Troppo pochi?

Tutta la filosofia consolatrice e poltrona che gli anarchici unionisti hanno saputo ricavare dal periodo rivoluzionario del 19-20 è racchiusa in questa pietosa menzogna.

«La rivoluzione italiana fu sabotata e tradita dalla CGdL e dal PS. Noi anarchici eravamo troppo pochi per agire da soli!»

Pietosa e dannosa menzogna, perché non si serve la rivoluzione con delle menzogne. A. Borghi la porta in giro per l’America.
Mille volte l’abbiamo letta nelle riviste e giornali unionisti. L. Fabbri non si è stancato di scrivere che: «L’UAI ha influito poco o punto negli eventi perché era sorta da troppo poco tempo: era troppo giovane!»
Eccola ora fare capolino sul giornale anarchico Il Pensiero di Buenos Aires. Esso scrive:
«I pochi anarchici che arrivano ci dicono un’altra verità dolorosa. Essi in Italia erano così pochi da non poter iniziare per proprio conto nessun movimento di massa. Han dovuto sempre marciare affiancati o all’avanguardia dei partiti d’ordine».

Essi hanno voluto e non dovuto sempre marciare affiancati.
La sola UAI ha proclamato, in un suo Congresso tra ovazioni, 200 sezioni e 20.000 inscritti! Ed essa, nel movimento anarchico, era la minoranza!
Dove mi mette poi l’articolista tutti quegli anarco-sindacalisti reggenti le CdL da Sestri a Spezia, a Carrara, a Piombino, e altri centri importanti?
Solo se tutti noi sapremo dire e riconoscere la verità, noi renderemo un segnalato servigio alla causa della rivoluzione italiana e universale.
Bisogna aver il coraggio di riconoscere che abbiamo mancato al nostro specifico compito di anarchici, cioè più propriamente che non abbiamo agito da iniziatori e da animatori: che non siamo accorsi e non ci siamo gettati anima e corpo (oppure «col diavolo in corpo» come diceva Bakunin) nei centri e nei focolai delle rivolte per estenderle, svilupparle e generalizzarle, sul terreno stesso dell’insurrezione, conformemente alla teoria anarchica della rivoluzione.

Che abbiamo fatto invece?
Abbiamo agito da autoritari affiancati o alla coda dei partiti autoritari. Ci siamo paralizzati a vicenda in un tira e molla di 18 mesi sino a dar tempo alla reazione di pigliare l’iniziativa e batterci senza neanche l’onore e la bellezza d’un tentativo eroico generale. Solo gli anarchici del Diana — tanto vituperati! — salvarono l’onore dell’anarchismo bruciando e bruciandosi nel gigantesco tentativo di reagire — coll’ammonimento tremendo! — all’attacco brutale della reazione che ebbe inizio coll’arresto di Malatesta, Borghi e C.

L’errore iniziale, esiziale e fatale risiede nella grande disistima che gli anarchici e sindacalisti avevano di loro stessi; nella sfiducia nelle proprie capacità di iniziativa rivoluzionaria («eravamo troppo pochi per agire da soli»); nel disprezzo dell’istinto divinatorio del popolo insorto; nella sconoscenza assoluta della tattica e metodo anarchici nelle rivoluzioni, ecc. ecc. Essi rimasero vittime della loro superstite mentalità organizzatrice e accentratrice, cioè di tutto prevedere, di tutto preordinare, di tutto organizzare, di tutto comandare dall’alto dei ponti di comando delle Centrali o dei Comitati esecutivi!
Essi dunque hanno agito da autoritari e hanno applicato il metodo autoritario alla rivoluzione italiana. Ecco perché abbiamo influito poco o punto negli eventi italiani del 19-20.

Ah, bisognava essersi trovati in qualche grande rivolta, come noi, per sentirci spaccare il cuore alla constatazione che gli ostacoli maggiori, e unici a volte, allo espandersi, allo svilupparsi, al generalizzarsi delle spontanee rivolte di popoli interi e di intere regioni (carovita, rivolte di Ancona, Viareggio, Bari e Puglia, Firenze e tutta la Toscana) li trovavamo nei segretari sindacalisti reggenti le CdL e negli anarchici dell’UAI. Quelli delle città e delle regioni erano tutti insorti; ma non sapevano che pesci pigliare: erano come paralizzati dal loro concetto autoritario della rivoluzione. Erano le povere vittime del loro metodo e della tattica organizzatrice e accentratrice.

Si era arrivati al punto di deprecare i moti parziali e di diffondere l’idea che occorre preparare e organizzare un «moto simultaneo e generale» unitamente ai controrivoluzionari della CGdL e del PS!

Ricordiamo che in una città caduta nelle nostre mani, Meschi, Fellini e altri sindacalisti e anarchici, a noi, che proponemmo di gettarcisi di sorpresa, con dei treni armati (avevamo fucili, munizioni e mitragliatrici) in due direzioni opposte: su Spezia, attraverso Carrara; su Piombino attraverso Pisa e Livorno, ci urlarono che siamo i soliti matti irresponsabili; che vogliamo rovinare tutto coi moti parziali, mentre Malatesta e Borghi stavano proprio allora preparando un moto generale e simultaneo, come se esistesse un solo esempio d’una vera rivoluzione popolare generale e simultanea, proclamata dall’alto!

La Rivoluzione dei Vespri ebbe inizio con un atto individuale seguito dal moto parziale di Palermo che si estese poi, con lotta aspra e sanguinosa, in tutta la Sicilia. Fu Balilla a iniziare il moto parziale per la cacciata degli austriaci. Furono gli straccioni di Parigi, soli, affamati e disarmati, stretti da un potente cerchio di ferro e di fuoco, che compirono quel folle e sublime prodigio della presa della Bastiglia. Tutti i capi eran latitanti! Furono gli operai di Pietrogrado che, primi, affamati e disarmati, uscirono dalle officine a protestare sulle vie e a dar inizio così alla più grande rivoluzione della storia, assassinata poi dai bolscevichi.

In tutti questi classici esempi storici non solo non si nota alcuna preventiva organizzazione, o comando dall’alto della rivoluzione, ma vediamo che gli stessi attori e lottatori non avevano che l’obiettivo di protestare e lottare. Furono sorpresi di aver fatto e vinto la rivoluzione.
Se in Italia le masse fossero state sole, senza i pesi morti paralizzanti delle organizzazioni, unioni e partiti, almeno tre o quattro volte il popolo italiano si sarebbe sorpreso di avere fatto e vinto la rivoluzione. Ma ci pensarono le organizzazioni, le unioni e i partiti a impedirne lo scoppio col volerla comandare, a data ed a ora fisse, dall’alto.

Sì, le rivoluzioni, tutte le vere rivoluzioni, s’iniziano dal basso propriamente con moti parziali che diventano generali solo se essi trovano dei piccoli gruppi o minoranze audaci di iniziatori e animatori che si inseriscano in essi per estenderli, svilupparli e generalizzarli, sul terreno della rivolta. È questa l’opera delle minoranze anarchiche! Ma per molti anarchici il movimento anarchico libero è il disordine, il caos! Occorre organizzare, unificare, accentrare tutto e tutti.

Ora, l’idea esiziale e fatale, essenzialmente autoritaria, che dominò e fuorviò sindacalisti e anarchici, fu quella appunto di creare un’UAI per preparare e organizzare la rivoluzione (un «moto generale e simultaneo») d’accordo con la CGdL e il PS e altri organismi. È questa idea autoritaria che paralizzava tutti i compagni nei momenti culminanti delle rivolte. Anche essi attendevano gli ordini dalle loro centrali!

Ora la CGdL lavorava ad evitare la rivoluzione.
Il PS faceva la sua bella speculazione elettorale.
Il PC lavorava a demolire i capi per soppiantarli, e L’Ordine Nuovo comandava: «Le rivolte siano regionali sino a che creeremo gli organi di comando».

Sindacalisti e anarchici unionisti lavoravano sin dal 1915 per creare un organismo centralizzato permanente e responsabile, che fosse preso in considerazione dalle organizzazioni riformiste e autoritarie suaccennate per preparare e organizzare un «moto generale e simultaneo». Per fare la rivoluzione coi controrivoluzionari dall’alto del ponte di comando d’una centrale di partiti!

E i moti e le rivolte parziali scoppiavano e si esaurivano…

Questa è la dura lezione dei fatti che deve insegnarci ad agire da anarchici e ad applicare i nostri metodi anarchici alle rivoluzioni.

Le rivoluzioni si fanno solo buttandocisi «col diavolo in corpo», nei centri e nei focolai delle rivolte e delle sommosse per estenderle e generalizzarle sul terreno stesso dell’azione sino a farle trionfare.
Col creare organismi permanenti e responsabili e col correre per cinque anni dietro alla CGdL e al PS, abbiamo tradito il popolo, le nostre dottrine ed i nostri principi, noi stessi e sciupata una rivoluzione.

In Italia nel 19-20, il popolo intero insorgeva. C’erano armi e munizioni per armare un esercito.
Non è vero dunque che «gli anarchici erano troppo pochi per agire da soli per iniziare col popolo la rivoluzione…».
Il popolo parecchie volte l’aveva iniziata. Furono gli anarchici a non saper estenderla e generalizzarla.
Per la loro mentalità organizzatrice e accentratrice, per i loro metodi autoritari delle rivoluzioni.

Perché, in Italia, è mancato disgraziatamente un vero e proprio movimento anarchico autonomo.
Perché esso era stato captato e subordinato al sindacalismo, o accentrato.

Ammaestrati dall’esperienza, è da anni che noi tendiamo a questo indispensabile e altissimo compito: creare un movimento anarchico libero, autonomo, integrale.
Ecco perché siamo contro l’organizzazione in partito politico degli anarchici.

I partiti non hanno mai preparato né organizzato né fatto rivoluzioni. I capi sono sempre spariti nei grandi giorni delle insurrezioni. In Italia, l’USI e l’UAI volevano comandare la rivoluzione dall’alto. Le rivoluzioni si fanno invece dal popolo e dagli iniziatori dal basso.

«Gli anarchici erano troppo pochi per agire da soli?».
In Italia, gli anarchici furono troppo poco o punto anarchici; e troppo autoritari.
Questo occorre dire e ripetere a quei sindacalisti e anarchici che, tutti estasiati, sono in adorazione davanti al Comitato Esecutivo della Piattaforma.
Prima si paralizzarono nella loro UAI, poi si suicidarono nella corsa al fronte unico coi partiti politici autoritari.
Ma il maggiore male è che non hanno imparato nulla dalla lezione dei fatti.

Attualmente, tutta la loro attività è il mettere insieme i rottami dell’UAI, e star a bocca aperta dall’ammirazione per quel capolavoro di deviazione dell’anarchismo che è la bolscevista Piattaforma col suo inquadramento unitario, il suo Comitato Esecutivo, la sua armata nera, il suo stato maggiore…

Ah, se l’avessimo avuta in Italia!

Il fascismo non sarebbe venuto!

(La Diana – 25/09/1927)