Cashback: “finché vinco, gioco io”

Su questa roba del cashback è chiaro che se ne dicono e diranno di cotte e di crude. La cosa che mi pare pacifica è che se è un punto di partenza per combattere l’evasione, l’evasione può dormire sonni tranquilli. Non parliamo dell’elusione e del fatto che un barista che mette insieme due o tremila euro al mese non potrà mai spostare la propria sede in Olanda.

Il sistema della riffa funziona sempre; non so se avete saputo di uno studio di qualche anno fa sulle scimmie, che dimostra che è un elementare ed antico riflesso del cervello puntare su grossi guadagni, anche se la possibilità è remotissima, piuttosto che scegliere piccoli premi quasi sicuri.

Ma qui siamo a un livello che a questo punto bisogna definire geniale. Se spendi più di quel che normalmente spenderesti, hai speso più di quel che dovevi, non c’entra che poi ti vengono indietro spiccioli, avresti avuto letteralmente più soldi se non avessi speso quei soldi in più che, necessariamente, il tuo cervello comincia a ritenere una spesa indispensabile, perché siamo fatti così.

Questa roba che, quando lo Stato ti dà dei soldi (che sono tuoi, perché lo Stato non ha soldi, li prende dalle tue tasse) usa una terminologia italianissima e ottocentesca e invece, quando i soldi ce li devi mettere tu, ti spiattella espressioni inglesi che suonano come una festa esotica, ti dovrebbe già mettere in allarme.

La marcia in più di quest’ultimo lasso di tempo è sicuramente la transazione e la modulistica online. È lì che la fantasia si scatena, dalla puttanata delle password, aggirabili come sappiamo, al fatto che sembra sempre l’ultima volta che ti rompono i coglioni (vi ricordate l’avvento del cd? Il supporto “eterno”?). Qualcuno potrebbe pensare che è davvero singolare che una nazione in cui l’agenda elettronica è arenata dai tempi dei floppy disk abbia bisogno di altri elementi informatici pesanti, invece di alleggerire l’enorme mole di file ormai intricatissima; voglio dire, a nessuno sembra strano che ora che patente e carta d’identità, codice fiscale e tessera sanitaria sono tutti dentro un database richiamabile all’istante, ci sia bisogno dell’iscrizione a una nuova anagrafe quando basterebbe che fosse il sistema centrale a costruirla coi tuoi dati? E nessuno trova strano che un procedimento online abbia bisogno di un’istanza fisica, che poi s’immagina, verrà conservata su carta?

Ricordo di avere litigato molto tempo fa con una cassiera dell’autogrill che, quando qualcuno pagava con la carta, trascriveva i suoi dati a penna su un foglio di carta che teneva accanto alla cassa, ovviamente alla portata di tutti i dipendenti del locale. Era inutile discutere, quella cassiera non trovava affatto strano questo comportamento, sicuramente richiestole dalla direzione, per lei era normalissimo e non capiva su cosa ci sarebbe stato da ridire. Ora la cosa è aggirata facendoti firmare dei moduli per la privacy, è tutto come prima solo che adesso ti rompono i coglioni, ogni sito ti apre finestre che ti dicono se vuoi o non vuoi quei cazzo di cookies e la rottura di coglioni diviene eterna e nemmeno ti chiedi: ma poi, chi controlla dove cazzo finiscono i miei dati? Non fatevi domande, i vostri dati sono già stati analizzati da almeno 1000 società sparse nel mondo, perché lo hai richiesto tu. E quei dati sono a disposizione anche di chi vuole rubarli: fanno come quella cassiera dell’autogrill ma tu non te ne accorgi.

Il segreto bancario è ormai abolito per quelli che non possono trasferire la sede in Lussemburgo, ma anche così non è abbastanza. E allora la spiegazione è semplice: ci sono due modi per distrarre il popolo, il primo è divertirlo con riffe e giuochi, il secondo è costringerlo a una rottura di coglioni tale che non abbia neanche più voglia di farsi delle domande. In questa nuova era abbiamo unito le due cose e così, in vista di un premio che suona cospicuo quanto più le parole sono strane, ti rifilano la rottura di balle infinita dell’infame burocrazia di questo paese lento. Lo scopo è quello di farti esultare anche solo per essere arrivato in cima alla fila, sei contento come una pasqua ed ora non ti resta che spendere, spendere, spendere.

Sei continuamente schiaffeggiato e talmente infastidito che nemmeno ti rendi conto di essere dentro una barzelletta. La storiella del tizio che continuava a tirare fuori caffè dalla macchinetta automatica e a metter dentro monete e, quando qualcuno gli chiedeva di lasciare il posto agli altri, rispondeva “finché vinco, gioco io”.

Quasi quasi era meglio scaricare Immuni. E tutta questa rottura di cazzo dipende dal fatto che esistono gli stronzi e tu, che non hai intenzione di rubare niente, non sei la vittima, sei il bancomat. Le scimmie ragionano come noi ma almeno hanno sfoghi più fantasiosi, a noi non è dato di lanciare palle di sterco contro chiunque.

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