Dove è finito?

Dove è finito l’incitamento allo «scatenamento delle cattive passioni», l’apologia del «gioco di forze selvagge e barbare», la consapevolezza che «agire in pochi non solo non costituisce un limite, ma rappresenta un modo diverso di pensare la stessa trasformazione»?
Dove è finita quella «affinità nei progetti» e quella «autonomia dell’azione individuale» che «rimangono lettera morta se non possono allargarsi senza essere sacrificate a pretese necessità superiori»?
Dove è finito quel diverso modo di concepire i rapporti, capace di «oltrepassare l’idea quantitativa della lotta»?
Dove è finita la voglia di «liquidare la menzogna della transizione»?
Tutto ciò è stato sommerso dal fango dell’opportunismo, è stato a sua volta liquidato dalla menzogna di un’altra transizione, quella secondo cui i sorrisi e le pacche sulle spalle ai falsi critici dell’esistente sarebbero una premessa pratica alla loro estinzione. E qui in Italia ad aver diffuso questa menzogna così disgustosamente politica sono stati soprattutto quei sedicenti, a cui è bastata una carezza popolare per addomesticare tutta la loro retorica unicità. A far diffondere tale mansuetudine nel cosiddetto movimento, no.
Questa è responsabilità di molti altri, di tutti coloro per cui le idee non contano nulla giacché contano solo gli amici e si contano solo i numeri. Come su Facebook.
In un mondo forgiato interamente dallo Stato, è tutto da reinventare. Come diceva un poeta rumeno, «Tutto è irrealizzabile nell’odiosa società di classe, tutto, compreso l’amore, il respiro, il sogno, il sorriso, l’abbraccio, tutto, tranne la realtà incandescente del divenire».
Ma quanta mestizia nell’obbligo sociale della convivenza! E quanto spirito pretesco in quello della condivisione!
Al contrario, per non cadere nei meccanismi della riproduzione sociale a nostro avviso è necessario saper mantenere le distanze.
Perché non si può odiare ciò che si continua a frequentare.
A furia di respirare la stessa aria dei politici e di parlarne la stessa lingua, si perde ogni ostilità nei loro confronti finendo al massimo col rimproverarli.
Ma se si ritiene che non si possa costruire nulla di nuovo sulle fondamenta del vecchio, allora non possono esserci dubbi: anche le rovine devono essere demolite.
Non vogliamo una diversa configurazione di ciò che è Stato, vogliamo esplorare l’assolutamente altro.