amari.